L ora in cui

Questa è l’ora in cui, tra un mirto ed una boccata di narghilè, mi viene tanta voglia di parlare con te, andando oltre la stupidaggine dei dialoghi muti.

Riempio ancora il bicchiere, magari dopo mi si scioglieranno addosso le parole, anche se so per certo che non ti raggiungeranno.

Ti ho pensato molto in queste settimane, dal nostro buffo incontro di quella sera, tra tanta gente, intorno al buffet a Villa d’Anna. Cosa si festeggiava? Non ricordo più. Siamo riusciti a ridere di noi. Tu per prima, e non per il mio funambolare con i piatti tra le mani ed il bicchiere sorretto dai denti, ed io dopo, e non per l’oliva ribelle che cercavi d’infilzare ed è volata, imbucandosi nel mio bicchiere.

I nostri occhi si sono accarezzati ed hanno riso di noi, non dell’incidente.

Dopo un po’ mi sei passata accanto. Lo hai fatto di proposito, non c’era altra ragione per transitare oltre la siepe della piscina, in quel momento, mentre c’ero soltanto io a guardare il nulla: verso l’orizzonte dove il mare è soltanto un’ipotesi sotto al cielo nero senza stelle e senza luna. Ti ho vista, sai? Hai sfiorato il sopracciglio con l’indice e ti sei appuntata la ciocca di capelli dietro l’orecchio, guardando nella mia direzione, mentre credevi che non ti avrei vista. Per questo poi son venuto accanto a te, quando sei rientrata nel cortile e hai alzato appena il mento in segno di saluto: mentre la tua bocca rimaneva severa erano gli occhi, dietro gli occhiali, che tradivano il sorriso che in quel momento dentro avevi. Mi sono avvicinato per scambiare due parole mute, e quella tua risata, inattesa, e il candore dei tuoi denti sotto le morbide labbra, mi hanno messo il buon umore per il resto della serata. Anche dopo a casa, quando Giulia è andata a letto io ridevo. Mi sono stretto al plaid, in veranda, per tenere solo per me il tepore di quel nostro incontro. So che il vento aveva spazzato le nubi e ormai c’erano le stelle, ma non le ho guardate. Non le desideravo, avevo già il dono di quel momento.

Oggi ho rubato al tempo dieci minuti, solo per me, e allora sono andato nell’orto per vedere se c’era qualcosa da raccogliere. Soffiava un po’ di vento. Vento di Novembre, tra le foglie rinsecchite. Umidità e profumo d’inverno, di già. Il tronco robusto del noce, come la pelle rugosa di mio padre, non ho resistito e gli ho fatto una carezza. Poi sono salito sul pino, volevo sedere tra il verde della chioma, e ho sentito il suono del vento. Ho sentito che lì dentro il vento fa “uuuhuuhuuhhh uuuuuuuuhh”: è fantastico. Oggi ho scoperto che il vento fa davvero quel suono, ed ho pensato alla canzone dei bambini, quella che dice che “i bambini fanno ooooohhh”. Mi ci vedi mentre scopro che nella realtà il vento, fa davvero “uuuhh”?

In quel frangente gli aghi del pino sono diventati gli scuri della mia realtà. Ho chiuso gli occhi ed ho annusato.

Ricordi il profumo delle gomme nuove il primo giorno di scuola? Non so perché ma mi è venuto in mente.

Penso a noi che sussurriamo mentre in sala son tutti attenti al film. Ci pensavo ieri mattina all’alba, mentre correvo sulla spiaggia.

Non so perché mi spunta fuori quest’immagine, mentre i gambi delle cipolle secche, coi semi che pendono, mi dicono che dovrei zappare l’orto; dovrei fare un falò dei pomodori ormai estirpati; portare in casa la grossa zucca arancio scampata ad halloween.

Ho trovato una mandorla; l’ho schiacciata; l’ho mangiata.

Ho raccolto un melograno.

Proficuo il mio viaggio nell’orto. Questo volevo dirti adesso, anche se non riuscirai ad ascoltare: mentre svuoto il bicchiere del mirto e il vento dentro me intona suo “uuuhhh!”.

© Saro Fronte – racconti – tutti i diritti riservati