Rita

Mi chiamo Portelli Margherita, classe 1909. Chi mi conosce mi chiama Rita. Ho cresciuto nove figli, come il Signore ha voluto, cinque femmine e quattro maschi.

Da dieci anni vivo sola. Turiddu, mio marito, se n’è andato senza patire, una notte che prima aveva fatto giocare Laretta, una delle nostre nipotine, che allora aveva cinque anni. Si era fatto buttare pure per terra da Laretta che ci saltava sopra e rideva. Rideva Turiddu ed io pure ridevo taliandoli. Quel bacchettone di un metro e ottanta, stricato a terra e la picciridda a correrci intorno, li ho sempre davanti agli occhi.

Turiddu con i nostri figli, mai si buttò a terra per giocarci.

Lavorava tutti i giorni, anche la domenica a fare muri a secco nella campagna, con quelle mani grandi come pale e quando tornava a casa, a volte anche dopo cinque giorni, se li gustava taliandoli, i carusi nostri. Non ci dava laricasia di confidenza perché era il loro padre.

Erano altri tempi, il mondo di fuori girava di rispetto e dove gli occhi dei ragazzi vedevano e le loro teste capivano che le cose non quadravano, bisognava che fosse l’educazione della famiglia ed il timore del padre a non farli sbandare.

Erano altri tempi, Turiddu ed io lo sapevamo che era meglio per loro d’incanalarli per come il mondo girava. Lui era rispettato e temuto perché rappresentava le regole del mondo di fuori casa, quel mondo che i ragazzi avrebbero trovato presto, andando a travagghiari o trovandosi il marito. Io ero la confidente dei miei carusi, che sempre tutto mi contavano, perché ero il loro mondo di dentro casa e tra di noi non c’erano segreti. Poi, la notte, a Turiddu ci contavo tutto quello che i nostri figli combinavano e parlavamo fino all’alba se serviva per capire meglio i nostri ragazzi. Lui, la mattina, taliandoli in faccia, nulla faceva trasparire di quello che io ci avevo raccontato.

Se ne andò Turiddu, divertito dai nipoti, che ormai il mondo girava in altro modo e non spettava più a lui intuire il verso di come girava.

Turiddu, bonanima, ci vedeva poco negli ultimi anni perché ci era calata la cataratta. Non si sognava di farsi toccare dai dottori, ma non per diffidenza, diceva che non era necessario farsi sfruguliari, perché accanto a lui c’ero io che ero la luce dei suoi occhi. Io gli raccontavo e lui vedeva anche oltre, come quando la notte ci contavo le cose dei ragazzi. Mi diceva che per contargli una cosa e fargliela vedere presto, io dovevo dire subito di che colore mi sembrava l’anima della cosa che gli stavo per descrivere e lui si predisponeva. Per esempio quando si sposo Barbara, la più grande delle nostre pronipoti, per descrivergli quant’era bella la sposa io ci dissi che era “glicine” ed iddu sorrideva per quanto la vedeva bella. Immaginava la nipote fresca come i grappoletti profumati dei fiori del colore che sa di mare, di brezza e di sole all’alba e sospirava. La vedeva tutta la bellezza di Barbara, con indosso l’abito da sposa, ca ovviamente era bianco anche nella sua immaginazione.

Dal giorno del matrimonio ci ho sempre voluto bene a Turiddu, sono stata fortunata. Ci fece sposare mia nonna che conosceva la madre di Turiddu e sapeva che il ragazzo era travaghiaturi.

Sono stata fortunata, anche perché l’ho incontrato una volta sola prima del matrimonio e l’ho conosciuto solo dopo, ma mi è andata bene. Ho trovato un marito e un compagno in lui.

Tutti i giorni ci aggiusto i fiori davanti alla sua foto grande, che è in salotto. Ci dò un bacio, ma non ci parlo con la foto perché lui è stato chiamato di là e non deve starsene ad ascoltare me che sono ancora in questo mondo.

Una volta all’anno però, per i morti, da Masuzzo, che è il secondo dei miei figli maschi, mi faccio portare al cimitero e sto tutto il giorno accanto alla tomba di Turiddu. E’ il giorno che il Signore gli permette di venirci a trovare, allora io ci sto accanto e ci conto tutto quello che mi è passato per la testa nell’ultimo anno. Gli racconto tutto dei nostri nipoti, dei figli e di quelli che vengono a salutarlo. Quel giorno è un gran giorno di festa.

I miei parenti sanno che quel giorno di festa non sono per loro, ma solo per Turiddu. Ormai è tornato giovane, senza cataratte e ci vede a tutti quanti da solo. So però che ascolta soltanto la mia voce ed i miei pensieri. E’ un giorno di festa per tutt’e due e ieri è stato il giorno di festa di quest’anno.

Verso le due del pomeriggio che di gente in giro al cimitero ce n’è poca, perché va a casa e ritorna più tardi, io libero il tavolinetto dal vaso dei fiori, apro la borsa prendo il centrino di rintaglio e lo apparecchio: metto le due sottotazze, i due cucchiaini d’argento, due tovaglioli, infine prendo il termos e verso il cafè caldo caldo nelle tazzine. Senza zucchero, perché a lui è sempre piaciuto amaro ed io ormai ho il diabete e mi sono abituata. Anche ai tempi della guerra, che il cafè non c’era e ci facevamo il surrogato di cicoria ed orio tostato, Turiddu lo beveva amaro.

Con le tazzine fumanti davanti, io chiudo gli occhi perché è arrivato il momento di Turiddu per raccontarsi. E’ allora che ogni anno sento la sua voce che mi sussurra per prima un colore e poi mi narra di qualcuno che conoscevo e che adesso sta dalle sue parti. Mi dice un colore ed io inizio a vedere attraverso i suoi occhi quei posti che frequenta, le anime delle persone che incontra.

Ha costruito anche lì dei muri a secco, belli come quadri, me li ha fatti vedere lo scorso anno. Mi ha abbracciata e mi ha fatto volare insieme a lui. Ieri l’ho incontrato all’ombra di un albero di carrubo. C’era il tavolinetto con il cafè che io avevo finito di apparecchiare. Lui, non mi ha raccontato nulla, mi ha detto solamente il colore: “glicine”. Poi mi ha guardato contento per tutto il tempo ed abbiamo bevuto il cafè.

Dopo un po’, ho iniziato a sentire nuovamente le voci delle persone che visitavano i loro cari al cimitero ed allora l’ho salutato Turiddu mio, con un bacio. Lui ha chiuso i suoi occhi ed io ho riaperto i miei che erano inumiditi.

Ho gioito come ogni anno nel vedere che Turiddu aveva bevuto tutto il cafè della sua tazzina.

Ho sistemato le cose nella borsa e gli ho parlato del colore verde e di Roberto che lui non l’ha mai visto. Roberto è il ragazzo di Laretta. Lui è un “rasta” e lei ha sei orecchini in un orecchio ed il percing all’ombelico. Sono follemente innamorati e si divertono. Anche se non capisco perché si addobbino in questo modo stravagante, so che sono educati a come oggi gira il mondo. Ed oggi il mondo gira in un modo che non sta più a me capire il verso.

Ora devo salutarvi che si sta facendo giorno e tra poco me ne vado. Arriva Turiddu. Ieri mi ha sussurrato il colore “glicine” e non ha aggiunto altre parole.

Ho sistemato le poche cose che dovevo ancora sistemare. Ora mi sento fresca e profumata come deve essere una sposa.

Finisco di scrivere queste righe per dirvi che vado a vivere nuovamente con lui.

Sono contenta di partire per questo viaggio, che sarà bellissimo.

Saluto tutti quelli che mi hanno conosciuto come Rita e mi raccomando, domani, quando guarderete i vostri ragazzi non lasciate trapelare nulla di quello che vi ho raccontato.

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Il racconto Rita è tratto dal libro “Cafè di Sicilia”