Va joca

Che cosa poteva preoccupare tanto i titolari dello studio Almagro, Ruggiero & Associati da invitarlo a presentarsi nei loro uffici con la massima premura? Questo si domandava ossessivamente Zu Tano. Ne ero certo. Gliel’ho letto in faccia, non appena ho aperto la porta e me lo sono ritrovato dinanzi, con quella fronte insolitamente corrugata e le sopracciglia aggrondate.

Mi ha messo in mano la lettera raccomandata che Santino – il postino del paese – gli aveva consegnato poco fa.

Zu Tano l’aveva letta e riletta, ma non n’era venuto a capo. Niente. Buio totale e quindi eccolo qua.

 

Ogni tanto mi capita di ricevere una sua visita, ma solitamente sono io ad andare a casa sua, per guardarlo in faccia da vicino e farmi vedere casomai avesse bisogno di me. Io rappresento la sua unica spiaggia sul mare magnum della contemporaneità. Sono suo nipote, ma soprattutto si fida di me e mi interpella quando gli serve qualche delucidazione sulle incognite di questo pazzo mondo lanciato al galoppo. Non gliene frega nulla di un maxischermo led, o di uno smartphone, gli bastano il vecchio televisore, che tra l’altro raramente accende, e il vecchio cellulare che lascia a casa come si trattasse di un telefono fisso. La modernità più estrema, applicata alla sua esistenza, è rappresentata dai pannelli fotovoltaici montati sul tetto e un climatizzatore installato nello stanzone grande di casa sua. Una decina di anni fa gli era presa la fissa e aveva voluto un impianto fotovoltaico sul tetto. Anche in quell’occasione fui io a dovermi occupare di tutto, dalla scelta dei pannelli al tipo di contratto con la compagnia elettrica.

Non sono un nipote espansivo nei suoi confronti, è il mio modo di fargli da specchio, lui è persona chiusa e lo divento anche io quando sono con lui. Non servono fronzoli tra di noi, ma oggi lo specchio che mi trovo davanti, mi sembra davvero preoccupato.

Scambiamo due parole ed ora so che non ha mai avuto da fare con lo studio legale di Catania. Non sa chi siano o cosa vogliano eventuali altre persone rappresentate dello studio, che usa frasi perentorie nel convocarlo d’urgenza a cento chilometri di distanza.

Gli dico di non preoccuparsi, che potrebbe anche trattarsi di qualche buona notizia.

Ma non c’è da discutere, mi fa capire che come sempre non vuole avere da fare con gli avvocati – non li sopporta a prescindere – né tanto meno ha voglia di chiedere qualche suggerimento ai patronati. Non mi resta che dirgli che al momento non esiste alcuna legge che lo possa costringere a presentarsi a qualsiasi studio legale. Ma questo ovviamente lo sapeva già.

Mi chiede di ravanare sul web, alla ricerca di qualche utile informazione sul conto di quel manipolo di avvocati.

Zio Tano, a modo suo sa cosa è il web. Si era fatto qualche idea in proposito, ascoltando in giro e alla radio, ma sono stato io a spiegarglielo per bene, in altre occasioni pratiche. Delle mie informazioni lui fa tesoro, soltanto che ha l’abitudine di stravolgere, attualizzando il tutto alla semplificazione della sua realtà. Con questo metodo ci comprendiamo molto bene, su molti argomenti. Per aiutarvi a capire come funziona la “traslazione concettuale”, in modo che diventi un comune territorio di comprensione per entrambi, mi basta farvi un esempio pratico. Per Zio Tano il web è un mondo parallelo, come quello di cui parlavano i suoi vecchi, solo che i vecchi lo chiamavano “Altrove”. Quell’altrove a cui ci si rivolgeva per un malocchio o l’occhiatura, o con una preghiera o con l’augurio o vuoi ancora per un’estrema unzione. Ecco, per Zio Tano, il Web era come il circo dei poteri misteriosi dell’Altrove. Certi oggetti o informazioni, potevano manifestarsi nella realtà condizionandola, come certe altre pratiche condizionano l’attualità. Zio Tano si era espresso con un esempio: l’On. Moro era prigioniero a Gradoli. Erano stati nientepopodimeno che il fantasma di Don Sturzo e quello di La Pira ad indicare che in “Gradoli” Moro era detenuto delle Brigate Rosse. Ma alcune teste di minchia che decidono, fecero in modo di cercarlo nella Gradoli sbagliata. Zio Tano diceva che il paranormale aveva fatto il suo dovere erano stati gli uomini a scegliere di operare in un determinato modo. Il paranormale cerca di influenzare la realtà, come il web riesce a modificarla con la sua magia. Questo strampalato modo di intendere il web è utile a comprenderci, per me e lo zio.

Apro due birre, una gliela poggio sul tavolino del divano sotto la lampada, così lui si affretterà a prenderla in mano prima che scaldi.

Torno al computer.

Zu Tano è seduto sopra una poltrona in pelle, il mento piegato sul colletto della camicia blu a maniche lunghe. Accavalla le gambe e con una mano tormenta il risvolto dei jeans. Nell’altra mano stringe la busta della raccomandata, l’espressione del suo volto è ancora accigliata. Ma tra un po’ ci penserà la birra a rilassarlo. Lo osservo, mentre fingo di digitare chissà cosa sulla tastiera. E’ raro vederlo in questa condizione. Mi capitò una volta, era un tardo pomeriggio di molti anni fa. Ero in piazzetta con altri ragazzini a tirare calci al pallone, quando riconobbi il rombo della sua Giulietta e lo vidi fermarsi davanti casa di mia nonna, che era a qualche centinaio di metri dalla piazzetta.

Corsi per salutarlo, rispettavo tutti i miei zii, e mi precipitai anche perché era appena arrivato lo zio sorridente. Quando entrai in casa di mia nonna, Zu Tano era appoggiato allo stipite della porta e la sua fronte non era per nulla sorridente quella volta. Dalla stanza attigua uscì Zu Suzzu, suo fratello maggiore, il quale accorgendosi della mia presenza, piegò di lato leggermente il collo e contemporaneamente strizzando l’occhio e scoccando un secco “Nzù”, dalle labbra semi aperte: “Va joca” aveva aggiunto. Girai lo sguardo alla volta di Zu Tano, come ad avere conferma sul fatto che anche secondo lui dovevo allontanarmi, e lui abbandonò l’espressione preoccupata, ma aggiunse “Va joca, Ciciuzzu”.

Io uscii, ma non tornai in piazzetta a jucari con gli altri ragazzini.

No.

Mi fermai dietro la pila di cassette di legno, accatastate all’angolo della strada, e aspettai di vedere cosa succedeva. Poco dopo uscirono entrambi Zu Suzzu e Zu Tano. Zu Suzzu aveva la giacca sulle spalle e col caldo che c’era voleva dire solo una cosa: aveva il pezzo di ferro dentro la fondina ascellare, sotto la giacca. La Giulietta guidata da Zu Tano, partì senza sgommate e quindi non avevano da farsi notare. Zu Suzzu, aveva un regolare porto d’armi. Anni prima aveva fatto il commesso di gioielli e il ferro glielo avevano autorizzato senza problemi. Era un di più, perché Zu Suzzo aveva i suoi agganci e poteva girare anche senza ferro ché nessuno lo avrebbe disturbato neanche a Catania. Mi sembrò molto allarmante quel ferro portato a spasso quella sera, come lo era la faccia preoccupata di Zu Tano. E, la cosa più strana era vedere quei due insieme, erano così diversi, come il giorno e la notte non avendo nulla in comune se non il sangue. Il sangue, quando si dice che è il sangue a tenerli comunque indissolubilmente uniti, e il buon sangue, ciascuno a proprio modo, lo avevano entrambi.

Qualche altra volta ho chiesto a Zu Tano, cosa accadde quella sera. Non mi ha mai raccontato, però qualche pezzetto al puzzle lo aggiungo ancora, con qualche domanda secca, per una risposta secca. Quello che gli chiederò stasera sarà “se per quella donna ne valse la pena” e avrò la risposta.

Con qualche particolare e qualche domanda incrociata fatta ad altri familiari, una ricostruzione me la feci subito dopo che la vicenda accadde. Cosa era successo? Niente di grave, non ci furono sparatine o morti. Era successo che una sua messaiola, facendo un po’ la messalina, aveva intrecciato una storia con Zu Tano, dichiarandogli che il proprio marito non sarebbe mai stato un problema perché era un tipo “accurdato”. Poi, come fu e come non fu, quella sera della pistola, la messaiola aveva mandato un messaggio a Zu Tano (facendoglielo portare da Giacomo che era allora un mio compagno di scuola elementare) per avvisarlo che il marito, male l’aveva presa e lo stava cercando allo Zu Tano.

Mi sarebbe piaciuto, per una volta, che fosse stato lui a raccontarmi l’intera vicenda, ma lui è di poche parole, essenzialmente un ermetico.

Zu Tano era andato ad incontrare il marito della messaiola, e la presenza di Zu Suzzo gli serviva nel caso in cui la vicenda prendesse una piega complicata. Alla fine Zu Tano aveva preso una birra insieme al marito della messaiola, mentre Zu Suzzo si sventolava la giacca per fare aria all’ascella e al ferro che stava lì sotto. Zu Tano si era dato un appuntamento per la mattina dopo col marito della signora, per discutersela soltanto tra loro due, all’abbeveratoio. Per quella sera Zu Tano, si era limitato a mostrare la poliza assicurativa pesante, nel caso in cui per qualche sbagliato pensiero quel marito avesse accarezzato anche solo l’idea di storcere un solo capello alla sua amica messaiola.

L’amica messaiola non aveva avuto problemi e allo Zu Tano, all’indomani mattina era saltato un dente del giudizio. Una volta sorridendo mi disse che non gli serviva più. E, come spesso mi accade con le sue frasi, in quel momento non capii se si riferiva al dente o al giudizio.

Adesso è rilassato, ha bevuto un po’ di birra e ha chiuso gli occhi, sa che in questo momento io sto interrogando i moderni fantasmi e lui si fida abbastanza delle mie doti da stregone del web. A dirla tutta non sono affatto stregone del web, sono un normalissimo utente con qualche paranoia in più. Di quelli che usano il VPN o solo software opensource. Sono ancora in grado di camuffare qualche indirizzo email, e ogni tanto mi capita di intrufolarmi in qualche server o pc, ma sono cosette ordinarie, quasi banali rispetto a quello che sanno fare la generazione dei nativi digitali.

Chissà in quale pensiero sta navigando lo zio, dietro la fronte finalmente rilassata. Forse si è addormentato, ha già capito che in qualche modo risolverò la faccenda.

Se ne sentono di tutti i colori e Zu Tano non è più il giovane che fu, quello che portava al pascolo le greggi suonando il flauto, abituato alla risoluzione delle controversie in modo pratico e veloce, con le buone maniere in ogni caso, anche nel caso in cui esse erano risolte con la grazia di un pugno in faccia.

Ho fatto qualche ricerca sulle bot di telegram e in qualche forum specialistico, qualcosa di interessante è saltato fuori.

Lo Studio Legale, in passato si è reso responsabile di una truffa in danno di rumeni truffatori di compagnie assicuratrici. I rumeni erano stati fermati in uscita dall’Italia con centomila euro in contanti, occultati nello sportello della loro macchina. Lo studio, si era fatto firmare tutte le procure necessarie dai rumeni, ed aveva incassato una liquidazione pari a cinquecentomila euro capitalizzata come propri utili. I rumeni erano stati liquidati con quei soldi in contanti, provenienti da chissà da quale altro giro losco.

Sono entrato nel server del migliore studio legale di Spaccaforno, dal loro account di posta ho inviato una richiesta di chiarimenti sulla vicenda che riguarda o Zu Tano. Li ho anche diffidati dall’invio di altre comunicazioni se non per mezzo di questo nuovo canale. Per qualche tempo risponderò io alle loro richieste. E u Zu Tano può stare in santa pace e a settantacinque anni ha tutto il diritto di starsene senza inutili rotture di coglioni.

“Zu Tano, dormi?” lo chiamo.

Rotea le pupille sotto le palpebre e “’Nzù!, mi calau poco poco di cicagna.”. Si ricompone e chiede “Come finiu?”

“Bona” gli rispondo.

“Buono” replica.

Si alza e mi sorride.

“Ti accompagno in macchina” chiedo.

“No, no Ciciuzzu. Fazzu due passi”.

Ho diritto a fargli la domanda e non mi perdo l’occasione. “Zu Tanu, ma per quella della pistola, ne valeva la pena?”

Mi afferra sottobraccio incamminandosi verso l’uscita. Mi trascina con se. Apre la porta e sull’uscio si mette di fronte a me tenendomi entrambe le braccia all’altezza dei polsi. Dice “Ciciuzzu, … Idda … Lei sì! Anche sotto le ascelle, sciaurannu i so capiddi.”

Sorride, si gira e va.

Il suo passo è lento ma regolare, l’andatura senza incertezze al centro del vialetto, tra le siepi di edera. Due nuvolette in fondo all’orizzonte rischiarano il cielo amplificando i raggi della luna. Mi lascio andare e dico “Buonanotte Zu Tano”.

Mi ha sentito.

Solleva il braccio in aria, disegnando un piccolo cerchio. Penso che nel buio stia stringendo un pugno chiuso, con la stessa intensità di quando lunghe chiome di capelli profumati gli accarezzavano le pelle.

© Saro Fronte – racconti – tutti i diritti riservati