E acquedotto fu

Uno degli aspetti ricorrenti che emerge dalla lettura delle cronache di Spaccaforno, svoltesi intorno alla metà del 1800, mi sembra sia la totale inettitudine dei suoi amministratori, che ancorché difendere e promuovere l’interesse pubblico danno l’impressione di seguire l’interesse per la sopravvivenza nella carica. La loro noncuranza a ciò che accadeva mi sembra sia stata la regola seguita, in modo che gli interessi dei prevaricatori e degli usurpatori potesse perpetrarsi indisturbatamente. Si assisteva a richiami del Prefetto di turno, nei confronti del Sindaco di turno, affinché vi fosse più impegno nell’esercizio delle funzioni amministrative, non ultimi quelli sul controllo della sicurezza e i compiti di polizia: come nel caso in cui viene sollecitata dal Prefetto la restituzione alla utilità di tutti di quelle strade e trazzere pubbliche, che i possidenti terrieri in Spaccaforno, usurpano, chiudono o recintano, ritenendole di esclusivo uso privato.

Fino a prima dell’anno 1880 la polizia giudiziaria era in capo alla responsabilità del Sindaco, quel che emerge per i tantissimi fatti di cronaca è che spesso negli atti viene scritto che dell’accaduto non era responsabilità di nessuno. Molti sono quindi i casi di morti registrate come suicidio: anche quando l’ucciso veniva trovato sparato al fianco e a distanza.

Nel tempo mi sono fatto delle idee su come fosse la vita in Spaccaforno in quel secolo, ne ho avuto modo di scrivere nella novella Ciccio Valenti1. Ma quel periodo ogni tanto torna a bussarmi in testa, perché ha degli aspetti estremamente inquietanti: immaginate un paese, Spaccaforno, dove la popolazione era intorno agli ottomila abitanti, la maggior parte braccianti per la campagna in anni funestati da siccità, dove la fame del popolo non era arginabile, perché non era nemmeno possibile la semina del grano, quando mancavano le piogge. Con i vari cicli di malattie contagiose quali il colera a falcidiare la popolazione, che ovviamente viveva in condizioni igienico sanitarie fatiscenti. Le menti del popolo, come quelle dei dottori si lasciavano andare alle elucubrazioni con rimedi e messe in opera che hanno dell’assurdo. Non v’erano fogne, non v’era acqua potabile, i morti venivano seppelliti malamente nel giardino di Jésu, o nelle chiese (i numerosi bambini in quella di Sant’Antonio) e gli altri dove capitava, quando capitava. Tanto che l’odore dei cadaveri in putrefazione era insopportabilmente nauseabondo nell’aria e molte malattie continuavano ad essere alimentate.

Le armi erano diffusissime tra la gente e le sparatine e gli accoltellamenti all’ordine del giorno, così come i furti, le rapine erano pane quotidiano o quotidiano per il pane se preferite, perché in qualche modo comunque bisognava sopravvivere. Aggiungeteci la pratica diffusa per gli stupri e tante erano le fughe di figlie o figli che sottraevano i beni che riuscivano a racimolare in casa e in tal modo facevano perdere per sempre le loro tracce.

Spaccaforno vantava il primato del clero, la presenza di preti, spesso senza incarico era in percentuale tripla rispetto alla media che c’era nel resto dei comuni dell’isola. Tanti i preti e i monaci che vivevano di bivacco, con la pratica di strambi artifizi, e molti di loro conducendo vita dissoluta e di totale malaffare: con disinvoltura tale da non manifestare nessuna parvenza di religiosità.
Una delle pratiche più diffuse per la sopravvivenza era rappresentata dalla prostituzione, che era mestiere praticato con costanza, come costante era la diffusione delle malattie veneree tra donne e uomini. Non di rado i mariti ammazzavano le mogli, per questioni d’onore, e non raramente gli uomini vivevano del meretricio delle loro donne, mogli o figlie che fossero.
Ecco, se avete un’idea romantica della Spaccaforno che fu, tenetevela cara, nella realtà i fatti erano sanguinari, con coltellate e scioppi; il fetore era l’unico odore che avrebbe attraversato le vostre narici percorrendo le vie, e gli amministratori pensavano al proprio interesse come se la cosa pubblica fosse pubblicamente da fottere, perché non cosa propria.

Alla fine dell’ottocento tale Gaspare Amico, un illustre Spaccafornaro ex garibaldino nell’impresa dei mille (andato a vivere a Firenze e poi a Catania, diventando studioso e apprezzato giornalista, rimanendo Spaccafornaro nel cuore, tanto che a Spaccaforno ci tornerà successivamente e ivi morirà all’età di 82 anni nel 1923), si incavolò seriamente, di fronte all’inefficienza dei Sindaci e degli amministratori di cui gli giunge notizia, quando seppe della  pensata che questi avevano avuto insieme ai nobili della città che ipotizzavano come priorità quella della costruzione di un teatro comunale. Quando invece la gente comune del paese non aveva nemmeno l’acqua e per sola responsabile inefficienza degli amministratori, che pur avevano a disposizione i fondi dello Stato per la realizzazione di un acquedotto pubblico, erano talmente incapaci che i soldi del prestito stavano per perdersi. Nell’anno 1876 Gaspare Amico, ipotizzando di dover lasciare Firenze, e trasferirsi per un breve periodo a Spaccaforno, al fine di sistemare un po’ le cose, prende carta e penna, e minaccia gli amministratori nel caso in cui costoro continuassero a caldeggiare l’idea della costruzione di un teatro. Scrive:

Se di questa cosa non se ne dovesse più parlare, allora ditemelo esplicitamente e tutto sia finito. In tal caso vi dichiaro, però, sin da ora che verrà il tempo che io verrò a Spaccaforno e ci verrò con l’ambizione di diventare Sindaco almeno per sei mesi; vi prometto di fare in sei mesi ciò che tutti i Sindaci passati e presenti non avete fatto da oltre 16 anni e la prima cosa che farò sarà una magnifica fontana in piazza della Matrice perché credo che la prima necessità del paese sia una cura generale idropatica di tutta la popolazione, non escluso i ben pensati, sembrandomi che dentro il cranio di tutti, in luogo di cervelli, ci siano vermini e ranocchie prodotti dall’abuso di acque piovane fermentate nelle cisterne. Una cura termale non dovrebbe essere neppure inopportuna per le affezioni erpetiche, cutanee, scrofolose e rachitinose di molti altri nostri concittadini e patres patriae”2

Nel 1913 l’acquedotto in Spaccaforno fu.

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1 (libro “Cafè di Sicilia” di Saro Fronte)

2(da Leonardo Arminio – II vol. “Spaccaforno nel secolo decimonono”)