Marina

 

Era di giovedì quel 2 novembre del 1865.

Come ogni alba di quell’autunno inoltrato, Donna Marina si fasciava le spalle con lo scialle e scendeva nell’orto. Era il primo anno che si occupava personalmente della coltivazione di alcune piante per soddisfare il fabbisogno spiccio di ortaggi, da quando aveva deciso che non voleva più tra i piedi la servitù e da sola aveva deciso di occuparsi del casale in contrada Timpunedda, dove era andata a vivere mettendo a frutto il suo desiderio di un rapporto diretto con la natura. Aveva già goduto della stagione dei pomodori, che in parte aveva seccato al sole, come di quella delle melanzane, mentre in ogni periodo dell’anno godeva del basilico fresco, come del prezzemolo e delle altre piante di aromi. Si era già fatta la scorta delle cipolle e le teste dell’aglio le aveva intrecciate e appese in dispensa. Molte le piante profumate e i fiori che circondavano il casale, il quale a sua volta era cinto da alberi di agrumi e di frutta, e proprio il giorno di Ogni Santi lei aveva raccolto tutti i melograni ed aveva stipato in dispensa i barattoli della marmellata di cachi, accanto alle le forme secche di quella di mele cotogne. Il casale di Donna Marina sorgeva sulla sommità della piccola collina antistante il vignale di San Giovanni. Il prospetto principale dell’edificio aveva l’ingresso che guardava verso il mare, lasciandosi alle spalle, come una enorme corona a sovrastarlo, tutta la timpa calcarea del grande strapiombo sopra al quale sorgeva la chiesa dedicata a Maria di Jèsu e il Convento dei frati minori. Procedendo con lo sguardo verso nord ci si imbatteva nella solida costruzione del convento del Carmine che era al vertice della roccia che limitava da un lato la bocca della Cava Grande. Guardando in quella direzione, Donna Marina non poteva ogni volta fare a meno di pensare che quelle bellezze rupestri e la vegetazione selvaggia erano stati il detonatore amoroso tra la sua prozia Carmen e il pittore fiammingo Jean-Paul Laurent Hoppetël, quasi un secolo prima. L’artista, durante il suo Gran Tour pittorico della Sicilia, si era invaghito dell’antenata di Donna Marina ed insieme alla donna erano partiti su un battello, dal caricatore di Pozzallo, alla volta delle isole di Malta, dove entrambi avevano vissuto nell’amore per il resto dei loro giorni. Donna Marina conservava gelosamente nella propria camera da letto il quadro ad olio che ritraeva una Venere seminuda, nell’atto di prendere il bagno nel fiume Busiatone, là dove il corso d’acqua scansa la “Pietra Grossa”, dentro la cava. Aveva trafugato il quadro, salvandolo dalla polvere e dai tarli che erano nel sottotetto della casa paterna, dove il quadro era stato nascosto. Lei sapeva bene che quelle rappresentate nel dipinto erano le nudità della sua antenata, anche se in famiglia tutti avevano negato la circostanza. Tanto che già dalla sua realizzazione, per decenza, il quadro era stato intitolato a “Venere tra i noci”.

Dalla terrazza del casale dei Timpunedda era possibile guardare dall’alto il rigoglioso Rio Favara che era figlio del fiume Busiatone e quel torrente entrava direttamente nelle terre di sua proprietà.

Dopo il terremoto del 1693 la piccola chiesa di Jèsu, aveva assunto importanza e frequentazione, perché il nuovo piano urbanistico era stato allocato lungo la dorsale del colle Calandra che distende fino allo strapiombo del piazzale di Jèsu. Quello slargo era diventato d’importanza primaria e per questo le barbarie dei vivi avevano interrato e distrutto le antiche tracce del cimitero che lì sorgeva, al lato della chiesa: il ricordo dei defunti era stato sacrificato alla piazza per la fiera e il mercato dei vivi.

Donna Marina, degna consanguinea della prozia Carmen, aveva voluto lasciarsi alle spalle lo stuolo di parenti dai titoli roboanti, così come si era voluta allontanare dalla piccola cittadina e da tutti i murmuriamenti: quelli che sotto le velette – in chiesa – le donne erano solite fare per commentare ogni decisione di Donna Marina, definita da quelle come stramba e sconveniente, come nel caso del rifiuto per il velo sacrale, o in quello del rifiuto per l’anello maritale. Tra le fortune Donna Marina poteva godere dei favori di uno zio gran cultore, che viaggiava per il mondo e di gran diletto teneva una cattedra all’università in Francia nella sede di Lyon. Lo zio era riuscito a farle avere una rendita, proprio con le terre di contrada Timpunedda, quasi per dispetto al proprio fratello, che era il padre di Donna Marina, il quale invece si sarebbe bovinamente ostinato a voler seminare l’infelicità nel futuro della figlia. Un mezzadro di fiducia si occupava degli aspetti pratici del fondo terriero, e Donna Marina si era potuta dedicare alla vita agreste, lontana dalle litanie e dalle liturgie, quelle che invece i più stretti familiari avrebbero voluto per lei, quasi fosse una monaca. Il mezzadro vegliava discretamente sulla donna, lei ne era consapevole, ma fino a quando non interferiva con la sua quotidianità e manteneva la retta via nella gestione del fondo, gli avrebbe lasciato gestire le terre a proprio piacimento. Godendo per se dell’impareggiabile serenità che aveva ormai raggiunto, vivendo in armonia con il creato della natura, e da un anno e fino a questo giorno, indubbiamente, così era stato.

Ad aprile aveva seminato le zucche e due piantine avevano germogliato ben presto a poca distanza l’una dall’altra. Rapidamente erano cresciute espandendosi nel terreno e in poco tempo avevano occupato tutta la superficie antistante il capanno degli attrezzi. Con attenzione aveva scelto quali foglie eliminare e con la zappetta stroncava sul nascere qualsiasi erbaccia germogliasse per infestare quello specchio di terra destinato a nutrire le dieci zucche che lei aveva deciso di lasciare in vita sulla pianta. Per grazia della natura quell’anno lei avrebbe prodotto le più grandi e belle zucche che mai prima di allora aveva visto. Ogni mattina a malincuore recideva i fiori che la pianta continuava a produrre. Sia i fiori maschi, dal pistillo più lungo, che quelli femmine, più aggraziati e – secondo lei – più “saporite” quando venivano fritti in pastella. I fiori appena raccolti ogni giorno per un po’ di ore ornavano la stanza della cucina, prima di divenire pietanza. A quell’ora del mattino i fiori erano freschi di rugiada e imprigionavano nel proprio cuore l’energia della forza vitale, quella forza che lei percepiva trasmigrare dentro sé nutrendovisi. Forse per questo si scusava con le sue piante per ogni fiore reciso, perché sapeva di procurare loro un piccolo patimento, ma riteneva ciò necessario a che l’energia del creato fluisse maggiormente vigorosa e continuasse a transitare facendosi linfa di vita tra tutti gli esseri viventi. La pianta giornalmente liberata dai fiori superflui, concentrava tutto il suo sforzo nell’ingrossare le dieci zucche prescelte. E poi, pensava, che i fiori erano proprio buoni da mangiare, forse ancor più delle zucche che da lì a poco avrebbero completato il ciclo della maturazione.

Quel giorno il cielo si era svegliato cupo sul mare. Il rumore delle onde era un sottofondo possente che giungeva fino in collina, da dove lei guardava l’orizzonte rabbuiato, con il vento che non preannunciava tranquillità. In fretta aveva fatto il giro dell’orto e con il consueto generoso bottino fiorito in mano era rientrata in casa con l’idea di accendere le frasche nel forno. La sensazione di un brutto temporale in arrivo la attraversò e volle distrarsi pensando che avrebbe impastato un po’ di farina e avrebbe fatto le scacce con i fiori di zucca, il cacio e le sarde salate. Non aveva mai usato i fiori di zucca per le scacce, anzi non l’aveva mai neanche sentito dire che qualcuno li avesse preparati in quel modo, ma Donna Marina era una creativa in proprio e le piaceva tracciare sentieri inusitati, nelle pietanze come nella vita.

Il forno ardeva, la pasta era lievitata e il mattarello pronto per entrare in azione.

Il vento si era irrobustito e picchiava alla porta, come la pioggia che scrosciava sul tetto. Con un pensiero traverso si accostò alla finestra per sorvegliare le sue zucche nell’orto. I rivoli di pioggia scendevano formando rigagnoli torrenziali ai margini dello spazio occupato dalle piante, circumnavigando il capanno degli attrezzi. Lampi e saette stavano intensificando di ritmo e i tuoni facevano vibrare fastidiosamente i vetri.

Sangiovannibattista senza prìculu e senza dannu!” pronunciava a labbra strette sottovoce ad ogni lampo che scoccava in cielo, ma i tuoni non la spaventavano era l’abitudine acquisita da bambina, quando la nonna le aveva insegnato tutte le litanie nelle notti giuste: quelle di Natale e per San Giovanni.

Tornò a controllare se la cupola del forno si fosse già imbiancata alla giusta tonalità che indicava l’esser pronto ad accogliere l’infornata. Ma l’ululato del vento la distolse e la chiamò a guardare oltre la finestra: dove con incredulità si accorse che una spaventosa Ddraunara volteggiava sulla campagna e aveva già abbandonato il mare. La Ddraunara era una enorme tromba marina. Da lontano sembrava che vorticasse come un imbuto la cui parte ampia, espandendosi, dava l’impressione di voler attrarre al suo interno tutte le nuvole dense del cielo: come se le volesse risucchiare voracemente, per scaraventarle al suolo in distruzione di tutto ciò che avrebbe incontrato lungo il suo folle cammino. Donna Marina le aveva viste nelle illustrazioni dei libri, e una volta da bambina ne aveva vista una distante sul mare. Quella che si avvicinava adesso era già sulla terra e ben più grande di quanto lei avesse mai osato immaginare.

Donna Marina dietro ai vetri della finestra urlò:

Rapiti cielu! Rapiti e non babbiare. Non è chista la fine di lu munnu! ” Vedeva che la coda di drago correva vorticosamente e a quella velocità in pochi minuti avrebbe raggiunto contrada Timpunedda, investendo in pieno il suo orto e la sua abitazione. Un lampo di luce violenta squarciò la penombra della stanza, proprio mentre lo sguardo di Donna Marina balzava a destra e manca senza controllo, mentre il suo pensiero girava a mille non decidendo o capendo cosa era meglio fare. Quella luce violenta allampante per una frazione di secondo incendiò la sua ragione, proprio mentre il giallo ocra dei fiori di zucca dentro al lavabo si tramutarono come gigli di candido splendore. Un urlo disperato uscì dalla sua bocca, mentre in un fascio di nervi tramutò l’intero corpo! Sapeva cosa fare! Anziché andarsi a rifugiare in cantina per mettersi in salvo, come buon senso avrebbe voluto, corse! Corse, nella stanza dei libri e sicura afferrò il quadernaccio dove aveva annotato tutte le litanie imparate dalla nonna nelle notti giuste. Ve n’era una che i marinai usavano per placare la coda di drago, ne era certa. In un attimo la trovò la divorò con gli occhi e se la risuonò nella mente, mentre a gran salti era già dietro la porta pronta a sortire di casa.

Un brivido siderale la attraversò nella schiena.

Avvolse lo scialle sulla testa, annodandolo prima sotto al collo e poi dietro la nuca. Uscì come un’ossessa correndo a perdifiato, mentre saltava tra gli interstizi delle foglie tra le piante e le zucche, con l’attenzione di non inciampare. Corse fino al capanno degli attrezzi, mentre la pioggia mista a grandine le si rovesciava addosso come fosse brecciolino di pietre lanciate di proposito su di lei. Poggiò un piede alla porta e con tutta la forza che aveva in corpo tirò la leva che sbloccava il chiavistello. Sotto la pressione del vento le ante della porta del capanno si spalancarono verso l’interno e lei rotolò a terra tra il fango e la ghiaia di ghiaccio.

Si rialzò, strofinando le mani sul vestito e corse alla parete dove ai chiodi erano appesi i piccoli arnesi. Tra di essi, lesta individuò la falce dal manico nero e brandendola in aria a passi decisi, contro al vento fuori sortì.

La Ddraunara era giunta ai piedi della collina sopra al possente carrubo secolare che spelacchiato tremava. Era una follia quella che stava per compiere, se ne rese conto, ma era una follia che andava vissuta fino in fondo per l’esistere di un attimo, per la morte eterna, per il candore dei fiori di zucca, per le zucche che doveva salvare, attraverso la saggezza antica che forse a nulla avrebbe potuto: svelandosi come tutte le preghiere a dio che da bambina recitava, ma poi il mondo malvagio lo stesso rimaneva. Era una follia lo sapeva, ma sotto la grandine contro al vento impugnando saldamente la falce, alzò il braccio, andando incontro alla bestia pronta a urlare le parole antiche che vibranti e a squarcia gola contro il frastuono assordante della Ddraunara avrebbe proferito.

Tre fendenti avrebbe dovuto lanciare. Ricordava bene.

Brandì il primo colpo in aria e urlando più che potè:

Bedda Matri ri lu ùoscu i
nta na càmmira stapìa
cu nu llibbru na li manu ca ligghìa,
n'àncilu a li pieri cci rurmìa.
Sùsiti àncilu, nun normìri
ca tri nùuli viru venìri:
una ri acqua, una ri vientu,
una a cura ri ddraunara.

Ansimò voracemente, l’aria le entrava in bocca gonfiandole le gote. Respirò più volte a fondo e tornò a brandire la falce contro la Ddraunara ormai a poche decine di metri da lei. Allargò le gambe per cercare stabilità e braccio al cielo, continuò il suo urlare:

Pigghiamu n’cutieddu ii
spaccamula nta lu mìenzu 
ittàmula nta na cava scura 
unni nun ci canta iaddu, 
unni nnun ci luci luna, 
unni nun ci rregna nessuna criatura.

La disperazione era in lei, vibrava eroicamente convinta che sua nonna, sua zia e tutti i suoi antenati non l’avrebbero lasciata sola in quel momento. Volando dentro al vortice in quel frangente, sapeva che tutte al fianco le avrebbe ritrovate, nei suoi ultimi istanti di lucida follia. Aveva brandito due volte la falce e non tre, aveva recitato tutta la litania. Non aveva parole antiche da dire e tornando a brandire per la terza volta la falce questa volta convintamente improvvisò:

O sìti na diavola iii
o sìti na Matri bedda 
a lu scuru puru Vui!,
se stu malignu nun pigghia nautra strata,
pi la paci di li beddi cucuzzi miei.
Se propria quarc’unu s’ha da sacrificari: 
ccà sugnu! Pronta sugnu! 
Faciti ca si porta sulu a mia!

A quelle parole, cadendo per terra nell’ultimo sforzo lanciò la falce contro la base della tromba d’aria, pronta ad essere anche lei risucchiata nel vortice, consapevole che la sua vita in terra sarebbe finita per sempre in quel preciso momento.

Come d’incanto la tromba d’aria si apri in due e la parte più consistente schizzò rapida a oriente, mentre una più piccola si sollevò dal suolo proiettandosi alla svelta verso l’alto. Donna Marina aveva gli occhi spalancati e il suo corpo vibrava di un’energia profonda senza tempo. Si raggomitolò per istinto e a bocca aperta, nell’incredulità sua e dei suoi avi vide la Ddraunara fuggire via dalla contrada Timpunedda, rallentando la sua corsa mentre saliva in cielo nella direzione di Rosolini.

Ora che aveva salvato se stessa, le piante dell’orto e sopratutto le zucche, Donna Marina pensò che era giunta l’ora delle scacce, e tra breve si sarebbe rialzata per andarle ad ultimare. Le era venuta tanta fame. Rotolò su se stessa quel che le bastò per guardare il casale e sorrise. Vide il paese sullo sfondo, con sopra il cielo che andava aprendosi. Anche la rumorata del vento stava placando. Desiderò un po’ di silenzio ma non ci sperò più di tanto, se conosceva bene a quelli che dirigevano le baracche su in paese, tra poco avrebbero iniziato a sparare i soliti colpi di mortaretto e bummi.

Della stessa vicenda della tromba marina di quel 2 novembre 1865, v’è un resoconto del Signor Sindaco di Spaccaforno redatto per dare notizia al Signor Prefetto di Siracusa, così come riferito nel volume secondo dei libri su “Spaccaforno nel secolo decimonono” di Leonardo Arminio, che alla pagina 203 riporta la vicenda per come la videro dal paese e, io penso, probabilmente in modo particolare dall’affaccio del piazzale di Jèsu.

Poiché dell’esistere di Donna Marina, né il Sindaco né Leonardo Arminio parlarono, a me qui è toccato il privilegio di narrarne di Lei, almeno un po’.

Scrisse il Sindaco di Spaccaforno:

Si vide sortire dal posto della Marza, di rimpètto al lato sciroccale del paese, una tromba marina segnante una colonna a grandi dimensioni che a camin vorticoso si avvicinava all’abitato arrecando danno agli alberi di grosso fusto.

Fu la carità divina che in vicinanza del paese, nello spirar di libeccio, cambiò direzione verso greco. Mentre minacciava invadere i quartieri orientali dell’abitato non può fraseggiarsi il terrore, i pianti e le grida di tutta l’intiera popolazione che, ancorché pioveva, si slanciava lacrimando in mezzo alle strade e per vedere e per allontanare con preghiera l’invadente flagello.

E con questo devoto popolo tributò sentimenti di grazie al Cristo protettore della Città.”.

© Saro Fronte – racconti – tutti i diritti riservati

i –

La Madre Bella del bosco
in una camera dimorava
reggendo in mano un libro che leggeva,
un angelo ai suoi piedi dormiva.
Alzati angelo, non dormire
che tre nuvole vedo arrivare:
una d’acqua, una di vento
e una a coda di tromba marina

ii –

Prendiamo un coltello
spacchiamola in mezzo
buttiamola in una cava tenebrosa
dove non c’è gallo che canti,
dove non c’è luna che risplenda,
dove non può regnarci nessuna creatura.

iii –

O siete una diavola
o siete una Madre bella,
nelle tenebre pure Voi!
se questo maligno non cambia percorso,
per la pace delle mie belle zucche.
Se d’avvero qualcuno si dovrà sacrificare:
qua sono! Pronta sono!
Fate si che si porti solo me!

Nota dell’Autore:

Il racconto Marina di Saro Fronte ed il racconto Carmela di Daniela Thomas, sono stati scritti dopo uno scambio di informazioni intorno all’evento della tromba marina che sfiorò il paese di Spaccaforno nel anno 1865.

E’ stato concordato tra gli autori l’utilizzo di comuni “ingredienti” come esercizio di stile,  che non vi sarà difficile individuare in entrambi i lavori.

Buona lettura.