Posticcio . Epilogo di Divorzio All Italiana

Quel grandissimo cornuto del dottor Pietro Germi! che gli fischiassero le orecchie fino a stillare sangue!…”.

Il filo d’aria che alle ore sedici e trenta del lunedì 16 luglio 1962, attraversava il salone del Circolo Statella, confortando i soci, accalcati a sbirciare clandestinamente fuori dalle fessure delle persiane, per un attimo si fermò sbandando, nell’improvviso movimento degli astanti voltatisi di scatto a guardare nella direzione della porta d’ingresso, da dove la frase era stata mitragliata distogliendoli dalla nobile immersione di osservatori.

Il filo d’aria, tramutatosi in un folletto improvviso, si segnò cristianamente, prima di perire al contemporaneo inspirare dei presenti che a bocca aperta se lo sugarono trattenendolo in corpo, per il trasalimento che li colse, come bimbi sorpresi nell’atto di strafottersi la marmellata.

Barone venga …” fu l’invito di Don Antonio Petrosino che, roteando in aria la mano sinistra, indicava al Barone di prendere posto accanto a loro, per assistere allo spettacolo. “Venga Barone”, prosegui Don Antonio, “che Paganini non si ripete! Lo spettacolo merita, mi creda Barone!”. Senza voler mancare di rispetto e senza attendere risposte, Don Antonio Petrosino girò le spalle a tutti e tornò a guardare l’intrattenimento, attraverso le fessure delle persiane.

Anche gli altri soci, seguendo l’esempio di Don Antonio Petrosino, ripresero i propri posti in prima fila ed al Barone non rimase altro che trovarsi una filazza per costatare di persona quale esibizione si stesse svolgendo oltre le persiane.

Alla faccia del virtuosismo di Paganini. Grande fu la sorpresa per il Barone Delmonte quando, avuta chiara la visione, scoprì come nella casa del cantiniere Benedetto Spatafora, che si trovava proprio dirimpetto alle finestre laterali del Circolo, c’era una gran bel pezzo di Paganina nel mezzo di una succulenta esibizione.

Scalza. Caviglie affusolate. Gonna celeste da ragazza di buona famiglia, arrotolata in vita per lasciare scoperte le ginocchia. Balla. La musica del grammofono gracchiante le scivola addosso accarezzando le parti esposte della pelle bruna dai riflessi dorati, per l’abbronzatura lucente di sudore. Volteggia su se stessa e la gonna s’invola ampiamente, merlata, sulle tornite cosce. Con un’esitante discrezione là dove sconfina nella velata malizia, ogni tanto la ragazza rallenta, fermandosi ad osservare nella direzione della finestra del Circolo, come immaginasse che dietro le fessure delle persiane ci siano proprio quei “bacchettoni” a spiarla.

Il Barone Delmonte, impreparato a sostenere la probabile taliata della ragazza, distoglie lo sguardo da lei, andando a ripassare gli stucchi del soffitto di quella stanza, ove tanti dei suoi sospiri di gioventù si erano consumati.

La casa che apparteneva al cantiniere Benedetto Spatafora un tempo era stata la residenza di sua cugina Maria Carmela Delmonte. La cugina del Barone Delmonte fu sorgente inesauribile di patimento per il Barone, l’amore che lei mai ricambiò fu fonte di forte depressione aggravata dal fatto che sua cugina Maria Carmela si era invaghita segretamente del villano Benedetto Spatafora e poi con gli anni, come fu e come non fu, lo Spatafora acquistò da lei la palazzina che sorge dirimpetto al Circolo Statella. Egli, il Barone, non aveva mai creduto che tra i due vi fosse stata transizione di denaro, anzi era certo che Maria Carmela per tenersi vicino lo Spatafora gli avesse regalato la palazzina che attraverso una porta interna era comunicante con il palazzo dove nel frattempo lei si era trasferita, alla morte dell’anziano padre. Anche se pubblicamente il cantiniere Benedetto Spatafora e sua cugina Maria Carmela erano due perfetti estranei, all’interno dei due palazzi le cose, sicuramente, non stavano così come apparivano all’occhio sociale.

La camicia della ragazza che balla è bianca, il cotone fitto è impregnato di sudore e non nasconde le forme morbide. Sbottonata nei due bottoni superiori, rende la scollatura arieggiante sui seni alti. Una fettuccia rossa cinta tra la nuca e la fronte alza dal collo i capelli sciolti. La ragazza mulina i polsi in aria, sulla testa. Gettando indietro il capo, batte cadenzatamente i piedi scalzi sul pavimento, tutto il suo corpo vibra sospeso. La coda dei lunghi capelli pennella ritmaticamente le sfacciate rotondità del fondoschiena. È la musica a danzarle intorno ed è lei che ne restituisce con i propri movimenti le armonie vibranti. Il ventilatore sul tavolo roteando ostinatamente la soffia, facendole aderire sul corpo i vestiti incoscienti.

Il precedente anno millenovecentosessantuno la città si era trasformata nel set cinematografico del Film Divorzio all’Italiana. Il regista dottor Pietro Germi, aveva scelto il Corso per gli esterni del Film e la sede del Circolo Statella sarebbe stata il fulcro di alcune scene. Il Direttivo del Circolo aveva preteso, ed ottenuto, di leggere in anticipo il copione, per evitare che vi fossero nel Film delle riprese oltraggiose alla reputazione del Circolo e, considerando che era nel Circolo che si prendevano le decisioni importanti per le sorti dell’intera cittadina, era nel sommo interesse generale della comunità che alcuni soci, ergendosi a censori, prendessero visione dell’intera sceneggiatura, onde avere un panorama d’insieme su quanto dell’amata cittadina tutta l’Italia avrebbe visto, attraverso la diavoleria moderna del cinematografo.

La ragazza balla, sbottona un altro bottone della camicia che, nel perdere l’appiglio dell’asola, scivola lasciando interamente scoperte le spalle. La puntina del grammofono saltella sul disco ed accelera la propria corsa verso il finale del brano musicale. La ragazza accenna ad un inchino, nel raccogliere i capelli in un tupé il petto si estende ed il seno debordante è trattenuto a fatica dal tessuto. Incrocia le mani sul petto, certamente non per l’intenzione di nascondere le proprie nudità, piuttosto sembra donare un voluttuoso abbraccio ad un invisibile partner. La ragazza sorride, allunga l’occhio verso le persiane del Circolo, poi con estrema lentezza chiude le sottili tende della propria finestra.

Il copione che i dirigenti del Circolo Statella avevano letto raccontava la particolare vicenda del Barone Ferdinando Cefalù detto Fefè che annoiato dalla vita, in particolar modo da quella coniugale con la moglie Rosalia, s’infatua della giovane cugina Angela e riscopre l’ardore nell’esistere.

Rosalia era la moglie del Barone Ferdinando Cefalù, gelosa, morigerata, parsimoniosa, smaniosa di essere al centro delle attenzioni e della vita del marito; premurosa al punto da sfinirlo con le continue apprensioni che Fefè scansa e respinge.

Angela era la cugina del Barone Ferdinando Cefalù. Angela era descritta come una ragazza bella, spigliata, semplice, moderna, piena di futuro e di sogni, disponibile ad alimentare la passione in Fefè al punto da lasciargli intendere di essere pronta ad assecondare il loro eterno amore.

Il Barone Ferdinando Cefalù, infervorato dalle possibilità amorose accesegli dalla cugina Angela, sogna ad occhi aperti di uccidere la moglie. Sa di non poterlo fare frontalmente per via del conto salato che la giustizia, eventualmente, gli avrebbe chiesto di pagare. Il problema sembra insormontabile ma ai due cugini innamorati viene in aiuto l’inaspettato arrivo in paese di Carmelo Patanè, un pittore di poche speranze di cui Rosalia è stata profondamente innamorata, in gioventù. Fefè sa che Rosalia è moglie fedele ed integerrima, quindi ricorre a diversi stratagemmi per riavvicinarla al pittore.

Alla fine, la macchinazione del Barone Cefalù riesce. Rosalia e Carmelo Patanè, riacciuffando per i capelli il desiderio del loro giovanile ardore fuggono spensieratamente volteggiando imprudentemente sulle scie del romanticismo e dell’amore.

Fefè, o meglio il Barone Ferdinando Cefalù, è pubblicamente ferito nella rispettabilità, dalla fujtina della moglie con il pittore; è ritenuto, anche dai parenti, indegno e causa di jettattura per il l’intero casato dei Cefalù; disonorato pubblicamente, deriso dalla collettività, che puntualmente gli invia centinaia di lettere anonime, il Barone Ferdinando Cefalù subisce anche il pubblico oltraggio da parte della moglie di Carmelo Patanè che, come Fefè, ha subito il disonore a causa della fuga dei due amanti.

Il Barone Cefalù ha in mano tutti gli elementi (che egli stesso ha costruito) per vendicarsi uccidendo la consorte ed avvalersi, quindi, dell’articolo 587 del codice penale, che giustificava il “delitto d’onore”.

Rosalia e Carmelo Patanè, amanti in clandestina luna di miele, vengono raggiunti. Periscono per mano dei rispettivi consorti.

Il Barone Ferdinando Cefalù viene accusato del delitto e condannato ad una pena molto breve.

Uscito dal carcere nella generale approvazione dei concittadini, che lo vedono come un esempio da seguire, Fefè può finalmente sposare Angela.

La sceneggiatura del Film finiva con lo scampanio assolutore della campana della chiesa che consacrava il nuovo matrimonio.

Dalla lettura della vicenda narrata, ciascun Dirigente del Circolo Statella aveva fantasticato su quale ruolo, il dottor Germi, avrebbe chiesto loro di interpretare.

Don Antonio Petrosino nelle proprie aspettative si vedeva già impomatato accanto all’incantevole giovane attrice Stefania Sandrelli ed aveva assunto la guida della cordata dei soci favorevoli a che il Film venisse girato nella città ed anche nel Circolo.

Il Barone Delmonte era stato tra i pochi osteggiatori alla realizzazione del Film: sosteneva che sarebbe stato meglio per il buon nome della cittadina che il dottor Germi, il Film, se lo fosse fatto da qualche altra parte. Aveva argomentato dicendo che dietro alla veste della commedia divertente e grottesca, quale il Film avrebbe voluto essere, in effetti, avrebbe mostrato una realtà siciliana fatta di stereotipi e di luoghi comuni, fragile nel gioco dei ruoli e debole nella costruzione delle relazioni fra i personaggi. A detta del Barone Delmonte il Film avrebbe fatto terra bruciata della complessità sociale e della realtà che la Sicilia contrastatamente vive. Nella sintesi del Barone Delmonte, il giudizio era che il Film sarebbe stato soltanto una semplicistica parodia, ma in cuor proprio e, questo il Barone non lo disse mai pubblicamente, del copione egli apprezzò il disincantato modo di trattare il “delitto d’onore” attraverso le molteplici forge applicabili all’articolo 587 del codice penale.

Chissà se il Barone Delmonte avesse inizialmente ostacolato la realizzazione del Film perché ammiratore dell’intraprendenza costruita intorno al Barone Ferdinando Cefalù? Chissà se, come il Fefè del Film, il Barone Delmonte avesse voluto liberarsi con un delitto d’onore del villano Benedetto Spatafora, segreto usurpatore del cuore dell’amata cugina Maria Carmela? Questa è una vicenda che non c’è dato approfondire in questa sede; quel che si sa, invece, è che anche il Barone Delmonte alla fine aderì all’unanimità del Direttivo del Circolo Statella che deliberò che il Film si poteva girare.

Quel grandissimo cornuto del Dottor Pietro Germi! che gli fischiassero le orecchie fino a jettare sangue! … Cosa volevate dire prima, Barone?”. Ora che lo spettacolo oltre le fessure della persiana era terminato, Don Antonio Petrosino aveva lena di scusarsi col Barone per non esserselo filato prima. Il Barone Delmonte, non risponde, è ancora immerso con gli occhi della mente nelle movenze del corpo della ragazza, al punto di immaginarsela ancora nella danza, avvolta da un intenso odore all’essenza di muschio bianco. “Va bene, signor Barone quando vi riprenderete vuol dire che ci farete sapere delle corna del Dottor Pietro Germi!”.

Come riconquistatosi da un lungo dormiveglia, il Barone Delmonte chiese chi fosse la ragazza che ballava.

Nmà!”, fu la sola risposta.

Nessuno seppe esaudire la curiosità del Barone.

Barone, ci dite perché sostenete che il Dottor Germi sia un cornuto?” tornò ad incalzarlo Don Antonio Petrosino.

E così, il Barone Delmonte raccontò, ai soci del Circolo, di aver avuto modo di assistere alla prima proiezione del Film “Divorzio all’italiana”, durante la sua permanenza a Palermo, da dove era appena rientrato in città. Raccontò che tutto sommato il Film era stato piacevole fino a quello che egli aveva riconosciuto come il finale, stando al copione che il Direttivo del Circolo aveva letto. Il Barone Delmonte raccontò della scena dove i neo sposi percorrono il lungo corridoio per uscire dalla chiesa, tra gli amici ed i parenti che porgono loro gli auguri. Raccontò della campana festante che suona. Raccontò dello schermo che diventò nero preannunciando l’apparizione della scritta “Fine”, raccontò di essere caduto dalle nuvole quando si ritrovò di fronte ad una scritta che invece annunciava “qualche mese dopo … ”. Ma come, il Film non era finito? Il Barone Delmonte raccontò con perizia l’intera scena che nessuno dei soci del Circolo avrebbe potuto lontanamente immaginare. Raccontò dei novelli sposi su un’imbarcazione a vela, uno a poppa l’altro a prua. I due s’incontrano al centro della barca, vicino al timoniere, la bella Angela si stende su un materassino, il Barone Fefè innamorato si china su di lei per baciarla. La macchina da presa si muove per riprendere la bella Angela in tutta la sua lunghezza, palmo a palmo, dalla testa ai piedi. Ed è proprio nei piedi che si compie il fattaccio: il piede di Angela va a stuzzuniare quello del barcarolo che è al timone dell’imbarcazione. I due piedi, alle spalle dell’ignaro Fefè, amoreggiano che è una bellezza. È solo allora che il Film ha termine.

Quel Cornuto del Dottor Germi l’aveva fatta sotto al naso a tutto il Direttivo. Ne presero atto, biliosi, i soci dell’Onorato Circolo Statella.

Il filo d’aria che, alle ore venti e trenta del lunedì 16 luglio 1962, attraversava la più antica chiesa della città, confortando dalla calura i convenuti alla Santa Messa in onore della Madonna del Carmelo, per un attimo si fermò sbandando, nell’improvviso movimento dei soci del Circolo Statella voltatisi contemporaneamente, per primi, nella direzione del corridoio, dove al momento dell’offertorio apparve una ragazza dal profilo sinuoso, i piedi scalzi, vestita con una gonna blu da signorina di buona famiglia, una castigata camicia azzurra e una fettuccia rossa cinta tra la nuca e la fronte, per rendere compatta la cascata dei lunghi capelli neri. Il filo d’aria che, tramutatosi in un folletto improvviso fece svolazzare la gonna della ragazza, si segnò cristianamente e perì al contemporaneo inspirare dei presenti che a bocca aperta se lo sugarono, per il trasalimento improvviso che li colse nel vedere quanto quella ragazza fosse identica nei lineamenti a Maria Carmela Delmonte, cugina dell’omonimo Barone.

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P.S. Fu Bruno Marchetti, uno dei produttori del film, a svelarmi personalmente la verità sul finale girato  posticciamente per il Film Divorzio all’Italiana. Il finale con la scena dell’annunciato tradimento fu deciso soltanto dopo il montaggio, per consentire un eventuale sviluppo in una seconda pellicola, con una continuazione che non fu mai girata. Il finale originale di Divorzio all’Italiana, stando al primo copione del film avrebbe dovuto terminare normalmente con la scena del matrimonio.

Saro Fronte