Mènu u Pittìnaru

L’appuntato Trosco che era di piantone nella caserma di Spaccaforno, gli aveva aperto senza mettersi la giacca, lo aveva visto dallo spioncino e riconosciuto in Mènu U Pittìnaru. Trosco in un track e bleng di rumore delle pesante fermatura della porta, aveva aperto perché aveva davanti il rompi cazzo ubriaco il cui curriculum conosceva bene e poi ogni tanto si presentava in caserma e ogni tanto ancora, vi rimaneva come ospite per la notte quando faceva a pugni fuori dalla taverna Tuppu.

Tosco aveva visto a Mènu sporco di sangue e gli aveva aperto, senza rimettersi in ordine l’uniforme prima di schiudere le porte della caserma al mondo di fuori.

Mènu era entrato ubriaco come sempre e aveva confessato di aver accoltellato la propria madre.

Tosco che era un piemontese di quelli tenaci, ci aveva visto lungo a modo suo, e aveva pensato che invece Mènu aveva fatto a pugni come al solito nel piazzale davanti alla taverna perché Tosco lo sapeva bene che ogni tanto quel luogo si trasformava in un ring a cielo aperto, dove in due si toglievano la giacca e si menavano cazzotti fino a quando l’altro non rimaneva a terra mezzo morto e mezzo vivo.

Stavolta Ménu ne aveva prese di santa ragione, pensò Trosco, per come dicevano le macchie di sangue che aveva sulla camicia e sulla gamba del pantalone.

Insomma come fu e come non fu, Tosco prese a calci in culo a Mènu e lo assicuto fuori dalla Caserma.

Mènu vagava e sbagliava strada di proposito, perché a casa sapeva di non poterci tornare. In fondo lui a sua madre la aveva uccisa per davvero e ora non aveva più una madre e nemmeno una casa.

Una casa! Maledetta casa, erano state proprio quelle quattro mura mal messe costruite a ridosso del campanile di Santa Maria, un tetto sotto al quale vivere e non fare il mendicante. Era stata proprio la casa di sua madre a scatenare il tutto. La dimora in cui viveva con la madre era diventata causa scatenante di una follia che lo aveva reso assassino. Era stato un raptus folle di quelli che sale da dentro e lui non era più riuscito a controllare e non appena la sua vecchia gli aveva comunicato di essere andata dal Notaio per firmare l’atto di vendita della casa al signore Albano, che se la era comprata.

Mènu si era attisato tutto pure i capelli si erano alzati in piedi e aveva preso il coltello e lo aveva affondato sulla vecchia, come si uccide un maiale. Centinaia di volte aveva pensato di doverla uccidere ma poi si era fermato ed era uscito fuori invece di ammazzarla. Invece lì per lì questa volta “zaaakkkk” la prima coltellata al collo, perché la prima coltellata si tira là – lo sapeva da sempre era una delle prime cose che aveva appreso in prigione. Lui si era fatto cinque anni di quella Università che è il carcere. Ora vagava Mènu.

Il sangue della vecchia era giunto in un rivolo fuori sul marciapiedi e le donne vicine di casa se ne erano accorte di quella chiazza rossa che era proprio sangue. Le donne avevano scoperto il cadavere e con loro c’era pure Januzzu, un picciriddu che con i piedi non ci toccava a terra quando correva, e Januzzu era volato fino alla Stazione dei Carabinieri.

Vedendo il picciriddu, l’appuntato Trosco gli aveva aperto fottendosene dell’uniforme in disordine. E, dal ragazzino aveva saputo che la madre di Mènu U Pittìnaru era stecchita a terra, immersa in una pozza di sangue.

Io non so perché vi racconto queste cose nostre, locali, forse perché i Mènu sono in ogni piccola comunità dove si conserva un legame con il territorio e ci si riconosce anche da lontano, sopratutto quando si è lontani dal territorio. Non è forse che in tempi moderni siamo diventati tutti quanti più lontani, per le faccende del quotidiano indubbiamente, a parte la stretta cerchia con il resto anche quando ci sfioriamo e ci limitiamo ad saluto veloce con il cenno del capo o della mano.

Comunque mi piace raccontarle visto che vengono a bussare la curiosità e le voglio ricordare. Ricordarle per come le so, come vengono vengono. Senza la morbosità di dovermi perdere il pelo e sparire in un archivio. Cosa che in molti casi ho fatto e mi è capitato di fare anche per lavoro. Mi piace parlarne con la curiosità che ci giunge dall’oralità della nostra gente. Quella genuinità che arriva dall’esprimersi dei vecchi che raccontano.

Ci sono persone che ti raccontano come fossero gli antichi narratori greci o latini. Lo notavo già da ragazzino quando ascoltavo parlare i miei parenti di Siracusa. Poi mi torna in mente ogni qual volta io parli con un Siracusano. Il parlato di alcuni siracusani è ancora quello dell’Agorà greca. Con alle spalle un patrimonio linguistico che affonda le radici nella classicità e deve la gran parte all’eredità popolare se tutto ciò è ancora in vita nei nostri tempi. La popolarità, l’altro braccio che del sapere che affianca quel che resta dell’accademia.

Togliamoci dai concetti difficili e torniamo a Mènu che si aggira per le strade del paese, aspettando che tra qualche minuto una nuvola di uomini e carabinieri piomberà su di lui per ucciderlo o limite arrestarlo.

Mènu intravede un’ultima azione di libertà in quell’uscio di casa aperto e quel carratieddu rosso che sarà pieno di vino.

Ménu varca quella porta, entra in casa, si guarda intorno e non c’è nessuno, afferra il carratieddu ci toglie il tappo fatto col rametto della vite e si suca il vino, bevendolo anche sbavandosi perché forse quel vino è l’ultimo che assaggerà nella sua vita.

E’ in quella casa che l’appuntato Trosco lo trova a Mènu e gli leva il carratieddu dalle mani, per metterci i ferri intorno ai polsi.

E con questo vi saluto, ché anche per oggi il da fare fuori attende già.

Spaccafono 2 settembre 2021

© Saro Fronte