Maquillage

La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e paprika.

Ebbi una sensazione di disgusto, verso quella che per me era una raccapricciante novità.

Per forza di una serie di circostanze, mi ero ritrovato nel bel mezzo di un happy-hour e per sola cortesia non potei esimermi dal fare due chiacchiere con un tipo che non conoscevo, che era lì con comuni amici.

La sua dentatura era da copertina, saltava all’occhio ad ogni risata, ben intonata ai tatuaggi che gli risalivano su per tutto il lato destro del collo, fino a dietro l’orecchio, partendo da sotto la camicia bianca rigorosamente sbottonata fino al petto.

Abbiamo scambiato alcune parole e il suo parlare mi sembrò da subito ben educato e altrettanto ben proferito, con voce distesa ma severa. Le sue parole mi parvero da subito sensate, comprensibili e leggermente ricercate. Si tracciavano pulite alla mia comprensione, come inchiostro ben steso su una carta vergata a mano.

Noi, si parlò del tempo e delle mezze stagioni; delle piogge nei campi e delle strade; dei tempi di una volta e di quelli odierni. Il tutto in meno di dieci minuti, esauriti i quali, potemmo ben dire entrambi, di aver spicciato le formalità, in modo fondamentale e cortese.

A quel punto, io mi ero fatto la mia idea su di lui e, n’ero certo, altrettanto aveva fatto lui, nei miei confronti.

Avevamo esaurito il nostro dialogo a lunga gittata, quello importante sulle lunghezze d’onda. Avevamo visto che per entrambi la vita era sintonizzata anche su valori differenti da quelli meramente finanziari.

L’idea che mi feci del mio interlocutore fu che era un tipo a posto, stravaganze comprese. Evidentemente anche io dovetti risultare idoneo al suo concetto di “apposto”, se così ci trovammo al punto in cui iniziò una conversazione che durò oltre un’ora. L’ora in cui non viene più aggiunto nulla di fondamentale, rispetto a quanto si è già detto nei primi 10 minuti di conversazione, perché tutto quello che è fondamentale lo si è già condiviso parlando del meteo, delle mezze stagioni, della pioggia nei campi e delle strade, dei tempi di una volta e di quelli odierni.

Non sempre capitano interlocutori così gradevoli, con cui è così semplice scambiare in fretta ed educatamente anche dei semplici convenevoli.

C’è gente con cui parlo del tempo e delle stagioni, da anni, e non mi azzarderei mai ad avventurarmi in scambi di opinioni sulle strade o i campi, o su cosa intendo io per tempi odierni, passati o futuri.

Fatto sta che il mio interlocutore tatuato, mi sorprese e da lì a qualche decina di secondi, quando il primo silenzio si accomodava tra di noi, con fare risoluto, si rivolse alla ragazza che dietro al banco mesceva la birra e le chiese di spillarne due alla paprika.

Non ebbi dubbi che la seconda birra fosse destinata a me e così fu.

Mi parve un piccolo inceppo educativo, il fatto che non mi avesse chiesto se la birra fosse di mio gradimento, ma sorvolai.

A farvela breve, la discussione continuò fino a una seconda birra, che stavolta chiesi io alla ragazza dietro al banco. Presi due birre bionde senza l’intruglio della paprika. Anche per lui e senza chiedergli il permesso.

Giungemmo così a uno spiraglio di confidenza nel quale non mi trattenni dall’infilarmi e gli chiesi se fosse consapevole di ostentare ad ogni “tre per due” la sua bella dentatura. Sia quando salutava qualcuno, che quando parlava, ma anche quando stava zitto, ad esempio, facendosi cadere ad arte la mandibola a bocca aperta, come segno di stupore.

Per nulla impacciato, il mio ospite mi rispose di sì – di esserne perfettamente consapevole.

Mi colpiva questa sua serenità nell’ammettere come realistico quel suo modo di ostentare. Ero convinto che in chiunque, la mia affermazione, avrebbe provocato un piccolo imbarazzo di risentimento, ma non in lui, evidentemente.

Volli provare a indagare più a fondo la sua imperturbabilità e – come si sul dire- alzai l’asticella, chiedendogli se per caso era solito provare le sue espressioni mimiche davanti ad uno specchio.

Scoppiò a ridere e confessò che sì “Naturalmente” aggiunse.

Pensai che a me, la faccenda delle pose davanti allo specchio, non sarebbe venuta tanto naturale. Evvaffanculo. Provai a farlo tentennare nelle certezza, e giocandomi una carta da cento con me stesso, gli sparai che quell’esibizionismo era il suo lato femminile: a fargli fare queste bizzarrie da civetta.

Ma niente, non reagì al colpo! Ci tenne a spiegarmi, invece, che secondo lui il mondo va così, disse: “anche gli uomini passano le ore davanti allo specchio, quello del bagno come quello dell’armadio, o del corridoio o della palestra. Caro mio” aggiunse “ti confesso che io da anni provo le espressioni davanti allo specchio, e studio le mie rughe, i denti, le labbra, lo sguardo, i capelli e le movenze di tutto il corpo.”.

Il tutto, proferito con una pacatezza che mi fece incazzare di più con me stesso. Per aver perso la scommessa che tra me e me avevo fatto. Questo soggetto non si era minimamente risentito. L’unica cosa che in quel momento mi venne naturale fare, fu una bella e sonora risata obliqua.

“Perché sghignazzi.” mi chiese.

“Sto pensando ai tuoi denti, al fatto che li hai addestrati come dentro la gabbia del circo.” risposi.

Scoppiò in entrambi una risata genuina. Poi asciugandosi gli occhi con un fazzolettino di carta aggiunse “i denti sono ciò che più di ogni altra cosa ricorda all’uomo di essere un animale. Sono l’appendice più dura di tutto il corpo e hanno un ruolo importante nella personalità animale che mostriamo agli altri” Fece una pausa, Aspirò una boccata d’aria costringendola a passare tra le fessure dei denti inserrati. Continuò “i denti parlano, per questo ormai da decenni, il poterne esibire una “filera” da copertina rassicura, sopratutto se stessi. Perché ci si sente parte di una schiere di privilegiati. Di quelli che possono ancora permetterselo.”.

Lo guardai esterrefatto, le parole erano uscite pulite dalla sua bocca, scavalcando le fila di denti addestrati, ma dicevano qualcosa di vero con una sfumatura critica sulla necessità di auto-rassicurazione nell’addomesticamento.

La ragazza dietro al banco che ogni tanto “appizzava” le orecchie, per sentire cosa ci dicevamo, sorrise. Prese una ciotola di arachidi sgusciati e la mise sul banco vicino a noi. Con fare deciso aveva sbattuto la ciotola sul banco, per richiamare l’attenzione, come a volerci ricordare di lasciare la mancia all’atto del pagamento del conto. Lei mi fece l’occhiolino, io le sorrisi. Era decisamente vitale, lei. Con quella camicetta scollata blu, mi ricordò Giuditta mentre taglia la testa a Oloferne. Gentileschi i suoi modi, decisamente. Chiesi una gassosa e scoprì che lì, avevano solo Sprite e non c’era la Zup, e nemmeno la “Artemisia” – l’antica gassosa a marchio Ciappazzi ormai fuggita chi sa dove, lontano da Spaccaforno. Pazienza, mi dissi, non avrei bevuto un’altra birra e nemmeno la Sprite. Avrei comunque lasciato la mancia per quella bell’esemplare di ragazza che sorrideva da dietro al banco.

In questo preciso istante, sono davanti allo specchio, appoggiato al lavandino, con la fontana a filo d’acqua che scorre davanti a me. Lo spazzolino è in azione, tra i miei denti un po’ ribelli e sani, ed il rasoio è già pronto sulla mensola, per la rasatura che seguirà. Penso che la cura di sé non può essere solo ostentazione. Ché l’igiene è come la bicicletta che, se la impari da piccolo non la dimentichi più. Perché a me, se da una parte mi stava stretta la storia che “l’homo à da puzzà”, altrettanto strampalata mi pare la faccenda che è oggi alla moda, quella che bisogna “ben apparì nei selfie al dente”. Credo che l’homo e la donna hanno da fa, ogni giorno. Hanno da sudà, ogni giorno. E, soprattutto “hanno da pensà e da pensà igienicamente” aggiungo. Senza sporcare il futuro di chi ci sopravviverà, con o senza denti addomesticati nel circo.

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