I Carbonari del Sospiro

Mettetevi comodi se potete – come adesso farò anch’io – ora che non c’è più una coltre di polvere a nascondere questa storia altrimenti dimenticata.

La luna quasi piena ha rischiarato il buio agevolando il viaggio fatto a cavallo dal Sacerdote Don Paolo Ruscica, partito segretamente da Avola per giungere nei pressi di Spaccaforno, quando la notte è ormai prossima a cedere il passo al giorno, in quel martedì 25 marzo del 1823.

Ben prima che il cavallo del Sacerdote possa imboccare le curve della strada della barrera – poco fuori dal paese – ad attendere il prelato c’è un altro cavaliere. Si tratta di un altro Sacerdote, Don Innocenzo Leontini, il quale – per prudenza – ha deciso che non farà percorrere le vie del centro al suo collega avolese: per questa ragione lo ha atteso dinanzi al vignale San Giovanni, al fine di condurlo oltre Spaccaforno, attraverso una strada più discreta. Insieme si avviano verso la scala nuova, attraverso la quale i due sacerdoti risalgono il costone roccioso dell’altopiano Calandra, e lambendo l’abitato agevolmente raggiungeranno l’Eremo di Maria delle Grazie, dove ad attenderli ci sarà un terzo Sacerdote: Don Pietro Caccamo.

Don Paolo Ruscica è un prelato alto sul metro e ottanta, dai capelli folti e volto intensamente ossuto con la pelle che è di un colore olivastro. Appena giunti all’Eremo, Don Paolo Ruscica smonta da cavallo con un balzo atletico e attende qualche secondo prima di poter abbracciare fraternamente il suo amico, collega Sacerdote, Don Innocenzo Leontini: anch’egli un trentenne, più basso e tarchiatello rispetto a Don Paolo, ma decisamente di bell’aspetto. Ha lo sguardo risoluto e la fronte severa, i capelli corti e carnagione di pelle chiara, con una fresca rasatura della barba anche a quell’ora. I due Sacerdoti si guardano sorridenti, come fanno due vecchi amici che si rivedono di tanto in tanto, e la loro attenzione è lesta a scrutare tutti i segni del cambiamento nel tempo trascorso, per come si affaccia sul volto dell’altro. Entrambi dell’altro conoscono ogni particolare, perché sin dalla tenera età entrambi furono contemporaneamente seminaristi al collegio di Siracusa.

Dall’altura dell’Eremo di Maria delle Grazie è possibile scorgere le tre nuove chiese edificate a Spaccaforno dopo il grande terremoto, le loro imponenti sagome si stagliano nettamente sul cielo rischiarato dal chiarore che sorge ad oriente. Don Paolo Ruscica lascia le mani di Don Innocenzo e a passi rapidi si avvicina a Don Pietro Caccamo che, fino a quel momento, non si è mosso da vicino al fuoco che sta curando, in prossimità dell’ingresso del piccolissimo Eremo sperduto. Don Pietro Caccamo è di un’altezza sul metro e sessanta, con in testa una striscia di capelli corvini che vanno dietro al cranio da una basetta all’altra, sopra le quali in testa riluce una candida pelata che armonicamente si assestata su suo viso paffuto e godereccio. E’ il più anziano dei tre preti convenuti, essendo un quarantenne nel pieno del disincanto dalla vita, dalla curia, ma è pur sempre ligio al dovere, quando il richiamo al proprio obbligo sembra arrivare direttamente da Sua Eminenza il Vescovo. Don Paolo Ruscica, porge i saluti dell’alto Prelato di Siracusa a Don Pietro, e questi lo ringrazia offrendogli i propri omaggi da riferire e porgendo la mano destra al collega Sacerdote, onde evitare baciatine e abbracci.

Don Paolo Ruscica a quel punto, spicciati i convenevoli, chiede scusa e si allontana di prescia, impellente è diventata l’urgenza per lui di fare acqua. In un qualsiasi altro giorno, dinanzi ad un panorama così incantevole come quello che si distende proprio sotto ai suoi piedi – mentre lo scroscio del getto d’acqua azzittisce bruscamente il canto delle cicale, in un qualsiasi altro momento, Don Paolo avrebbe ringraziato il cielo con una preghiera, per armonizzare se stesso a così tanta bellezza che il creato gli consente di ammirare, ma quella mattina altri sono i suoi pensieri e l’unica bellezza che si sente di dover e poter contemplare è quella che ha dentro di sé, nell’eccitazione per la missione che è stato chiamato a compiere. Si ricompone riabbottonando la talare e silenziosamente raggiunge i due Sacerdoti spaccafornari.

Prima mangiamo!” Avverte Don Pietro Caccamo, con il tono di chi non ammette obiezioni. E obiezioni non ne sorgono.

Don Paolo Ruscica si lascia cadere seduto su un sacco di juta pieno di frumento. Al suo fianco si dispone Don Innocenzo Leontini, che tira un sorso al carratieddu del vino e dopo si stia il muso sul dorso della mano. Poi, interrompe il silenzio e innalzando il carratiddu al cielo, proferisce il vaticinio: “Alla volontà di San Teobaldo!”.

Alla volontà di San Teobaldo” risponde prontamente Don Paolo Ruscica, che afferra il carratieddu e lo bacia anch’egli per sucare una buona boccata di nettare di vigna.

A stomaco vuoto siete ancora” li ammonisce Don Pietro Caccamo, aggiungendo più conciliantemente “datemi cinque minuti e sarà pronto anche per il Padre il Figlio e lo Spirito Santo.”.

Per il Padre il Figlio e lo Spirito Santo” rispondono in coro Don Paolo e Don Innocenzo, segnandosi al petto con il cenno della croce.

E per Maria delle Grazie!” aggiunge Don Innocenzo Leontini, chiudendo gli occhi.

Tutti e tre in coro intonano “Ave, Maria, grátia plena, Dóminus tecum. Benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus. Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus”.

Don Pietro Caccamo, con una lunga vìria torna a stuzzuniare fuoco. Vuole accelerare la formazione della brace e nella sollecitazione del bastone di legno, numerose sono le faville rossastre che si proiettano saettando tra il bagliore delle fiamme tremulanti. Don Pietro Caccamo ha fretta di avere a disposizione una consistente brace. Ha già pulito le cipolle novelle e tirato fuori le olive in salamoia dalla boccia. I suoi ortaggi sono pronti per essere adagiati direttamente sul fuoco, mentre una corda di salsiccia giace di già arrotolata sopra la griglia, anch’essa pronta per essere posta sopra i carboni ardenti. Don Pietro ha organizzato una frugale colazione per accogliere il prete venuto da Avola, ché non si abbia a riferire a Sua Eminenza il Signor Vescovo che dalle parti dell’Eremo delle Grazie c’è qualcuno che istiga seriamente al digiuno.

Il sole ha illuminato interamente a giorno tutto il cielo che limpidamente riluce. I raggi caldi iniziano a distendersi anche sulla terra, preannunciando imminente tepore. E’ giunta l’Ora Prima, nel ritmo delle liturgie del giorno, e i tre sacerdoti pregano e discutono sottovoce, con il boccone di salsiccia sotto ai denti – trovando l’accordo tra le olive e le cipolle – per come procedere in quella giornata, ma di comune intesa, vista la delicatezza della questione decidono di mettere da parte il vino per quel giorno. Bisognerà che ciascuno sia sobrio, infatti questo sarà il giorno in cui a Spaccaforno sta per essere costituita quella che fu la più meridionale tra le logge della Carboneria sorte nel Regno.

Due anni prima il Papa Pio VII era stato costretto a condannare pubblicamente gli affiliati alla Carboneria, riconoscendone il carattere di società segreta con la bolla Ecclesiam a Iesu Christo, aveva equiparato i “carbonari” alla stregua di “massoni” e, conseguentemente, era scattato per tutti gli affiliati il decreto di Scomunica. Era stato un atto dovuto quello del Papa, ma sotterraneamente – invece, se non il Papa in persona -, c’era chi in Vaticano avallava le logge eversive e per questo ben foraggiate risultavano alcune iniziative tendenti a destabilizzare il potere dei regnanti nel Regno delle Due Sicilie. Il 28 Settembre del precedente anno 1822, il Re Ferdinando I di Borbone dal suo conto aveva firmato il Decreto che metteva fuori legge ogni tipo di associazione segreta a carattere settario, e in tal modo aveva avviato in tutto il meridione una feroce repressione nei confronti di tutti i cospiratori.

I tre Sacerdoti sapevano che non si poteva procedere all’affiliazione alla Carboneria, di uomini che appartenevano alle due principali confraternite religiose del paese: quella di Santa Maria e quella dell’Annunziata. Tra i componenti delle due associazioni vi erano indubbiamente persone aperte all’interesse degli ideali liberali, ma il Credo su quale tipo di Signore del cielo venerare, sembrava distoglierli da ogni altra attività del pensiero, infatti bastava essere un cavaro di Santa Maria devoto al Cristo Flagellato alla Colonna o un nunziataro dell’Annunziata devoto al Cristo che porta in spalla la Croce, per avere come unico e solo scopo di vita quello di azzuffarsi e mettere alla berlina un confrate appartenente alla confraternita avversa. Ma se per le faccende del Signore del Cielo i confrati erano disposti a belligerare, ciò non valeva per il riconoscimento di quale Signore fosse l’unico e solo a comandare in terra di Spaccaforno, e in paese in quegli anni il Sommo Signore che regnava era il Conte Enrico Statella. Tutto il popolo di Spaccaforno era fedele ai Signori del Casato degli Statella, che a loro volta erano alleati fedeli dei Borboni e sudditi irreprensibili del Regno di Sua Maestà Ferdinando I. Gli spaccafornari sapevano con esattezza quali erano le proprie origini e da che parte soffiava il vento, anche senza la necessità di alzare uno sguardo verso la sommità della facciata della Chiesa Madre, dove era stata posta una bandierina metallica che era libera di ruotare sotto la pressione del vento per indicare visivamente la direzione del momento, e anche senza la necessità di guardare un po’ più in basso in quella facciata della chiesa, ogni spaccafornaro sapeva che era lì in evidenza lo stemma araldico del Casato degli Statella – Principi del Cassaro e Marchesi di Spaccaforno – ben scolpito nella pietra, per durare immutabilmente per i secoli dei secoli.

Ma, se il vento nel Regno delle Due Sicilie minacciava veramente di spodestare i Borboni, mettendo a rischio anche l’autorità degli Statella, bisognava che in paese fossero altri nobili, dei Baroni quantomeno, a prendere in mano la situazione traballante e spiegare il nuovo “credo politico” che avrebbe dovuto diffondendosi, iniziando a farlo dall’interno delle Rettorie delle chiese dell’Annunziata e di Santa Maria, per questo i tre Sacerdoti riuniti all’Eremo di Maria delle Grazie, in quella mattina avevano individuato nel Barone Don Pietro Modica quella testa d’ariete che avrebbe dovuto aprire un canale diretto con la confraternita dell’Annunziata; e nel Barone Don Corrado Gambuzza quella d’arco di ponte che avrebbe prontamente intessuto la tresca con i confratelli di Santa Maria. E così si era proceduto. Don Paolo Ruscica aveva avuto dei colloqui in privato, prima con il Barone Don Pietro Modica e subito dopo con il Barone don Corrado Gambuzza, il primo era stato rintracciato e accompagnato in Eremo da Don Innocenzo Leontini e del secondo si era occupato Don Pietro Caccamo. Il convincimento dei Baroni, come previsto, era stato rapido e immediato, inquantoché entrambi i Baroni erano notoriamente ostili al dominus Signor Conte Don Enrico Statella, ché in una pubblica occasione – pochi anni prima – aveva sbeffeggiato entrambi, additandoli di insano legame e probabile unione pederasta: “salda come quella di una corda con il secchio” era stato letteralmente detto. Unica accortezza richiesta dai due nobili fu quella di rimanere al momento nell’ombra e che la loro appartenenza alla Carboneria si sarebbe manifestata soltanto al momento opportuno, ossia soltanto quando per mezzo del Telegrafo sarebbe arrivato dall’Inghilterra, contemporaneamente in tutte le sedi telegrafiche del regno delle due Sicilie, il messaggio che avrebbe dato il via al grande progetto rivoluzionario per la destituzione dei Borboni. E così si era giunti alla Ora Terza delle liturgie di quel giorno. Un’ora dopo che il Barone Modica e il Barone Gambuzza avevano lasciato l’Eremo di Maria delle Grazie, con grande soddisfazione del Sacerdote Don Paolo Ruscica, con sommo gaudio del Sacerdote Don Innocenzo Leontini e nell’indifferenza più totale del Sacerdote Don Pietro Caccamo, a cui non gliene fotteva una benemerita minchia ma continuava a fare il suo dovere perché il suo personale vento gli diceva che il Vescovo gradiva così. I tre Sacerdoti furono pronti a passare alla terza fase della giornata, ossia quella che poteva essere resa pubblica ad un più ampio ventaglio di partecipanti, e da quel momento in poi ufficialmente il Sacerdote Don Paolo Ruscica, si sarebbe detto che trovavasi in località di Spaccaforno, per contrattare l’acquisto di grosse quantità di Frumento in nome e per conto dei vescovati di Siracusa e Messina. Entro la Ora Sesta di quel giorno, quando il sole spandeva caldi e luminosi raggi perpendicolari alla terra, tanto che ci si dovette mettere all’ombra del grande di carrubo situato a sud dell’Eremo di Maria delle Grazie, ben quindici persone si ritrovarono a parlare delle faccenda delle “vendite” di frumento. Nel linguaggio segreto le cellule e i gruppi di carbonari erano comunemente definiti “vendite” e tra di loro i carbonari si chiamavano “cugini”. In quell’ora all’ombra, oltre ai tre sacerdoti, erano presenti: Don Luigi Leontini (fratello di Don Innocenzo); i fratelli Don Antonino e Don Gaetano Zuccaro; i fratelli Don Ferdinando e Don Antonio Sorrentino e il loro cugino Don Giuseppe del medesimo cognome; Don Silvestre Figura; Don Pietro Capuano; Don Pietro Palermo; Don Giovanni Santocono; Don Carlo Paternò; e Don Antonio Modica.

Quindici persone sotto una maccia di carruba, anche se erano fuori dal paese, non passarono inosservati, infatti a loro si interessò tale Don Paolo Favi, che pur non essendo stato invitato, non resistette alla tentazione di sapere il motivo di tale insolito assembramento di persone. Don Paolo Favi non ebbe modo di capire esattamente cosa era testé accaduto, perché quando arrivò alcuni immediatamente si dileguarono, poiché in effetti si era già conclusa la parte importante di quel convegno. C’era stato il discorso del Sacerdote Don Paolo Ruscica, l’intervento del Sacerdote Don Innocenzo Leontini e l’accalorato appello di Don Antonio Zuccaro, che da subito parve persona nata per essere un devoto delle causa rivoluzionaria. Erano state pronunziate parole di elogio per la Felicità dei Popoli; ardenti gli animi si erano tesi ad ottenere la sospirata Libertà; ammirata era stata la nazione di Francia, e quella d’Inghilterra, e tutte le altre Nazioni in cui i popoli si erano coalizzati per la liberazione dalle oppressioni. Si era detto che fra non molto tempo anche il governo del Regno delle due Sicilie sarebbe stato preso nelle mani dei Carbonari, ed erano già nel controllo degli uomini affiliati, sia il partito del popolo che l’intera moderna rete delle comunicazioni con i Telegrafi. Si disse che era giunto per i Siciliani il momento di eguagliare le gesta di Spagna dove con il sangue si era in lotta per la Libertà. Si sognò che era giunto il tempo che nell’Italia tutta, come in Calabria, Sicilia e in Sardegna, si sarebbe fatto un simultaneo rotear di spade e uno scoppiettar di moschetti e col sangue sarebbe giunta la messa in opera del Grande Disegno Universale della Libertà e della Giustizia. Tra i presenti erano già stati fatti i voti del silenzio, e quando don Paolo Favi chiese conto di quanto stesse succedendo, gli fu detto dal Sacerdote Don Pietro Caccamo che la diocesi di Siracusa aveva voluto convocare dei produttori di frumento spaccafornari per la contrattazione anzitempo sul prossimo raccolto di luglio. Don Paolo Favi in quel momento si calò – e non si calò – la mezza minchiata, ma se così gliela avevano contata, così – pari pari – se la sarebbe rivenduta a chi sapeva lui.

La riunione si era sciolta e il Sacerdote Don Paolo Ruscica aveva ripreso la strada di ritorno per la città di Avola. Gli spaccafornari se ne tornarono ciascuno nelle proprie abitazioni convinti del voto di silenzio sul quale avevano giurato certi che nessuno dalla loro bocca avrebbe mai sentito le parole che quel giorno avevano animato i loro cuori. Il Sacerdote Don Innocenzo Leontini, si precipitò dentro l’ufficio del Telegrafo, perché da quel momento la sua missione sarebbe stata quella di avere facile accesso e libertà di movimento dentro le carte che si scrivevano in quell’ufficio. Il compito non gli sembrò complicato da attuare, infatti aveva già un rapporto diretto con la signora Matilde Incardona in Ventura che era moglie del telegrafista signor Gianmarco. La signora Matilde Incardona in Ventura era assai piacente ed era una pecorella che nel suo confessionale si inginocchiava. Le fantasie della donna molte volte lo avevano fatto sudare freddo, e molte volte la sua immaginazione si era unita a quella della femmina, ma il suo voto di castità fino a quel momento tra patemi e sconquassi, aveva retto. La signora Matilde Incardona in Ventura moglie del telegrafista signor Gianmarco, sarebbe stata la sua complice a qualunque costo, sarebbe stata lei a dargli accesso a tutte le copie delle telegrafate che in ufficio arrivavano, perché don Innocenzo era al corrente che il signor Giammanco, nella propria abitazione conservava giornalmente tutte le copie dei messaggi che transitavano per l’ufficio. Don Innocenzo avrebbe portato a termine il suo compito anche al costo di doversi smutandare per il gaudio della signora Matilde e forse finalmente anche per il proprio. Il Sacerdote Don Pietro Caccamo, finalmente poté togliersi la cammurria della tonaca e alla nuda nello stagnone d’acqua dietro all’Eremo di Maria delle Grazie, si cafuddò: per arrifriscarsi i pensieri, ché tutte quelle minchiate in un solo giorno erano state assai, per uno come lui che nella vita avrebbe voluto essere un eremita, ma non sapeva fare a meno della gloria che è nel buon cibo, per lui che lodava ogni sera tutto il misticismo che si celava dentro al litrozzo di vino del Burgio.

Chi non tornò a casa quel pomeriggio fu Don Paolo Favi, il quale andò immediatamente a cercare il Conte Enrico Statella, per riferirgli di quanto aveva scoperto. A palazzo apprese che il Signor Conte Enrico si era recato a Modica e che entro la giornata avrebbe fatto rientro in Spaccaforno. Don Paolo Favi si recò all’uscita del paese, là dove finisce il Corso di Longa Matrice 1 e la strada immette nella trazzera carrabile che conduce alla città di Modica. Vi era un altro grande albero di Carrubo in quel vignale all’attraversamento della trazzera, tra le timpe in quel preciso punto dove iniziava la campagna dei cugni.

A questo punto dovrei narrarvi di come trascorse quelle ore Don Paolo Favi, ma consentitemi di assentarmi per qualche minuto, ché ho una telefonata urgente da fare. Nel frattempo, come trascorse quelle ore Don Paolo Favi, ve lo faccio raccontare direttamente dalle parole che in proposito scrisse l’illustre Notaro A. Moltisanti, nel suo libro dedicato a Spaccaforno del 1950, dove esattamente alla nota nr. 189 testualmente scrive: “I vecchi di Spaccaforno hanno lasciato la tradizione che … Don Paolo Favi nella lunga attesa del Conte smaniava e sospirava seduto sotto un albero. I sospiri del Favi fecero attribuire alla località in cui vegetava detto albero il nome di <<maccia o suspiru>> albero del sospiro, nome che è tuttavia usato per indicare la detta località che trovasi all’entrata dell’attuale abitato venendo da Modica.2

Fatta la mia telefonata, rieccomi. Bellissimo lo “smaniava e sospirava seduto sutta a maccia o suspiru” andiamo avanti va’.

Arrivò da Modica il Conte Don Enrico Statella e Don Paolo Favi lo intercettò prontamente, e gli contò la missa dei tre parrini che al mattino aveva visto nei pressi dell’Eremo di Maria delle Grazie.

I giorni seguenti furono giorni convulsi in Spaccaforno. Si celebravano i riti della Settimana Santa e tra le confraternite dei cavari e quella dei nunziatari si preannunciava il solito scoppio di tafferugli, ma quest’anno dalla vicina località di Modica fu mandato in paese un drappello della Regia Guardia a cavallo e un altro appiedato, su iniziativa del nuovo Tenente della Guardia Reale, che in questa occasione aveva assecondato i desiderata del Sindaco di Spaccaforno che ogni anno in quel periodo della Settimana Santa temeva e sudava freddo per i problemi di ordine pubblico che puntualmente in quei giorni avvenivano. Quest’anno i gendarmi di Modica erano per tutta Spaccaforno e tutti quei militi in paese non si erano mai visti prima. Il Sacerdote Don Innocenzo Leontini partecipava alle messe e alle funzioni e ai riti sacri, il suo pensiero più che altro era rivolto al ticchettio del Telegrafo, e quel mercoledì sera si era arditamente lanciato nella beatificazione delle prosperità della signora Matilde Incardona in Ventura. Tra i due c’era stato un incardasciamento tale che, nella minuscola sacrestia della chiesa di San Biagio, era successo l’indicibile a godimento multiplo, e dalla donna Don Innocenzo aveva avuto l’assicurazione che giornalmente avrebbe potuto recarsi nella di lei abitazione, con il pretesto di portarle fino al domicilio la particola per la Santa Comunione. Dopo quella promessa fatta dalla donna, con maggiore ardore Don Innocenzo riprese a solcare i meandri più reconditi di quella femmina, che d’altronde gli faceva bollire il sangue assai assai e da molti anni.

Al Giovedì Santo, Don Innocenzo si flagellò alle spalle, con nerbate vigorose che gli fecero uscire il sangue dalle ferite che si inflisse, ma lui era goduto dentro e non sentiva alcun dolore. Quel sangue che gli colava addosso doveva sembrargli una benedizione del Salvatore, che in tal modo lo perdonava per quel sacrificio perpetrato per portare la Libertà e la Pace tra le genti di tutta la terra, ivi compresa la sua Spaccaforno. I fedeli cavari ammirarono estasiati a Don Innocenzo flagellante, specie quando si spiaccicò a terra, prostrato dinanzi alla Statua di Cristo alla Colonna e immobile rimase per tutta la durata della Santa Messa che precedette la processione del simulacro del Santissimo. E non fu da meno il giorno appresso, quando Don Innocenzo, si fece il percorso del corridoio della chiesa dell’Annunziata con la lingua a trasciuniuni, stricandola sul pavimento quasi dovesse lavarlo con la sua saliva. Dall’ingresso della chiesa fino all’altare maggiore dove era allocata la Statua del Cristo alla Croce, si lasciò ammirare dai fedeli nunziatari, e anche durante tutta la Santa Messa che precedete la processione del Santissimo alla Croce, Don Innocenzo rimase buttato a terra a facciaboccone, che se non lo si sapeva pio e devoto a quell’uomo di Dio, si sarebbe potuto benissimo pensare che il Sacerdote in tal modo stesse dormendo.

Le Guardie Reali di Modica stazionavano e vigilavano in paese. In verità era stato il Nobil Homo in persona, Conte Don Enrico Statella ad attenzionare il Signor Tenente della Real Guardia di Modica, circa affari loschi che alcuni parrini e quattro viddani che si credono galantuomini, probabilmente stavano organizzando nel paese di Spaccaforno. E il Tenente militare integerrimo, che ha una indicazione del Conte non poteva soprassedere, con la scusa del mantenimento dell’ordine pubblico durante la Settimana Santa, fece giungere i gendarmi in paese per scoprire quale minchia di tresca si stava svolgendo e cosa veramente era accaduto nei pressi della località dell’Eremo di Maria delle Grazie.

Il sabato mattina dalla città di Avola giunse a Spaccaforno un emissario che consegnò una lettera a Don Innocenzo Leontini. Questi la lesse, la rilesse fino a quando ben bene gli sembrò di averla capita e prontamente compì il giro del paese, per avvisare personalmente tutti i neo “buoni cugini”, della costituenda cellula carbonara del paese di Spaccaforno. Per quel giorno alla Ora Sesta, che sarebbe stato mezzogiorno in punto, ci si diede appuntamento nel medesimo luogo onde era avvenuta la precedente riunione carbonara, all’Eremo di Maria delle Grazie.

Alla mezza in punto il Sacerdote Don Pietro Caccamo, non si fece trovare nel suo Eremo, così come non convennero in quel luogo né il Barone Don Pietro Modica, né il Barone Don Corrado Gambuzza, perché costoro al momento erano sì affiliati alla cellula, ma la loro appartenenza era nota solamente ai tre uomini di Dio. Gli altri carbonari in pectore, furono tutti puntuali e presenti all’appuntamento. Il Sacerdote Don Innocenzo Leontini, vestiva una tonaca grigia di cotone leggero leggero, sotto la quale si notavano i segni dei bendaggi che recava su tutta la schiena, al fine di proteggere le ferite che si era inferto durante l’auto flagellazione del Giovedì Santo. Anche la lingua aveva gonfia e ci veniva male a parlare, ma con sforzo cercò di fare uscire parole comprensibili, diede lettura e spiegazione dell’enigmatica lettera che da Avola era giunta. Il contenuto criptico della missiva era stato dettato direttamente dalla sede centrale della Carboneria principale dell’isola siciliana. In sostanza ai carbonari Spaccafornari veniva chiesto di sequestrare e rinchiudere in loco segreto il Conte Enrico Statella. Tale azione sovversiva, doveva avvenire rapidamente e senza indugio alcuno, non appena al Telegrafo fosse giunto l’ordine di principio della Grande Insurrezione, quella che sarebbe scattata simultaneamente in tutto il Regno, arrecando un tumultamento di fuoco e fiamme, che avrebbe attraversato l’interezza dello Stato Borbonico.

Nel giorno 30 marzo di quell’anno in Cristo, nella domenica di Pasqua, i Riti e i Festeggiamenti per Resurrezione del Santissimo si svolsero senza incidenti sotto ad un sole che armoniosamente spandeva la sua luce nel cielo, con sì fatta bellezza che si intonava al canto d’amore dei numerosi cardiddi contenti della luce e della stagione del loro innamorato. Tubavano anche i piccioni e le palumme che a mezzogiorno in punto furono liberate nel cielo, per fare Festa di gran Resurrezione, mentre la banda gaudiosa suonava e la gente sorridente si abbrazzava, lungo tutto il perimetro del Corso delle Prigioni3, in segno di Pace e Giubilo per la gloria del Santissimo Risorto.

Solo in pochi sembravano infastiditi dalla presenza della Real Guardia militare, che non si erano ancora allontanati dal paese, nonostante non vi fossero stati incidenti durante le processioni del giovedì e del venerdì santo, e tutto era per una volta filato liscio tra i componenti delle due confraternite rivali.

Nel giorno 31 del mese di marzo, che sarebbe stato il giorno di Pasquetta e nei palazzi dei Notabili ci sarebbero state ancora le cassate dolci del giorno prima da mangiare, mentre in quella dei poverazzi come sempre al massimo si sarebbe cotta a malapena una pentola di cuturro, fu in quella mattina che finalmente i Regi guardiani della sicurezza, appiedati e a cavallo, si arricamparo armi e bagagli, al fine di fare ritorno nella loro stazione della città di Modica. Fu all’alba di quel giorno che gi uomini della Guardia Reale andarono a prelevare il Sacerdote Don Innocenzo Leontini, per condurlo – come da ordine – dritto dritto dentro alle carceri di Modica. Nessuna motivazione fu data ai familiari e nessun avvocato per la difesa del Sacerdote fu ammesso a vederlo prima di una settimana.

Quel che accadde nei giorni successivi a Spaccaforno, fu che i “cugini carbonari affiliati in pectore” tra di loro nemmeno più si salutarono. Nel Carcere di Modica, ciascuno per proprie ragioni si recarono: sia il Barone Don Pietro Modica, che il Barone Don Corrado Gambuzza – non vi sono carte che lo certificano ma non vi è alcun dubbio che entrambi i Baroni, nel carcere di Modica ebbero modo di mandare il loro inequivocabile messaggio al Sacerdote Don Innocenzo Leontini. Nei giorni e nelle settimane successive prima “spontaneamente” e poi sotto scorta degli uomini dell’autorità, si presentarono a turno alla polizia militare tutti i partecipanti alle riunioni carbonare svoltesi sul finire del mese di marzo a Spaccaforno, i responsabili singolarmente sfilando per riferire la propria versione sui fatti agli inquirenti. Gli interrogati, ebbero modo di rilasciare dichiarazioni delle volte tra di loro contraddittorie e quindi furono – inevitabilmente – tutti arrestati e mandati a processo.

E siamo giunti al momento della sentenza, ma prima che voi sospiriate leggendola, voglio esprimere un pensiero: non vi ingannate la prossima volta che sospirerete, mi raccomando a voi di farlo a pieni polmoni, ché in questa storia come in quelle della vita, quando un sospiro sboccia in bocca vuol dire che il corpo vuole o scansare guai, o trattenere voi in una gioia. Lasciate che in un bel sospiro vi si allevi un fardello, o vi si riaccenda un desiderio: attraverso il naturale scaricamento dell’aria vostra nell’aria del creato. Detta questa frase che fa atmosfera da sapientone, quando la capirete vi invito a spiegarmela ché ben bene neanche io l’ho capita. Passiamo alla Sentenza del Processo fatto agli onorati uomini di Spaccaforno.

La sentenza definitiva fu emessa esattamente due anni dopo lo svolgimento dei fatti. Era il 14 marzo dell’anno 1825, e fu pronunciata dalla Commissione Militare presso il Calle Maggiore di Mazzara 4 vi si legge che:

La Commissione Militare a voti uniformi ha condannato e condanna il Sacerdote Don Paolo Ruscica alla pena dei ferri per anni tredici.

Don Antonino Zuccaro, ed il Sacerdote Don Innocenzo Leontini alla pena de’ ferri, ciascheduno per anni sette.

Il Sacerdote Don Pietro Caccamo, Don Pietro Palermo, Don Ferdinando Sorrentino, Don Silvestre Figura, Don Pietro Capuano, Don Luigi Leontini, Don Giovanni Santocono, Don Giuseppe Sorrentino, Don Gaetano Zuccaro, e Don Carlo Paternò alla pena della reclusione, ciascheduno di essi per anni sei.

C’è da dire che in tredici furono i condannati, tutti solidalmente esposti al pagamento delle spese del Processo in favore della Real Tesoreria. Nella stessa sentenza si ravvisa che il Barone Don Pietro Modica, il Barone Don Corrado Gambuzza, Don Antonino Modica e Don Antonino Sorrentino furono riconosciuti non colpevoli di complicità e tutti e quattro anzidetti individui furono rimessi in libertà assoluta. Infine ci piace notare che in nessuno degli atti giudiziari apparve il nome di sua Eccellenza il Conte Don Enrico Statella; come altrettanto in nessuna carta processuale apparve il nome di Don Paolo Favi.

In ultimo consentitemi di ricordarvi che questo è un racconto, e tutto quello che non è in altri scritti reperibile o certificato, è da considerare soltanto come frutto di una fantasia acerba – la mia – cresciuta all’ombra di un fu Albero del Sospiro, nella fu Spaccaforno.

© Saro Fronte – Romanzo – tutti i diritti riservati

Capitolo II
Capitolo III

1Attuale Corso Umberto.

2 – Consentitemi un breve inciso in questo punto. La farfanteria della mia finta telefonata è un pretesto e la parlata con te lettore la faccio qui: La località denominata “Maccia o Suspiru” o “Albero del Sospiro” è stata conosciuta dalla mia generazione, e da molte altre prima della mia, come quella zona di Ispica nella quale fino a non molto tempo fa esisteva un plesso scolastico che si chiama proprio “Albero del Sospiro”. Una bellissima scuola materna ed elementare, con un nome bellissimo, fresco, arioso e perfetto per chi immagina che dentro quella scuola dei bambini possano studiare. Ma, Ispica è una città che qualche volta dimentica o distrugge nell’indifferenza quanto di bello vi è nelle proprie origini. Non vi sarà difficile comprendere che del ricordo dell’”Albero del sospiro”, si sta già perdendo traccia e non vi è dubbio che in un recente futuro ciò accadrà. Il plesso scolastico che fu dell’ “Albero del Sospiro” non è andato distrutto, la scuola esiste ancora, soltanto che chissà perché e sotto quale esigenza, detto plesso scolastico è stato intestato a San Giuseppe, come se al santo falegname non gli bastassero le intitolazioni di strade, chiese, panifici e chi più ne ha più ne metta, e scusate la nota polemica, ma in fondo questo racconto nasce proprio da una mia esigenza di fare tornare a sospirare un albero insensatamente reciso. Fine della telefonata, grato della tua attenzione, buon proseguimento con la lettura del racconto.

3– Attuale Corso Garibaldi.

4– Per chi volesse prendere visione dell’intera sentenza si segnala che essa è contenuta nel libro di V. Labbate “Un decennio di Carboneria in Sicilia” Edizioni D. Alighieri, 1909.