Aquila Reale

I Carbonari del Sospiro – Capitolo II –

Incontro tra Don Paolo Favi e il N.H. Conte Enrico Statella –  Spaccaforno 1823

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Non ci ha detto moltissimo il prezioso Notaro Moltisanti su questa circostanza dell’incontro tra Don Paolo e il Conte Enrico, ma pazienza gli saremo eternamente grati ugualmente, per gli studi che ha fissato nei suoi scritti sulle origini del nostro paesello di Spaccaforno. Ma riusciamo ora a vedere se qualcos’altro su Don Paolo Favi si riesce a scoprire e magari si capirà meglio da dove arriva quel suo smaniare e sospirare sotto la maccia di carruba, mentre è in

Capitolo III

attesa che il Conte Enrico Statella da lì transiti per fare rientro a palazzo.

Il Favi aveva un’età che superando abbondantemente i quaranta si approssimava alla vecchiaia, che lo stava trovando in una condizione ottimale sia del corpo che della mente, forse per quel modo di nutrirsi leggero, che lo faceva somigliare più ad una crapa che ad un cristiano. Don Paolo Favi da qualche anno a Spaccaforno finiva per tornarci spesso, per periodi più o meno lunghi, giusto il tempo necessario che gli serviva per arrifriscare in paese i suoi pensieri, quelli che nelle permanenze per il circondario finivano per infoscarsi. Sopratutto quando lui rischiava grosso per qualche impiccio e i guai certe volte arrivavano al punto quasi di aspettarlo al varco, in quel modo avventuroso che aveva di vivere nell’agio e ben al di là delle sue originarie sostanze economiche da trovatello. Il suo metodo di sostentamento – come dire – sembrerebbe che ebbe a collaudarlo sin dalla nascita e quell’esser sanguisuga che si attaccava ad alcune donne, dovette essere il suo unico “credo”, questo fino al giorno in cui lo stiamo vedendo sotto la maccia di carruba a passiare e sospirare. Don Paolo era stato un conquistatore di femmine che ripagava con gesti e azioni di uno smisurato sentimento: quello che era in grado di elargire con tanta naturalezza, che al contempo racchiudeva in sé altrettanta interessata strategia. Di certo questa non fu cosa pensata sin dai suoi primi giorni di vita, quando da indifesa creatura venne abbandonato dentro una cesta, tra le piante delle fave, dentro il fazzoletto d’orto della anziana Gna Concetta. Ma col temo lui divenne un opportunista. L’anziana donna che lo ritrovò in fasce, dovette uscire di casa quando il suo cane non la smetteva d’abbaiare e quel richiamo la condusse tra le fave, dove avvolto in quattro fasce ben pulite, aveva per la prima volta visto quella criatura dagli occhi aperti che agitava le braccia e con naturale strano istinto sorrideva invece di piangere. Doveva avere la pancia ancora piena quel bambinello, aveva considerato la Gna Concetta, e questo lei lo capì immediatamente, perché oltre ai panni puliti non si era nemmeno cacato ancora. La criatura aveva una medaglietta appuntata alla camiciola sulla quale, come dissero al palazzo del Comune dove lei immediatamente lo portò, c’era scritto che il piccolo era già stato sacramentato alla Santissima Trinità e v’era inciso che aveva già ricevuto il nome di Paolo. Chi lo aveva abbandonato era stato di certo qualcuno che lo avrebbe potuto campare a quell’indifeso bambinello, visto che lo aveva abbandonato con addosso una medaglietta d’argento di raffinata fattura. Il Sindaco ordinò che il trovatello venisse registrato al nome di Paolo e per cognome gli fece attribuire quello di Favi: giacché in mezzo alle piante delle fave era stato ritrovato, e poi Favi era anche il cognome di un mugnaio che gli stava antipatico e con quel suo atto il Sindaco intese mettere l’adulto Favi nella considerazione di un “bastardello” e si compiacque con se stesso di ciò. Dopo l’annotazione del bambino sui registri dei proietti, ne seguì la naturale decisione del Sindaco di far condurre il neonato al baliatico, ma la Gna Concetta, che aveva ormai le quattro figlie grandi e maritate, e il marito le era morto di febbre alta nel precedente inverno, a quel piccolo Paolo volle tenerselo con sé. Fu fatta la trascrizione di affidamento e, per quel che poté, la Gna Concetta lo crebbe fino a farsi succhiare l’anima d’amore da quel moccioso che chiamandola mamà finì per sostituirsi nel suo cuore a quegli affetti naturali che la donna avrebbe altrimenti riservato alle proprie vere figlie. Quando morì la Gna Concetta lasciò in eredità a Paolo tutti i suoi possedimenti, che consistevano nelle quattro mura con un tetto semi diroccato addossati alla timpa della barrera, dinanzi ai quali c’era il fazzoletto d’orto dove in fasce tredici anni prima la criatura era stata abbandonata e trovata da mamà. La casa della barrera risultava essere tuttora la residenza di Don Paolo Favi e lì lui dimorava quando in Spaccaforno ritornava a rifugiarsi, eclissandosi da altri guai. Ormai le quattro mura della casa erano candide di intonaco a calce con il soppalco interamente rifatto in legno e il tetto non era più quello in canne intrecciate ma anch’esso di ben solido legname e tegole nuove, con un grande comignolo che serviva sia il forno che il camino. Crescendo, Paolo aveva avuto la fortuna di risucchiare nei suoi affetti donne disposte a farsi inghiottire dai suoi modi gentili e dalle sue maniere garbate. In tal modo sin da ragazzo anziché andar per campi a travagghiari, così come il destino prefigurava, riuscì a farsi prendere in benevolenza dalla Gna Pina, che nella locanda se lo pigliò come garzone, e con la Gna Pina il ragazzino scoprì anche il “pararisu”. Lo stesso tipo di “pararisu” che ebbe a frequentare un po’ di anni dopo praticando con la badessa Madre Assunta, e poi ancora, il medesimo “pararisu” ebbe modo di frequentare con Donna Teresa: che fu l’ultima femmina del paese con cui praticò, prima di intraprendere il suo cammino d’artista che lo condusse di città in città. Paolo non si riteneva un parassita, perché se da una parte suggeva linfa al patrimonio delle sue prede, dall’altro le rimpinzava di ciò che a loro più necessitava. Quel che dava loro era un sentimento dal volto pulito e tante attenzioni, che le illudevano che trattavasi d’amour. La via forestiera per il giovane Paolo Favi era stata una grande avventura – entusiasmante e formativa – giacché inventandosi di volta in volta un nome e una provenienza, aveva creativamente amato e imparato. In lui si erano sedimentate sia l’esperienza che la cultura che da sempre avidamente bramava, quella stessa cultura che da adulto lo poneva senza difficoltà alcuna al pari di chi invece aveva trascorso una lunga fase educativa, tra noiosi e immancabilmente polverosi libri e sovente sotto il monocolo di assillanti precettori. Al fianco alle sue donne la vita di Paolo Favi si era arricchita senza metodo alcuno, ma di volta in volta a seconda dell’indole, della natura e delle predisposizioni, della donna da lui in quel momento frequentata. Così alla soglia dei cinquantanni Don Paolo si intendeva di astronomia quanto di musica, di filosofia quanto di ricamo, e da sé – invece – aveva inventato come capitalizzare parte del patrimonio delle sue donne, e quindi aveva da solo preso anche ad alambiccare su questioni di Borsa e di commercio. Paolo Favi aveva vissuto sia Palermo che a Catania passando per Messina, e poi man mano che gli crescevano gli anni addosso al pari della terra bruciata che si faceva intorno, aveva mano mano ripiegato per mete di volta in volta meno distanti da Spaccaforo, e quindi aveva avuto un periodo ad Avola come a Terranova, così come a Monterosso e poi a Biscari, evitando d’astuzia sia Modica che Noto: perché queste città erano perlopiù delle proiezioni con gli stessi casati nobiliari di Catania e Palermo e quindi pericolose per i misfatti che già nelle città maggiori aveva combinato. In ultimo aveva colpito a Ibla, da dove solamente nel mese precedente era rientrato in Spaccaforno. Si era volatilizzato dalle grinfie della donna d’ibla quando, come egli fosse un magnete, aveva percepito le forti vibrazioni di ferri che avrebbero potuto fasciargli i polsi: facendolo finire in qualche fondo di galera, dopo lo smascheramento del suo ultimo inganno. L’ultima sua preda era stata la Nobildonna Flavia Flaccavento – avvenente quanto in vero non propriamente allocca – , visto che alla fine lo aveva denunziato per raggiro. La donna aveva informato i propri lontani parenti di essere rimasta vittima della truffa di un bell’imbusto (limitandosi in vero per vergogna a riferire solamente della sparizione dei gioielli di famiglia) che lei aveva conosciuto e frequentato come si trattasse del dottor Marcantonio Pozzochiaro. La Nobildonna Flavia Flaccavento aveva accolto quel dottore dapprima nel suo palazzo e successivamente lo aveva seguito come una cumegghia al vento, invaghendosene totalmente, mantenendolo per oltre un anno alla bella vita nella cittadina di La Valletta presso isole di Malta, dove entrambi avevano trascorso quell’ultimo periodo della loro unione, risiedendo in un lussuosissimo palazzo preso in locazione nelle vicinanze del corso sul porto. Il sedicente dottor Marcantonio Pozzochiaro le si era palesato come uno sfortunato psicoterapeuta, sulla testa del quale vigeva assoluto divieto di esercizio della sua disciplina in tutto il Regno delle due Sicilie, a seguito di una funeste diffida ricevuta per insanabili sue divergenze con il collega e rivale dottor Giovanni Linguiti, il quale lo aveva privato di ogni suo diritto sulla fondazione della scuola Psichiatria Palermitana. Ciò era stato possibile perché il luminare Linguiti godeva del favore incondizionato di Maria Isabella di Borbone – già a tutti gli effetti considerata imminente Regina nel Regno -, che era personale amica oltre che “paziente” all’acerrimo nemico dottor Giovanni Linguiti. Isabella di Borbone aveva assecondato e fatto celebrare quell’impostore di Linguiti come la sola e massima autorità competente in campo scientifico per la cura dei disturbi della mente. Questa era la versione che il sedicente dottor Marcantonio Pozzochiaro andava sostenendo a spiegazione del fatto che dopo un tale provvedimento gli era rimasto soltanto di finire nell’oblio. Quindi gli era stato imposto di dimorare a Ibla, lontano da Palermo, con l’imperativo divieto all’esercizio della neo disciplina psichiatrica: a pena di ulteriore costrizione, che in tal caso si prefigurava nella banditura con l’esilio dal Regno.

Colpita e affascinata dall’uomo e amareggiata per cotanta persecuzione accanitasi contro al dottore, la Nobildonna Flavia Flaccavento – femmina di lungimiranti vedute dallo spirito di libertà e filantropia – si era appassionatamente legata a quello facendosene ammirata sostenitrice. Quel uomo enigmatico e piacente lentamente le entrò nelle grazie conducendola ad una sfrenata dissolutezza esportata addirittura in terra straniera: tra sfarzi e lazzi lei si era felicemente lasciata amare quanto inavvertitamente rinsecchire delle sostanza patrimoniali.

Adesso quell’uomo che la Nobildonna Flavia Flaccavento aveva conosciuto come il Dottor Marcantonio Pozzochiaro era in Spaccaforno ed era tornato ad essere – nella sua vera identità – semplicemente Don Paolo Favi: un sensale di mediazione nel commercio, avrebbe detto chi lo conosceva in paese, un uomo che in ragione del lavoro dimorava a lungo distante da Spaccaforno.

Don Paolo Favi in paese, dopo gli anni della giovinezza, aveva tenuto un comportamento irreprensibile. Era ben visto dai borghesi, con i quali amabilmente e con competenza in vari argomenti conversava; era stimato dai poverazzi, che lo sapevano nato trovatello e lo vedevano arrivato ad una certa posizione sociale, quella che si era costruito da se stesso. Di lui, chi lo conosceva in paese apprezzava l’umiltà nell’animo, la stessa delle modeste origini che ci teneva a conservare come simbolo ad esempio rinunciando all’abitare in un palazzo del corso, preferendo stare nella piccola casa che la Gna Concetta gli aveva lasciato in eredità per quel suo volerle bene e chiamarla “mamà”, fino all’ultimo dei respiri che la donna aveva esalato. La Gna Concetta era stata forse l’unica donna che Don Paolo aveva amato veramente, egli stesso in maturità e ragione nel tempo si era detto che tutte le altre femmine per lui rappresentavano quella odiata donna che avrebbe voluto condannare, ma che gli era impossibile fare: quella donna che mai aveva conosciuto ma che finiva nel rivedere in tutte le sue vittime, cioè la sua vera madre naturale – forse era stata una nobile o una donna di chiesa, chissà – di certo pur non essendoci mai stata per lui, lei era rimasta la vera causa e il fondamento di quella sua esistenza.

Don Paolo Favi da Spaccaforno sotto la maccia di carruba aspettando il rientro del Conte Enrico e passiando aveva percorso in lungo e in largo quel perimetro di terra impiegando il tempo a scandagliare quello che da qualche mese l’istinto e la ragione gli suggerivano: fermarsi! Fermarsi a Spaccaforno! Doveva mettere un definitivo punto a quella sua picaresca esistenza, e farlo in quel punto in cui era giunta adesso la sua vita, mentre le forze fisiche, se pur non più nel fresco vigore, erano ancora vive e la mente lucidamente lo sorreggeva. In quel suo passiare e sospirare Don Paolo Favi era addivenuto alla conclusione che era giunto il tempo di smettere di indossare panni altrui e finirla con i travestimenti: godendosi finalmente le sostanze delle sue attività spericolate, in tutta la tranquillità offertagli dal paesetto che lo aveva visto crescere. In fondo, si era detto tra sé, che anche dopo aver vissuto in molti luoghi, di paesini accoglienti come la sua Spaccaforno ne aveva incontrati pochi, ed era quel che ora gli ci voleva per cancellare i fantasmi che si portava dietro, legati i tanti misfatti che sapeva d’aver nel tempo combinato. Dal punto di vista finanziario non aveva assilli, aveva accumulato un buon gruzzoletto di Ducati che teneva investiti in titoli nella Borsa di Bari, e una piccola riserva in Lire Sterline la teneva depositata al Banco di Malta, casomai un giorno gli fosse malauguratamente capitato di dover fuggire precipitosamente dalla Sicilia. Il suo passato adesso poteva consentirgli un futuro di serenità. Questo sospirando si diceva tra sé, domandandosi quale altro senso di levatura avrebbe potuto dare adesso alla sua vita e se era ancora il caso di limitarsi soltanto ad un inebriante percorre le onde dell’avventura. Poi chissà, magari un giorno si sarebbe anche imbattuto in una compagna senza che stavolta la sua occupazione diventasse quella di depredarla. Pensava, passiava e sospirava.

Su una cosa nel proprio passato Don Paolo Favi era stato intransigente, quando permaneva a Spaccaforno: non si era mai lasciato notare dai Nobili Statella, visto che i componenti del Casato degli Statella erano i soli a vantare legami, contatti e affari, con la gran parte della nobiltà disseminata nel Regno. Farsi notare dagli Statella poteva fargli correre il rischio che qualcuno lo associasse a qualche personaggio che lui altrove aveva interpretato. Adesso, se davvero avesse deciso che era giunto il tempo di mettere radici nel paesello, forse era anche giunto il tempo che Don Paolo instaurasse un rapporto “leale” con il Conte Enrico Statella, in modo da poter rinascere alla luce del giorno e viversi quel che gli restava della vita nella trasparenza del quotidiano. Per Don Paolo sarebbe stata una banalità conoscere il signor Conte Enrico venendovi accreditato da qualche tale del paese, perché qualsiasi era il viver “quotidiano” che la vita metteva innanzi, la sensibilità di Don Paolo lo proiettava con naturalezza oltre la soglia delle banalità. Al Conte si stava per presentare da sé, a modo proprio, e nel farlo avrebbe attaccato l’attenzione del suo interlocutore afferrandola per i gangli nevralgici. D’altronde nell’incontro che sta per avvenite, il Conte Enrico Statella ignora l’esistenza di Don Paolo Favi ma non è vero il suo contrario e Don Paolo, sul conto del Conte, ha raccolto molte informazioni al punto di poter ritenere di conoscere quell’uomo – forse – più dei molti che in paese hanno accesso al suo contatto, escludendo gli stretti familiari. Nei salotti quando si parlava del Conte Statella, Don Paolo discretamente si poneva all’attenzione dell’argomento e quel che più lo aveva impressionato era che dodici anni prima il Conte, poco più che ventenne, era stato alfiere e consigliere militare e ben si era distinto al fianco di Lord Bentinck, ai tempi in cui gli inglesi erano alleati e insieme ai siciliani ebbero a combattere a Livorno e Piacenza, e poi a Modena e Bologna, contro gli infami dei francesi di Murat e Napoleone: per riconsegnare il Regno di Napoli ai Borboni e suggellare da quegli episodi un duraturo personale rapporto con lo Zar Alessandro I di Russia. Immaginava Don Paolo, ma non ne aveva contezza, che nella piccola Nobiltà di Spaccaforno non vi fossero notabili che data la loro esperienza da provinciali, potessero essere in grado di fare analisi su quali e quanti dovevano essere in vero gli intrighi internazionali, politici, dinastici, economici, sociali, ecetera, che per indole e lignaggio affollavano la testa del loro Conte Enrico.

A Don Paolo sembrava che nobili di Spaccaforno fossero più semplici, come se a loro bastasse che vi fosse il loro Conte Enrico Statella ad essere persona assai influente in tutte le Corti del continente. Ma in tal modo quelle persone non dovevano essere di molto aiuto allo sgrovigliamento degli assilli che invece naturalmente affliggevano il Signor Conte. Soprattutto adesso che gli inglesi si erano messi di traverso per non pagare le tasse, sulle miniere di zolfo e sulla polvere da sparo, quelle imposte dal sovrano delle Sicilie, e quelli d’oltremanica vantavano e rivendicando precedenti accordi internazionali in cui era sancito il loro esclusivo diritto per l’estrazione e nella produzione della materia prima e della polvere da guerra. Questo e altro ancora Don Paolo Favi non soltanto lo sapeva, ma lo comprendeva assai bene, avendo avuto modo di recente di apprendere discretamente cosa pensassero al riguardo alcuni Nobili Inglesi, che egli da psichiatra aveva frequentato durante il soggiorno nelle Isole di Malta. Don Paolo Favi quel pomeriggio passiando e sospirando sotto l’albero di carruba attendeva il Conte Enrico e lo attendeva per ufficializzare con il Nobile e con se stesso il proprio ritorno a Spaccaforno. Per questo quella mattina a fagiolo gli si era presentata una buona occasione: la presenza di tre parrini, di cui due suoi paesani, in un assembramento di uomini ben vestiti che avevano cercato di sviarlo, raccontandogli una mezza minchiata. Don Paolo aveva percepito che qualcosa di losco, in vero, stava succedendo e aveva istintivamente ritenuto che quell’episodio avrebbe potuto tornargli utile. Ed ora gli era utile per battezzare un rapporto con l’uomo che a Spaccaforno aveva il privilegio di possedere una visione dall’alto, come fosse un’Aquila Reale.

E finalmente gli occhi di Don Paolo Favi si posarono su una carrozza che in distanza accedeva nella drittura della trazzera. Doveva trattarsi proprio del Conte Enrico Statella al suo ritorno. A palazzo gli era stato detto che il Signor Conte si era recato a Modica con il Fetente. Era proprio curioso Don Paolo di vedere chi si era aggiudicato l’appellativo di fetente durante la sua assenza dal paese. Doveva trattarsi del nuovo nomignolo che il Conte aveva attribuito ad un Barone, si divertiva il Conte a far azzilliare i Baroni di Spaccaforno tra di loro, come fossero i suoi personali galletti nell’arena, e in tal modo – fomentandoli – esercitava nel suo piccolo circo quel che era la regola di tutti gli scenari del mondo – presenti e passati -: dividi et impera! Il sole era rosso al tramonto alle spalle della nuvoletta di polvere che al passaggio della carrozza si alzava. Quell’aura che radiava dal veicolo in movimento sembrava incandescenza viva. All’orizzonte il cielo era totalmente tinto di rosso in tutte le sfumature che mutavano fino al celeste che era ancora nella parte alta della volta. Anche questa bellezza che è nella natura fece sospirare Don Paolo che ebbe un’istantanea suggestione quasi si trovasse ad ammirare una rappresentazione dipinta da Francesco Zerilli, il pittore che aveva conosciuto e apprezzato durante il soggiorno a Palermitano.

La carrozza sulla quale il Conte viaggiava era d’un modello alto, a Don Paolo parve di non credere ai propri occhi quando si rese conto che il Conte Enrico viaggiava sopra ad uno splendido Phaeton. Un moderno stile di carrozza del quale aveva già visto un esemplare nelle Isole dei Cavalieri. Quella carrozza era dotata d’un sistema di balestre che, durante il viaggio, ammortizzando l’abitacolo confortavano il viaggiatore dalle asperità del terreno. “Cavolo” pensò, “è vero che il potere bisogna anche saperlo esibire” e quella carrozza doveva essere di certo tra le prime nel Regno a circolare per le vie di Sicilia. D’altronde nell’isola c’erano trazzere per lo più e non gradi strade. Un Phaeton di certo era utile, oltre ad essere un simbolo del potere per lo Statella. Molte volte Don Paolo durante i suoi spostamenti nell’isola aveva considerato che era assurda la condizione della rete stradale, eppure non vi erano grandi montagne a fare da ostacolo a che si creassero vie migliori, e non v’erano nemmeno impossibili cave da scavallare. Era come se i Ministri isolani non avessero contezza della misera realtà in cui la rete viaria versava, come se una volta investiti d’un ruolo di governo sopraggiungesse l’infinitamente imponderabile a cui badare e finivano spesso affaccendati chissà in quale nulla, che dimenticavano anche per quali vie quotidiane si muoveno. Con negli occhi la bellezza dell’immagini che vedeva e con il retro pensiero sulle pessime strade, Don Paolo Favi raccolse la giacca che aveva riposto con cura su un ramo dell’albero e la indossò, lisciandosela addosso con le mani. Era passato da casa prima di andare a quell’appuntamento e per l’occasione aveva scelto di presentarsi vestito in modo garbato, perché come dimostrava il Conte con la sua carrozza, anche l’occhio esigeva la sua parte nelle armonie e sarebbe stato banale presentarsi al Conte con gli abiti di un comune Spaccafornaro. Aveva perciò scelto di indossare la giacca dal modello alla finanziera, per trasmettere una adeguata immagine alla percezione che il Conte avrebbe avuto di quello sconosciuto che per la prima volta avrebbe visto. Man mano che la carrozza avvicinava a Don Paolo sembro anomalo che il Conte Enrico non si fosse recato a Modica cavalcando. Erano a tutti note le abilità in equitazione che il Signore di Spaccaforno poteva vantare. D’altronde anche lui lo aveva ammirato da lontano quando durante il Venerdì Santo, il Conte soleva entrare nella chiesa dell’Annunziata montato il suo cavallo bianco adornato per la circostanza con un drappo in seta rossa finemente ricamata ai cui bordi pendevano delle frange dorate. Il Conte Enrico in quelle occasioni indossava l’Alta uniforme gallonata da ufficiale della Real Guardia, quale in vero lui era. Il popolo dentro la chiesa sgomitava silenzioso per non perdere la scena e al contempo non disturbare. Quindi un silenzio inverosimile si spandeva nel sacrario e il cavallo del Conte Enrico lentamente avanzava fino a porre il cavaliere dritto dinnanzi al trittico delle statue al cui centro vi era il Cristo con Croce. Gli occhi vitrei di quel Nazzareno paiono veri e i due si guardavano, per un tempo necessario. Poi ad un cenno di comando dato con la voce dal Conte, il suo cavallo principiava ad abbassarsi fino ad inginocchiarsi. In chiesa i fiati si sospendevano tanta era l’emozione che tutto ciò suscitava. Poi ad un altro comando il cavallo si rialzava, in modo da riporre il Conte Enrico nuovamente alla stessa altezza della statua del Santissimo. Sostava brevemente ancora un po’, ammirandosi a vicenda con il Cristo, e ad un altro comando, il cavallo principiava a rinculare, indietreggiando di modo tale che giammai la figura del Conte potesse girare le spalle alla statua del Santissimo. Il popolo diceva che in quel momento, mentre il Conte si allontanava, per una frazione di secondo pareva che un sorriso si affacciasse sul volto del Santissimo, ma di ciò Don Paolo Favi aveva consapevolezza che trattavasi di leggenda.

Se il Conte quel giorno non era andato a Modica rinunziando alla cavalcata, doveva proprio essere stato per via della compagnia che lui quel giorno aveva: era proprio curioso di vere in faccia chi era il Fetente. Nel caso in cui anche lui avesse per istinto compreso che si trattava di un fetente vero, in quella circostanza, si sarebbe limitato a chiedere un’udienza privata al Signor Conte.

Don Paolo Favi si mise in mezzo alla strada ostruendo in tal modo la via alla vettura. Alzò entrambe le mani, per dare già alla distanza la certezza al cocchiere che in pace avveniva quella richiesta di una sosta. Il vetturino dovette riconoscerlo, di certo spaccafornaro come lui, e tirò le redini del cavallo che si fermò, giusto a punto, ad un palmo dal muso del Favi. Lestamente Don Paolo girò discosto al lato della carrozza e si avvicino alla fiancata salendo su una pietra che era lì nel bordo della strada, e da sopra quel rialzo poteva meglio scorgere il Nobil Homo Conte Statella che viaggiava da solo e aveva una gamba steccata.

Assabbenarica” disse lesto Don Paolo chinando il capo e togliendosi soltanto in quel momento il cappello che aveva in testa.

Il Conte Enrico probabilmente infastidito da quella inattesa fermata non volse immediatamente lo sguardo verso quel viddano che aveva interrotto il rientro a palazzo.

Non ricevendo immediata risposta Don Paolo Favi con più vigore ripeté “Voscenza Benedica. E’ questione riservata: Dominus! altrimenti non mi sarei permesso.” e nel pronunciare la frase oltre a chinare il capo, Don Paolo fletté in avanti il busto accennando ad un inchino.

Il Conte sentendosi insolitamente appellare a Dominus da quell’uomo che gli stava bizzarramente chiedendo udienza, voltò lo sguardo verso di lui. Doveva essere un viddano ben imborghesito al punto da portare una decente giacca finanziera di colore verde scuro, lunga fino alle ginocchia esattamente fin dove doveva essere, con le maniche che lasciavano intravvedere quel dito di camicia, come da buon protocollo, pensò il Conte. “Santu e Riccu” rispose il Nobile al saluto di quello sconosciuto.

Don Paolo aveva ottenuto l’attenzione sperata del Conte, il saluto ricevuto in risposta era stato quello di tipo ben augurale. Quindi, si avvicino fino a sfiorare la carrozza con il petto e dovette sollevandosi sulla punta dei piedi per meglio guardare il Conte, e aggiunse con lentezza a voce bassa ma ben scandita: “Parrini” fece una pausa e aggiunse “Tre”. Il Conte aggrottò le ciglia e Don Paolo proseguì “Tre parrini e una decina di uomini all’Eremo delle Grazie.” Fece una altra pausa e quindi proseguì “Quando mi sono avvicinato per capire di cosa si trattava, alcuni se ne sono iuti di prescia, e gli altri credendomi uno sciroccato dissero che stavano contrattando frumento per il Vescovato di Siracusa e Messina.”

Il Conte silenzioso osservava quell’uomo.

Don Paolo proseguì “Io non me la calai questa mezza minchiata, scusando il temine da villano che non fa riguardo a Voscenza, ma le cose con il proprio nome bisogna chiamarle e quella era una minchiata secondo me, Signor Conte. Ho pensato che potesse interessarvi, visto che delle faccende del frumento per la Chiesa a Spaccaforno, dovrebbe occuparsene il parrino della Matrice, che è quello per competenza della Signoria Vostra.”.

Il Conte annuì e incuriosito chiese “Chi erano questi tre con le tonachelonghe?

Padre Caccamo dell’Eramo in alto; il Sacerdote Leontini di San Biagio e un altro parrino che non ho riconosciuto, sicuramente un forestiero”.

E perché me lo venite a raccontare a me?” domandò il Conte.

Perché i due parrini di Spaccaforno sono preti giovani, della stessa vostra età, ma quelli di certo dentro l’ordine della chiesa vanno sgomitando, visto che hanno l’ardire di non rispettano le regole e le gerarchie.”.

Quel viddano imborghesito non ragionava male, pensò il Conte. Volle sollecitarlo “E quindi?” chiese.

E quindi?” ripeté Don Paolo Favi, che era pronto a muovere la pedina del cavallo in quella conversazione che stava vivendo quasi fosse una partita a scacchi giocata sulla scacchiera dialettica, insieme al Conte che sapeva davvero essere un giocatore fino. Per Don Paolo era giunto il momento di alzare il registro del suo ragionamento e in tal modo sorprendere il Conte. Proseguì “E quindi, Voscenza sa bene che i parrini in questo periodo possono essere i soldati in incognito dagli inglesi, ma non serve che sia io a dirlo alla Signoria Vostra. Tra l’altro spero di sbagliarmi ma temo che vi fossero dei moschettoni a polvere da sparo dentro a dei sacchi di juta che ho intravisto vicino all’ingresso dell’Eremo. Almeno dall’imballo ciò mi sono parsi.”.

Al Conte Enrico non gliene fotteva nulla se i parrini contrattassero fuori dal mercato il loro grano senza passare per quel lacchè del sacerdote della Matrice, ma il Conte era sensibile – come previsto da Don Paolo – ad un discorso sugli Inglesi che combuttando con qualche prete, e in tal modo potevano ancora fomentare per riaffermare il potere d’oltre manica sulla terra di Sicilia. Quel viddano imborghesito gli sembrò soggetto interessante e a quanto pareva sufficientemente informato su questioni internazionali.

E Voi chi siete?” chiese a bruciapelo il Conte, affondando lo sguardo a sprofondare negli occhi di Don Paolo.

Resse quello sguardo il Favi, riuscendo a vedere riflesso se stesso sulle pupille del Conte, come un “piccolo pupo” era questa l’origine della parola “pupille”. Un pupazzo lo eravamo tutti nell’immagine riflessa, al cospetto dell’immensità che ciascuno è per se stesso.

Il mio nome è Paolo Favi, sono un sensale in alcune piazze dell’isola. Risiedo pochissimo nel nostro paesino, per questo forse Voscenza non mi ha visto mai. Sono di Spaccaforno che è il mio paese, ma è sopratutto il Vostro quello che i Vostri Antenati vollero così piacente.”.

Il Conte era sorpreso da quel velo di sottile eloquenza, che lo frastornava. Distolse l’attenzione da quell’uomo che era in strada e rivolgendosi al proprio cocchiere – con un tono perentorio nella voce chiese “Michele lo conosci a questo Don?”.

Voscenza Signor sì, paesano è quest’uomo, nu buonu cristianu.” rispose il vecchio cocchiere che a Don Paolo lo conosceva da sempre.

Il Favi a quella risposta fornita dallo Zu Michele, si era messo sull’attenti come un soldato, con le mani distese lungo i fianchi, ma con la testa un po’ piegata verso il basso, mostrando in tal modo e in quel momento un ossequioso rispetto verso il Conte Enrico.

Bene Don Paolo, ditemi, c’è altro che devo sapere?” chiese il Conte.

Signor no” rispose Don Paolo, aggiungendo “Voscenza saprà valutare meglio di me le situazioni. Io ho fatto il mio dovere” e ciò dicendo tornò a fissare intensamente il Nobil Homo.

Il Conte Enrico fu attraversato da un brivido sottopelle che corse dalla coccige alla nuca, e a sua volta in lui si fletté leggermente la testa mentre sbatté un paio di volte le palpebre, in una frazione di secondo. “Vi ringrazio Don Paolo, per la premura che avete avuto” fece una pausa il Conte e poi tra l’incerto ed il sopraffatto chiese “Vi fermerete per molto tempo a Spaccaforno?”

Sto valutando proprio di fermarmi” rispose in sincerità Don Paolo.

Bene” disse il Conte “vi aspetto a palazzo questa sera se non avete di già altri impegni. Vi farò assaggiare il miglior rosolio che le monache di Modica sanno fare. Me n’hanno donato proprio oggi qualche bottiglia. Se verrete valuteremo insieme la qualità di questo liquore.”. Ciò dicendo il Conte distolse la vista da Don Paolo e tornò a guardare dritto innanzi a sé: considerando con l’invito, conclusasi quella conversazione.

Don Paolo, fu sorpreso da quel finale. L’invito era stato ben oltre le sue stesse aspettative. Colse l’attimo finché era propizio Don Paolo e azzardò la domanda “Cosa è successo alla gamba della Signoria Vostra? Nulla di grave voglio sperare.”

Niente di grave” rispose il Conte “soltanto una distorsione che mi impedisce l’appoggio nel plantare. Passerà in fretta.” Sorrise il Conte per quell’interessamento che gli sembrò sincero.

Don Paolo rispose con un suo di sorriso verso il Conte e aggiunse “Mi complimento con Voscenza per questo stupendo Phaeton” nel pronunciare la parola straniera usò al meglio la sua pronunzia dell’inglese che masticava.

Il Conte scoccò la lingua in un secco “Nzù! Non si dice all’inglese questa vettura bisogna chiamarla con la nostra lingua: questa carrozza è Fetonte. L’ho fatta costruire a Siracusa!”

Come desidera Voscenza ragione avete, questa carrozza è uno splendido Fetonte ed io umile servo Vostro sono.” così disse Don Paolo, che in tal modo andava scoprendo che il “fetente” di cui aveva sentito dire a palazzo altri non era che la storpiatura del modello di carrozza del Signor Conte. Gli venne da ridere per quell’equivoco ma si trattenne perché gli sembrò che il Conte stesse per aggiungere qualcosa, e infatti così fu “Fetonte era un Dio che viaggiava sul suo carro portando a spasso il sole. Lo sapevate?” chiese il Conte.

Don Paolo non capì se quello era uno sfoggio di cultura o una presa per il culo, ma sorrise e serenamente rispondendo “Come a Vossia!”

No, non come me, ma per come scrisse l’Alighieri Dante – Maggior paura non credo che fosse / quando Fetonte abbandonò li freni, / per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse”. Rise divertito il Conte che aggiunse “Non vi ingannate Don Paolo, non conosco a memoria tutta la Commedia Divina, ma soltanto alcuni versi e questa del Fetonte mi appartiene!”

Anche il Conte Enrico Statella con quella citazione aveva ben giocato un’inattesa mossa della Torre nella scacchiera della loro conversazione, e si era posto di fronte a Don Paolo con un abile scudo di cultura. “Vi aspetto stasera Don Paolo”. Poi rivolgendosi al cocchiere “Amunì Michele, torniamo a palazzo.”.

Don Paolo assunse la posizione dell’attenti reggendo il proprio cappello sempre con due dita si congedò dicendo“Onorato della conoscenza di Vostra Signoria. Baciamu li manu!”.

E jè lu simili” rispose il Conte a Don Paolo, che tremò sulle gambe ascoltando la risposta che aveva ricevuto, perché con quelle ultime parole il Nobil Homo stava riconoscendo che entrambi erano uomini pari in dignità

 

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