Del Narrante

I Carbonari del Sospiro –  Capitolo III –

… dove Oriano bla bla bla …

 

Capitolo Secondo
Capitolo Primo

E al momento devo lasciarvi, ora che sappiamo un po’ di più sul perché Don Paolo Favi sospirava e passiava e al contempo abbiamo appreso qualcosa anche sul conto del Conte Enrico Statella. Credo che mi perdonerete se per un po’ abbandono questa pagina.

Avrete anche voi i vostri da fare, no? Ecco, vedete. E’ così!

Lo immaginavo, vi ho già fatto perdere tantissimo tempo a non fare un cazzo, tenendovi impegnati con i precedenti due capitoli, quando invece molte altre priorità hanno normalmente bussato richiedendo la vostra regolare attenzione: dalle notifiche dei social, al telefono, dal troglodita del vicino di casa che vi ha scassato la minchia attaccandosi al clacson per fare uscire dal balcone la moglie, invece di avvisarla con un semplicissimo messaggino al cellulare – tanto lo sappiamo tutti che la sua consorte è costantemente online su whatsapp.

Lo so! Non sono un cavernicolo, capisco e non mi offendo: so benissimo che varie volte avete interrotto la lettura di queste pagine – non devo perdonarvi nulla io – Voi siete nel vostro tempo, nella vostra vita, nei vostri ritmi e con le vostre attenzioni e priorità e del come gestite il vostro tempo sono solo affari vostri. Dico semplicemente che non sarebbe stato carino nei vostri confronti un mio nuovo allontanamento, come quando nel primo capitolo ho avuto l’esigenza di fare la “telefonata”. In quel caso mi sono permesso anche perché c’era la mezza pagina del Notaro Moltisanti da sottoporvi e la narrazione del racconto l’avete potuta seguire lo stesso, attraverso le parole del pregiato Notaro e non ho temuto che ve la prendeste a male con me, perché vi si stava interrompendo la trasmissione del flusso narrativo. Ora invece non sarebbe stato altrettanto adeguato dirvi: “Scusatemi, vi lascio in tredici, ché devo rispondere a dei commenti su facebook!” Starei entrato a gamba tesa facendovi un fallo: perché avrei mancato di rispetto alla promessa implicita fattavi nel momento in cui ho iniziato a raccontare di quel 1823 a Spaccaforno e Voi a seguire. Comprendo l’immenso sacrificio a cui vi ho indotto dal momento in cui avete iniziato a leggere di questa vicenda, se fino a qui siete giunti. E dell’attenzione vi ringrazio. Anzi, devo proprio complimentarmi con Voi, per la tenacia che state dimostrando nel farlo e avete tutta la mia stima. Per questo penso che la storia narrata qui deve esserci quando voi ci siete. Non mi perdonerei che foste qui ed io altrove, senza sapervi in buone mani o senza darvi una spiegazione per la mia sopraggiunta esigenza di chiedervi come adesso una piccola pausa: al fine di potermi dedicare a qualche altra incombenza che nel frattempo devo necessariamente sbrigare.

Immaginatevi per un attimo di essere a scuola con Voi seduti alla cattedra della vostra vita e che io sia l’alunno seduto all’ultimo banco in fondo alla classe: sono quello che in questo preciso momento sta alzando la mano e attende di avere la vostra attenzione, e ora vi sta chiedendo come si usa fare in tempi moderni: “A Prof. Posso uscire?”.

Cosa mi rispondete Voi? Mi dite che “no”? Non ci credo. Non sto interrompendo durante una vostra spiegazione – avete già interrogato -, e siamo giunti al punto narrativo in cui conosciamo il motivo per cui Don Paolo Favi passiva sotto a maccia o suspiru. Inoltre abbiamo già incontrato e saputo qualcosa del Conte Enrico Statella e i due convenuti si sono fatti la loro parlata nel secondo capitolo. Credo che ci troviamo nella condizione che può considerarsi come un tempo fermo: come al cinema tra il primo e il secondo tempo o in tv quando arriva il momento della pubblicità. Ecco per potervi chiedere di uscire dalla classe, ho atteso che fossimo giunti al momento previsto per l’interruzione e non soltanto: avete notato? Vi ho chiesto il permesso così come usavo fare quando veramente ero seduto dietro un banco a scuola. Come ai tempi in cui gli insegnanti godevano ancora di quel minimo rispetto da parte dei loro alunni, anche quando malauguratamente erano degli insegnati somari o enormi teste di minchia. La loro autorità comunque non veniva messa in discussione o sbeffeggiata dentro la classe. Poi magari fuori gli si rigava la portiera o gli si sgonfiava una ruota della macchina, ma in classe loro erano gli insegnati e noi gli alunni e se l’insegnante non autorizzava ad uscire dalla classe, dalla classe non si usciva. Stop.

Sì, vero, capitò quella volta eravamo alla ragioneria, quando Santo si mise nell’angolo in fondo vicino agli armadietti tirò fuori il pisello e la fece lì, ma quella di francese era un’insegnate repressa che sfogava le proprie frustrazioni con sistematicità su tutta la classe, credetemi , e a Santo quella volta scappava di brutto.

Doveva farsela addosso? Fece bene a farla lì. La sua era una esigenza vera, così come la stronza era repressa vera quella che per capriccio gli negò di uscire, quando lui mollò il piscio nell’angolo. Ma Santo non uscì dalla classe.

A quel che vedo, adesso i ragazzi in aula fanno un po’ come cazzo gli pare, perché gli insegnanti che hanno formato ed educano queste nuove generazioni non sono quelli che fisicamente siedono dietro le loro cattedre a scuola. Quegli che plasmano i ragazzi sono altri e li raggiungono perlopiù attraverso gli schermi, cellulari, tablet, tv, pc, educandoli a ciò che sono.

Non vi piacciono? Sono i nostri figli, fatevene una ragione: è la decadente realtà in cui viviamo e di essa siamo tutti collettivamente responsabili, come del degrado che ci sta ogni giorno di più sopraffacendo.

Quindi adesso, con Voi messi lì – sempre dietro la cattedra – ed io con la mano alzata che vi chiedo di poter uscire, cosa mi risponderete? Non vuole essere una domanda retorica la mia. Sentitevi in cattedra e decidete. Se direte di sì io andrò, e più tardi, o domani, dopo la mia o la vostra ricreazione, riprenderemo il filo del discorso sulle vicende della Spaccaforno del 1823, da dove adesso lo interrompiamo. Oppure rispondetemi di no, e io resterò in classe e non farò come Santo, che si mise all’angolo e la fece dando spettacolo. No. Io rimarrò seduto. Rispetterei la vostra decisione e immaginate di cosa riempirei la bottiglietta vuota, che è sul mio banco, dove prima c’era l’acqua? Tanto già all’ultimo banco sono, e senza disturbare potrei fare quello che voglio perché il degrado che ci circonda è tale e tanto che sono convinto che la cosa passerebbe inosservata ai più, specie qui sul web dove in questo momento ci stiamo incontrando.

Bene è giunto il tempo che raccolga le fila di questo mio strampalato discorso nato intorno ad un fatto storico realmente accaduto, a cui ho aggiunto degli ingredienti appetibili che mi auguro ne agevolino la digestione. E’ giunto  anche il momento che in sincerità vi confessi che questa storia rischia di scapparmi di mano – perché come le altre già raccontate ma più brevi – la sto narrando pubblicandola nel web e non si tratta di un raccontare già scritto. Questa avventura è iniziata da un racconto, che  godendo della dinamicità che i social consentono, si è imbattuto nella richiesta giuntami intorno al momento in cui vi ho affidato al Notaro Moltisanti, e cioè mi si chiedeva cosa si dissero il Favi e il Conte. Io non lo sapevo ancora cosa si dissero i due, e l’ho scoperto con Voi nel secondo capitolo. In queste cose credo che l’interazione del web sia qualcosa di fantastico, grazie ad internet ho potuto raccogliere la sollecitazione e proseguire scrivendo di quell’incontro, andando in un oltre della vicenda passata che originariamente intendevo restituire ai nostri giorni. Ma come ho già avuto modo di scrivere nei commenti web e social sotto al primo racconto: “credo che la bellezza della modernità in cui noi, adesso, siamo chiamati a vivere ci consenta di dover utilizzare questi strumenti di contemporanea comunicazione, quali la possibilità di conversare sui social come Facebook, come una possibilità di utilizzo del mezzo con una profondità diversa rispetto al comune uso fatto di mera interazione rapida. La rapidità è spesso castrante!” e aggiungo qui anche che il mezzo invece è semplicemente uno strumento che non deve essere lasciato in uso soltanto a chi sta educando le nuove generazioni a quella rapidità di utilizzo che fa leva spesso soltanto sulla istintività. Dove la prassi è quella di rifuggire dalle sterminate praterie di parole di un racconto ad esempio. Specie perché non di rado nelle sterminate praterie parolaie che il web accoglie, a guardarvi dentro c’è l’arido deserto o il siderale nulla. Credo che questo strumento di attualità può e debba essere anche il veicolo di una profondità diversa, leggermente più articolata, rispetto all’uso istintivo. A questo punto, tocca che vi faccia un’altra confessione confidenziale: ho fatto già la mia pipì nella bottiglietta e l’ho fatta molto prima, non adesso, esattamente mentre voi leggevate il secondo capitolo con il dialogo di Don Paolo Favi e del Conte Enrico.

Non ve ne siete accorti? Io dico di sì, molti di Voi avranno notato che la scrittura in alcuni punti diventava con una sintassi colma di ripetizioni, con tante subordinate che fanno parte di un tipo di scrivere che appartiene al passato e che per nulla si addice ad un narratore contemporaneo nello “stereotipo” del web: dove è di prassi un taglio di immediatezza e rapidità. Ecco, quello dell’utilizzo di un tipo di scrittura inusuale per me è stato il “farla” fuori posto.

D’altronde la mia è stata una scelta consapevole a dispetto della sfrenatezza  e della voracità di consumare ogni desiderio e pattumizzare ogni esito, perché c’è già dell’altro ad incombere.

Penso che le offerte di libri sono diventate fantasmagoriche rispetto a chi davvero legge. Quanti dei cinquantaduemila dei libri pubblicati lo scorso anno, limitandomi a (romanzi-poesie), hanno raggiunto i lettori? Quanti sono stati gli Autori che hanno pubblicato dovendo sostenere in proprio tutti i costi della stampa dei libri, così come fa un qualsiasi commerciante che si rivolge ad una tipografia per stampare un volantino per la campagna pubblicitaria? Quest’ultimo tipo di scrittori sono riusciti ad incontrare un buon ventaglio di lettori?

Sin da quando lessi il Pendolo di Foucault di Umberto Eco e mi imbattei nella categoria degli Autori a Proprie Spese (APS), dove si narrava di costoro che pagano dei fantomatici editori per realizzare il desiderio di un proprio libro pubblicato. Mi feci una chiara idea su quel tipo di truffa che iniziava con alcuni incoraggianti salamelicchi fatti dall’editore e rivolti a chiunque gli inviava un manoscritto. L’editore riusciva a carpire la buonafede dei malcapitati e osannandoli per la bontà del loro lavoro in  scrittura, riusciva a convincerli della eccezionalità del loro potenziale libro, finendo con l’aggiungere – amareggiato – che purtroppo per ragioni aziendali  c’era un piccolo costo di impianto da sostenere a carico dello scrittore. Ci metteva davvero poco lo stampatore a  persuadere il malcapitato, e gli spiegava che quell’operazione doveva essere pensata alla stregua di un normalissimo investimento economico, che avrebbe certamente dato i suoi frutti e non aveva dubbi. Nella gran parte dei casi l’Autore pagava. L’Editore incassava, stampava e zak! Alcune compie venivano consegnate allo scrittore come equivalenza in merce valutata al prezzo di copertina e per lo scrittore iniziava quello sbattimento della ricerca del un pubblico e dei lettori, e finiva per torturare conoscenti e amici per mollare loro in vendita, una copia del recente capolavoro fresco di stampa. Credetemi chi scrive un libro lo fa con il desiderio più o meno conscio di sapere apprezzato quel suo lavoro, alla stregua di un ciabattino per le  scarpe, di un decoratore per gli stucchi, di un chirurgo per l’efficace intervento che ha eseguito. L’ Autore a Proprie Spese non è una persona che vive di già attraverso i frutti della sua scrittura e se non fosse convinto della bontà di ciò ha per le mani, non farebbe stampare a sue spese, e lascerebbe in santa pace le sue pagine nell’hard disk o nel classico cassetto. Tuttalpiù stamperebbe qualche copia nella stamperia sotto casa e si godrebbe in tale semplice modo la gratificazione tattile di avere tra le mani la propria scrittura da  sfogliare fisicamente.

E’ stata una gran bella truffa quella romanzata da Umberto Eco, così come quella che si svolgeva e si svolge ancora adesso nella realtà, con modalità leggermente differenti dove i moderni editori di Autori a Proprie Spese hanno creato circuiti e concorsi che servono ad attirare altri malcapitati, e a scrivere di quei premi  sulla fascetta o  nella quarta di copertina dei futuri lavori. C’è da aggiungere come se non bastasse, che dopo un po’ di tempo l’editore normalmente contatta lo scrittore e gli comunica che l’invenduto del suo capolavoro sta per finire al macero. Capite bene che a quel punto allo Scrittore gli prende il coccolone e mette nuovamente mano al portafoglio, per evitare che quelle sue preziose parole finiscano in discarica. 

In vero c’è anche da dire anche Alberto Moravia pubblicò a sue spese Gli indifferenti, come altrettanto fece Italo Svevo con Senilità, o in tempi più recenti è stata la volta dei Tre metri sopra il cielo di Federico Moccia, quindi la via dell’auto-produzione è stata per loro e per alcuni altri, uno strumento utile per scavallare l’ostacolo frapposto dalle case editrici: che evidentemente in questi casi non riusciti a comprendere che i sopraddetti  erano Scrittori di talento. Ecco, io non nutro alcun interesse a consegnare i miei racconti ad un Editore di Autori a Proprie Spese, quindi è normale che la buona parte della mia scarsissima di produzione di racconti finisca o sia già finita nel web. Dove grazie ad internet si incontrano lettori che spassionatamente leggono. A me tutto ciò piace ed è gratificazione, perché chi regala il suo tempo ai miei racconti sul web probabilmente lo fa perché ne ricava piccolissimo appagamento e va bene così.

E quindi ora siamo qui, su un sito web che si chiama Spaccaforno.it, in uno spazio internet, dentro un territorio che ha lo stesso nome del luogo fisico che fu un paesetto “disteso come un vecchio addormentato” sull’ultimo braccio dei monti iblei, là dove da un unico affaccio all’orizzonte si guarda sia il Mar Jonio che il Canale di Sicilia. Il nome di Spaccaforno dovette sembrare “rozzo” ai suoi amministratori di allora, se si prodigarono a farlo sostituire in Ispica. A me Spaccaforno continua a piacere anche adesso, e se pensate che il vecchio nome di Ispica fosse  “rozzo” allora pensatelo anche di me, non mi offendo.

Quindi ci fu un tempo che il nome “Spaccaforno” non esisteva più da nessuna parte e semplicemente non era. Con l’arrivo della modernità del www, infiniti spazi “virtuali” si sono aperti ed è stato nuovamente come dovette essere nei tempi della conquista del West. Un West nuovo che non si sapeva ancora cosa fosse, ne tanto meno si capiva a cosa sarebbe servito, fino a quando non è giunto il tempo attuale in cui in quel West ci siamo finiti dentro e non con gli abiti d’epoca o di carnevale, ma ciascuno con la propria identità, con il proprio nome e cognome, attraverso il proprio numero di telefono nei social, con la propria faccia (e mi limito soltanto a questa che mi pare la migliore delle ipotesi, sul come ci si è finiti dentro). Ed oggi la modernità è fatta di tutto quello che noi in ogni momento della giornata compiamo. Ora ditemi Voi quanto internet c’è nella vostra esistenza e quanto di Voi passa attraverso la rete?

Un bel po’, lo so.

Ecco, è pressoché impossibile pensare che non esista o farne del tutto a meno. Sarebbe possibile farlo  ma costringe ad una contemporanea forma di eremitaggio.

In quanti sono disposti a trasformarsi in eremiti? E poi per quale ragione farlo? Sarebbe anacronistico e sopratutto non sono convinto che sia una via salvifica. Credo che bisogna essere, invece, buoni fruitori degli strumenti e dei mezzi della contemporaneità e fare in modo che non necessariamente siano utilizzati nella modalità che ci trasforma soltanto in reagenti ad impulsi dettati da un sopraggiunto istinto compulsivo.

Quando il www era un grande West, ho pensato che in quello spazio che si apriva agli orizzonti, un piccolo appezzamento avrebbe potuto essere battezzato Spaccaforno e così è stato. Si è preso un cartello e vi si è scritto sopra “Spaccaforno.it” ed era tanto tempo fa, prima che Facebook diventasse un fenomeno planetario. Sembrano passati secoli da allora, da quando nella Spaccaforno del www c’era la possibilità di discutere e capitava di confrontarsi e fare due chiacchiere come quattro amici al bar. Si è scelto dal primo giorno di non concedere spazio alla pubblicità pagante dentro Spaccaforno.it e da allora non è consentito nemmeno ai giganti come “google” o altri colossi del web di invadere le pagine con le loro cartellonistiche pubblicitarie e infastidire gli utenti che passeggiano tra le vie. Fino a quando il traffico non è tantissimo e le spese sono sostenibili senza essere un sacrificio ritengo non sia il caso di cedere libertà a chi invade distraendoci da noi stessi.

Ecco, perché vi siete imbattuti in queste pagine di racconto in modo non del tutto usuale. Personalmente ritengo che sia normale che per le vie di Spaccaforno.it vi sia una eco di qualcosa che appartenne all’antico paese che parte fu, con un qualche elemento del suo respiro, della sua storia, o delle sue vicende e luci, con magari una pennellata di contemporaneità, che va costruita collettivamente senza il timore di affrontare con maggiore consapevolezza la modernità e non subirla passivamente. La storia non dovrebbe destare soltanto i medesimi mal di pancia che avevamo da ragazzi a scuola. Dovrebbe darci oggi consapevolezza che molto dell’accaduto ci ha collettivamente insegnato poco o niente, se di esso non ci arriva  e si ripercorrono errori e disastri dei trascorsi secoli. La resistenza al degrado passa anche attraverso una più profonda consapevolezza e una maggiore profondità qualitativa nell’uso degli attuali mezzi comunicativi.

Ora scusatemi ma devo proprio andare, ché per quel che devo fare la bottiglietta non può servire.

Mi è venuta fame.

Grazie del permesso accordato.

A dopo.

Vostro –  Oriano Tresfor

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