I carbonari della “Maccia o Suspiro”
Appassionandomi al’”Albero del Sospiro” esistente sino ad ieri nella realtà fisica Ispicese perché dava il nome all’omonima scuola (scuola che da ieri si chiama in altro modo), ho fatto una piccola ricerca sull’origine dell’evocativo Albero del Sospiro e da subito ho notato che, anche in questa vicenda come consuetudine di cose nostre, due più due non fa quattro.
L’episodio storico, da dove nasce all’appellativo (tutto ispicese) “Albero del sospiro”, trova la sua origine verso la fine di marzo del 1823. Quindi ci tocca fare un salto dentro la Spaccaforno di quel periodo quando, per ovvie ragioni, “l’Albero” era una “Maccia”, “del” era “o”, e il “Sospiro” era “Suspiru” – “Maccia o Suspiru”.
Non vi ingannate nel respirare a pieni polmoni leggendo questa storia che, come in tutte le storie e nella vita, quando il sospiro sboccia, sono i guai che si vorrebbero scansare, e di essi il nostro corpo cerca di alleviare il faticoso peso scaricando aria nell’aria.
Si parte.
E’ l’alba, il Sac Paolo Ruscica ha avuto l’incarico di compiere una missione riservata a Spaccaforno, ha arrischiato il viaggio in tempo di notte, per giungere senza essere visto in paese, prima che il giorno splenda. La copertura per l’incario è buona, in giornata si vedrà con Don Anontonino Zuccaro e con il Sac Innocenzo Leontini, ufficialmente per comprare una partita di frumento.
Il Ruscica si reca in un posto che ritiene sicuro, nei pressi dell’Eremo delle Grazie dove avviene il primo contatto tra l’avolese e i due spaccafornari.
L’organizzazione segreta di Messina ha dato l’ordine al Ruscica di “individuare persone affidabili e costituire a Spaccaforno una –setta – da affiliare alla Carboneria madre dell’isola”.
Per la comunione di intenti, che i tre reciprocamente si manifestano, è presto cosa fatta. Ma, il Ruscica insiste e vuole conoscere personalmente anche gli altri uomini da battezzare alla carboneria. Si organizza un secondo incontro per il pomeriggio. La terra brucia lo stesso sotto ai piedi, anche se si sdrammatizza dicendo che si potrebbe fare pischìo con troppo movimento di persone.
All’ombra di un muro a secco, sotto la timpa, nel pomeriggio, una pezza di formaggio sarà quartiata e divisa in parti uguali tra i presenti alla riunione segreta. Il vino lo berranno tutti sursando dallo stesso carratieddu.
Oltre ai tre già detti nel pomeriggio ci sono: il Sig. Ferdinado Serrentino, il Sac Don Pietro Capuano, Don Gaetano Zuccaro, Don Luigi Leontini, Don Giovanni Santocono e qualche altro “fidato”.
I presenti vengono vattiati alla Carboneria e il Sac Paolo Ruscica, respirando riprende la strada, per portare, insieme al frumento che ha comprato, la notizia a Messina.
Respirando se ne vanno anche gli altri, che il cuore ha pompato a mille sulle tempie e si son sospirati “motti” che hanno fatto brillare lo spirito ed hanno schiarito la mente.
Ma, allo scurare del sole, già del respiro carbonaro si sospira intorno ad un tavolo dentro palazzo del Conte Enrico Statella, che in men che meno preparerà le contromosse per annientare l’intraprendenza dei cospiranti.
Per la cronaca il processo a loro carico sarà celebrato due anni dopo e si concluderà con la sentenza di condanna al carcere per tutti, il 14 marzo.
Oltre ai sopra menzionati vi saranno altri condannati, ma, non volendo tramutarmi in storico e per l’economia del nostro sospiro, sorvolo e focalizzo nell’operazione del “due più due” che, per me in questa storia, “non fa quattro”.
C’è un particolare in questa vicenda che diventerà di dominio pubblico e che è invece per me è un classico caso di capro espiatorio.
Si racconta che, durante lo svolgimento della riunione carbonara, nei pressi del luogo segreto, sotto un albero di carrubo vi fosse assittato tale Don Paolo Favi. Don Paolo per caspìtine sue stava aspettando che il Conte Enrico Statella tornasse da Modica e nell’attesa sospirava, rincorrendo i suoi pensieri.
Si dirà che Don Paolo Favi, tra un sospiro e un altro si fosse alzato da sotto l’albero e si fosse ammucciato dietro al muro a secco alle spalle del quale, i neo carbonari svolgevano la mangiata di pane e formaggio, parlando del sovvertimento in danno Borbonico.
Si dirà che Don Paolo Favi avesse ascoltato tutti i discorsi, dei quali immediatamente informerà il Conte Enrico.
Bhumm! da spaccarci il capello in quattro dinnanzi ad una minchiata così colossale, e che ascoltò, tutto ascoltò, pure quando era sotto l’albero, visto che il barone sapeva tutto per filo e per segno dei discorsi?
Parentesi: la minchiata, di cui vado dicendo, non la contesto alla mia fonte che invece è spesso pregiata e fedele, e cioè, il libro del Notaro Antonino Moltisanti (Ispica – già Spaccaforno). Lo storico Notaro riporta documenti e fatti, astenendosi dall’entrare nella credibilità degli stessi. Chiusa parentesi.
Ora vi chiedo: ma voi ce lo vedete a Don Paolo Favi che, sospirando sospirando, se ne sta seduto sotto l’albero e ad un certo punto si alza, si sente la discussione dei carbonari, e poi se ne torna a sospirare sotto l’albero?
Hahah … già sorridete. E sì, miei cari: non quadra proprio.
Prima domanda: chi si accorse del Don Paolo sospirante? I carbonari prima dei loro discorsi?
Se l’avessero visto non avrebbero fatto imprudenti discorsi, o avrebbero cambiato aria.
Oppure, i carbonari dopo i loro discorsi risorgimentali?
Se sì, minimo minimo avrebbero usato il sangue di Don Paolo come digestivo per il formaggio.
Allora, chi fu a vedere Don Paolo sospirante? Altrì? E in quanti erano nei pressi di un luogo segreto, quel giorno? C’era per caso tutto il paese?
Dai, dai non esageriamo.
C’era qualcun altro che vide Don Paolo sospirare e ammucciarsi dietro al muro per origliare?
Alt. Mi fermo, una priorità nasche e mi chiedo: ma questi minchia di carbonari cosa facevano, una riunione segreta senza che nessuno stesse a fare il palo. Senza che nessuno stesse a controllare che estranei si avvicinassero a loro?
Non ce li vedo. Scusatemi ma mi cala male una storia di carbonari così coglioni.
Allora in semplicità avanzo due ipotesi:
La prima: Don Paolo Favi era il Palo. Incastrato, poi, da qualcun altro e costretto a confermare la cosa al Conte Enrico Statella.
Dico “incastrato da qualcun altro” perché il Palo non si sarebbe messo a fare “il Palo” se avesse già avuto, di suo, l’intenzione di cantarsela, sarebbe stato troppo esposto anche fisicamente. E, poi anche per il semplice motivo che essendo il più visibile dagli sguardi esterni doveva anche essere una persona riservatissima la cui fiducia doveva essere condivisa dagli organizzatori.
Non so se mi sono capito.
Seconda ipotesi, tra i partecipanti c’è un venduto a prescindere (dai dai ve ne sono tanti no?) un uomo di … (no, questo non ve lo dico sennò ci perdiamo prendendo la tangente rispetto al nostro due piu due che non fa quattro. Ve lo faccio sapere con un’altro racconto, semmai), che la sera informa il Conte Enrico della riunione dei cospiranti. Quindi il Conte fa chiamare Don Paolo che non era ammucciato e gli chiede a bruciapelo: Don Paolo che ci facevate sotto l’albero di carrubo all’ingresso del paese, vi ho visto mentre venivo da Modica.
Don Paolo se ne esce con una scusa qualsiasi del tipo pensieri e sospiri d’amore o di malasorte, e il Conte lo lascia andare.
Il Conte denuncia i cospiratori dei quali sa nome cognome e discorsi, perché qualcun altro glieli ha riferiti, e poi non volendosi bruciare il vero informatore, scarica la cantata come appresa da Don Paolo Favi, del quale non gliene fotte una emerita minchia.
Ufficialmente, come si suol dire, Don Paolo Favi diventa cornuto e mazziato, ossia il capro espiatorio della vicenda nata intorno alla Maccia o Suspiro.
Cornuto, perché additato come traditore dei carbonari. Mazziato, perché qualcuno “nero nero” lo dovette fare veramente, a colpi di mazzate. E, come se non bastasse il poveretto avrà passato il resto dei suoi giorni ammucciato per lo scanto di pigliarsi una schioppettata sopra gli occhi.
Vi lascio, che la banda sta suonando. Oggi a Ispica si festeggia San Giuseppe, e in cucina il cafè è salito.
Mia figlia mi ha regalato un libro di racconti, oggi per la festa del papà. Mi fa regali del genere perché poi i racconti li devo leggere a voce alta e lei se la gode.
A San Giuseppe hanno regalato l’intestazione della scuola che aveva per nome un pezzo del nostro Risorgimento: “a Maccia o Suspiru”.
Mah … oggi mi va di godermi il dono di mia figlia, le leggo una storia.
Possa godersi anche San Giuseppe un racconto, mi auguro che qualcuno possa leggergli questo sulla Maccia o Suspiru.
Chissà che un sospiro non scappi pure al Santo: per il “pensiero” senza storia che cancella le vicende della Storia.
Ispica 19.03.2006.
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Articoli
20 marzo 2006 alle 14:18
Questo racconto non può rimanere qui, Saro. Deve uscire. Fammi fare. Se vuoi.
Abbraccio, e grazie.
28 marzo 2006 alle 14:09
Complimenti don Saru!!!
10 dicembre 2006 alle 13:19
Gazie Saro,
ossia, Maccia U Sspiru.
Ho letto con attenzione il racconto e, zitto zitto, mi viene da dire: “e mo la storia continua, la nuova dedicazione della scuola ha come un sapore reazionario, ancora una mazziata per Don Paolo!”.
Ma c’è un’ emozione che il racconto mi trasmette e che è qualcosa che somiglia alla rabbia e non è rabbia, somiglia alla meraviglia e non è solo meraviglia. Pulsa di meraviglia la storia di don Paolo e di come lui diventa un elemento vitale per l’azione dei suoi stessi nemici. Ecco, ora intendo la rabbia da dove viene!!!
Ma appena il tempo di riprendermi da questa scoperta e mi viene di interrogarmi sul tempo e su come mi piacerebbe usarlo per chiedere ad esso simboli e figure che mi identificano e che chiudono in una icona le “cose” che per me hanno valore. Condivido l’amarezza che sento nelle tue parole e mi vengono in mente cose come: “…ma San Giuseppe, merito suo, lo conoscono tutti…e se ci fermiamo a confermare cose già consolidate quando ci accorgiamo di noi stessi e di cosa siamo qui nell’ ‘adesso’???”, ma qui il discorso travalica il mio selciato emozionale e ciò mi mette un po’ a disagio… come fai tu, alla fine del racconto, mi “parcheggio” nel piacere del testo del racconto. Mi gusto il tempo incalzante che mi ha costretta a ritornare e rileggere più di qualche capoverso qui e là, ma che ha appiccato la mia curiosità nell’istante stesso che mi spazientivo per dover rileggere. Mi piacerebbe poter avere la versione audio del racconnto per sentire affondo il sapore per me dolcissimo della Sicilia, ma non potendola avere, né chiedere, provo ad inventarmi qualcosa che assomiglia ai suoni e ai sapori che già solo il nome “Sicilia” mi evoca e che il mio corpo, come fa con tutte le “sostanze ad alto valore nutritivo”, diligentemente conserva .
Un cordialissimo saluto,
anna