Vincenzo Statella da Spaccaforno . Racconto

Oggi è una ricorrenza particolare, di quelle che la nostra terra ha dimenticato, è l’anniversario della morte di
Vincenzo Statella
– Comandante delle Divisione Brigata Granatieri di Sardegna nella Battaglia di Custoza era il 24 giugno 1866.
A Vincenzo Statella, alla sua figura ho dedicato una Racconto citato su Wikipedia che ho il piacere di riproporre su Spaccaforno.it

Vincenzo

“Nenè … ma tu riesci a dormire?”

“Ntzu!”

“Botta di sangue alla testa gli pigliò. Lo senti? Lo senti, non si ferma più. E’ da un’ora che fa avanti ed indietro, passiando per la camera”.

“Lo sento, mi pare na stizzania camurriusa. Concettina, ora pure a te devo sentire? Finiscila sennò mi alzo e cominciamo allo scuro sta giornata storta. Ho le ossa rotte.”.

Il Conte Enrico Statella aveva smaniato tutto il giorno, soffrendo la calura sfiancante del tempo che si era buttato di scirocco. Ed ora che la notte non s’era decisa a rinfrescare ed egli sbuffava senza trovare ristoro, passiava, passiava nella camera da letto. Tanti erano i pensieri per la testa ed una sola la preoccupazione che lo tormentava, a seguito della notizia che Sua Maestà Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie si era messo in viaggio per ispezionare quell’angolo scordato di Sicilia. La data della visita nel paese di Spaccaforno era stata fissata per il ventidue di giugno ed al Conte Enrico rimanevano soltanto cinque giorni per approntare una degna accoglienza al Sovrano.

Il Re pur essendo stato diverse volte a Siracusa, non si era mai spinto più a sud della città di Archimede ed in quell’anno milleottocentoquarantaquattro si decise di omaggiare ogni paese di quel giardino profumato. Per il Conte Enrico era un grande onore dover ospitare sua Maestà, tutto il paese sarebbe stato il salotto da mostrare con orgoglio al Re ed il Palazzo Statella sarebbe stata la modesta locanda dove egli avrebbe pranzato, prima di proseguire il suo viaggio ispettivo verso la città di Modica, dove avrebbe pernottato.

Rigido nel protocollo che aveva imposto nel palazzo, il Conte Enrico, non temeva per lo svolgimento delle cerimonie, né tanto meno per il buon andamento delle formalità che egli stesso avrebbe organizzato. Il tarlo nel pensiero del Conte era quello scavato dall’imprevedibilità del comportamento che il proprio figlio Vincenzo avrebbe potuto avere. Passiava e testiva il Conte Enrico “Bedda Matrisantissima e se il Sovrano si accorge che il traditore in casa lo tengo, ci perderò la faccia. Che tortura, che tradimento, ma perché è voluto venire fin qua giù. Quando vuole carne fresca va a Palermo, e se proprio voleva farsi il giro dell’Isola non poteva fermarsi a Catania o Siracusa da suo fratello. Madonnabenedetta, aiutami. Due teste come il mulo hanno, il Re e mio figlio. Vincenzo, Vincenzo. Sii maledetto. Dovevi essere la luce dei miei occhi e diventerai la mia rovina e quella del nostro antico Casato”.

“Nenè … Nenè, mi senti?”

“Oh!”

“Ma è vero che, se al Re ci piglia il pitìtto può inzuppare il biscotto nella tazza che più lo aggrata?”

“Perché, gli vuoi porgere la tua bacinella?”

“E, che vuoi dire? … gli farebbe schifo la mia bacinella!”

“A te, il Re, neanche ti vedrà. Sarete impegnatissime, in cucina. Ma chi te le dice queste fesserie?”

“Lo diceva ‘Ntonietta. Il signorino Vincenzo se la corica, lo sai?.”

“Vincenzo, Vincenzo. Il Conte è preoccupato … Vincenzo gli ha detto che al Re lo scanna quando entra nel palazzo.”

“Ed il Conte, a Vincenzo, non lo può mandare per qualche giorno a Villa Burgio?”

“No. Sembra che nella lettera ci sia scritto che il Re avrà il piacere di incontrare il Signorino Vincenzo.”

“Allora è vero quello che raccontava ‘Ntonietta. ‘Ntonietta diceva che quando i Conti Statella andarono a Napoli per partecipare alla Festa per l’inaugurazione del Treno, Vincenzo aveva quattordici anni, al Re ci fece sudare sette camice prima di farlo vincere nella partita a scacchi.”.

“Sempre intelligente è stato, sin da bambino. Ma oramà si è messo a fare il rivoluzionario ed è un problema.”.

“Bello e intelligente …”

“Amunì, che fa pensi al Signorino e mi tocchi?”.

“No. A nessuno penso, ho la bacinella che vuole riempirsi. Il problema è del Conte e non nostro.”

“Hai ragione, vieni avvicinati cu sa nappitedda ciavurusa.”.

Il Re Ferdinando II di Borbone aveva destato non poche aspettative nel popolo, quando nel 1830 era succeduto al despota padre. Giovane e lungimirante aveva governato con moderazione e saggezza nei primi anni del suo regno. Aveva concesso amnistie, aveva avviato molte riforme. Il Conte Enrico Statella era stato entusiasta e con fervore si era esposto a Corte soffiando con vigore a rafforzare il vento nella direzione che il Sovrano indicava. Ma cammin facendo lo sguardo di Ferdinando II si era adombrato ed anche le digestioni del Conte Enrico erano divenute più complicate. Il Re aveva perso la fiducia nel prossimo e l’entusiasmo riformista del Conte Enrico si era volatilizzato. Nel 1837 disdegnando l’opera diplomatica dei suoi collaboratori, il Borbone, con disumana ferocia aveva represso la rivolta costituzionalista ed autonomista della Sicilia, spegnendo definitivamente i focolai liberali che nel cuore del Mediterraneo ardevano. Il Re, a tradimento dei suoi stessi iniziali propositi, si era reso responsabile delle persecuzioni degli animi risorgimentali.

Il Conte Enrico Statella non appena aveva intuito la virata del pensiero, apprendendo delle male azioni, del proprio Sovrano, come un verginello all’altare aveva sposato le castranti tesi di Ferdinando II ed in meno che nulla aveva indossato la cintura di castità imprigionando la ragione, chiusa con l’inossidabile lucchetto del “devotismo assoluto.”

La domenica il vento caldo di sud-est, che nell’attraversamento del mare mediterraneo si caricava di umidità, scaricava la sua energia elettrizzante sulle persone, ingrossava il mare, spossava le membra ed alterava la ragione. Anche il sole si sarebbe detto che sudava, nel momento in cui una spruzzata di pioggerella bagnò la piazza. I villani vestiti a festa, assiepati sulla gradinata della Chiesa Madre, guardavano ammutoliti la Regale apparizione. La banda, nelle nuove uniformi gallonate, faceva una bella presenza e le note festanti della marcia, dal brio militare, si levavano alte nell’aria. Tutta l’aristocrazia Spaccafornara era schierata in bella evidenza sul ciglione della strada e applaudiva festante al Re Ferdinando II, sceso dalla carrozza. All’inchino svolazzoso del Conte Enrico, andato incontro a Sua Maestà, il giovane Vincenzo Statella, che era stato trascinato con la forza al teatro per il Re, girò i tacchi e lasciandosi la commedia alle spalle imbocco di corsa la via del Palazzo.

Alla criata ‘Ntonietta, che non soltanto gli occhi le brillavano per il signorino Vincenzo, non sfuggì il dietrofront del suo innamorato e alzandosi la gonna fin sopra le ginocchia, lesta, lo seguì fino al Palazzo correndo, mentre il cuore le bussava in gola.

Che colpa aveva Vincenzo, diciannovenne nel pieno vigore impulsivo, se il proprio sguardo era diventato indecifrabile ai più? Che colpa aveva Vincenzo, grondante d’intuitività ed energia, se amava sondare il carattere di chi lo circondava, riuscendo sovente a toccare le corde giuste per avvicinare chi lo ascoltava verso le sue idee? Che colpa aveva Vincenzo, se era stato folgorato dalle idee liberali?

Vincenzo, Vincenzo che aveva trascorso intere giornate nel chiuso della biblioteca di Palazzo per leggere, tra l’altro, i libri che il padre si faceva arrivare direttamente dalle stamperie Sangiacomo di Napoli e Pappalardo di Messina.

Che colpa aveva Vincenzo, se s’era aperto la mente tra le pagine di Pasquale Galluppi, con il quale intratteneva una corrispondenza? Che colpa aveva Vincenzo, nell’età in cui la ragione cerca le risposte, se suo padre, che l’aveva educato in un modo, s’era poi asservito alle nuove, opposte, direttive? Che colpa aveva, Vincenzo, se quando usciva dalla biblioteca non c’era più neanche suo padre a condividere gli ideali di libertà?

Vincenzo, Vincenzo che anche per fare dispetto al padre, il quale mai avrebbe approvato il mischiamento del sangue di stirpe a quello dei villani, era istintivamente costretto a sfogare la propria ardente passione amoreggiando con le villane.

Che colpa aveva Vincenzo, se anche Dio si era girato dall’altro lato per non vedere con quanta foga e con quale trasporto il giovane s’abbandonava agli incontri amorosi, ora che tra le villane aveva scelto innamorandosi di ‘Ntonietta?

“Concettina, l’hai visto al Signorino Vincenzo?”

“No, Nenè, però in cucina ho sentito che dicevano d’averlo visto rientrare. ‘Ntonietta, invece, non è scesa in cucina e se due più due fa quattro, vuol dire che non è scesa perché è con lui, sicuramente nella camera di Vincenzo. Sventurata si farà cacciare.”.

“Il Conte è preoccupato, mi ha detto che non vuole vederlo in giro fino a quando il Re non andrà via. Vado a mettere qualcuno di piantone davanti alla sua camera. Vincenzo non deve uscire da lì.”.

“Il Re l’ha cercato al Signorino Vincenzo?”.

“Come no, gli hanno detto che il Signorino è a Vienna. Dai Concettina, va in cucina che è ora di far servire le portate.”.

“Lo fermerai, al Signorino?”

“Amunì, Concetta e vai in cucina Va!”.

I musici d’archi avevano ricevuto l’ordine di non interrompere le esecuzioni, altrimenti, le urla – di novità rivoluzionaria – che quel giorno i due giovani amanti stavano liberando con piacere esplodente, nella stanza di Venere, si sarebbero udite nel salone in cui si stava consumando il convivio.

Fu mentre Sua Maestà Ferdinando II di Borbone Re delle Due Sicilie, intingeva un cosciotto d’Agnello cotto a forno nella salsa di asparagi e ricotta, ed il Conte Enrico si rilassava perché il Sovrano era di buon umore e lo aveva reso partecipe del progetto di ampliare la marineria mercantile a vapore con un nuovo battello che avrebbe facilitato il commercio tra Siracusa e Napoli, che nel salone, dalla porta d’accesso alle camere notturne del palazzo, apparve un giovane vestito della sola livrea solitamente indossata dal personale di servizio. La stanza congelò nel silenzio e le bocche dei commensali si apersero ad “o”, mentre la Contessa si segnava cristianamente, nel veder ciondolare penzolone il nudo patrimonio del figlio Vincenzo.

Il giovane incurante attraversò la stanza, voltandosi soltanto un attimo ad incrociare lo sguardo del Re, per poi svanire dall’altra parte del salone.

“Questo mio figlio è scemo… mi perdoni per l’oltraggio, Maestà” inghiotti lentamente il Conte Enrico.

“Vostro figlio chi? Conte” chiese freddamente il Re Ferdinando II.

“Maestà questo sventurato è il fratello gemello del mio caro figliolo Vincenzo. Questo sciagurato è la croce del nostro sfortunato Casato” rispose mestamente il Conte.

“Conte, che ci volete fare. Il Signore è stato ugualmente generoso con voi facendovi dono dell’altro figlio vostro. Vincenzo, intelligente e svelto, per come lo ricordo”.

“Già, Maestà è proprio vero.”.

“Su, via! Proseguiamo, e solo un piccolo incidente” concluse il Re tornando ad intingere, nel sugo, il cosciotto d’agnello.

Quattro anni dopo, nel 1848, allo scoppio della prima guerra di indipendenza, Vincenzo, abbandonando la casa paterna, venne ripudiato dal padre. Da povero esule divenne un memorabile condottiero sui campi di battaglia. Un protagonista del Risorgimento “in armi” che, da Milano a Venezia, da Roma a Palermo, da Milazzo al Volturno glorificò l’Unità d’Italia diventando uno degli uomini, ahimè, dimenticati che costruirono la nostra “libertà”.

Racconto Vincenzo © di Saro Fronte

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