La caramella
L’anno scorso mi sono ritrovata all’interno di una compagnia teatrale occasionale, a recitare in una versione racchissima (almeno, per me era tale) delle Troiane di Euripide.
Le prove erano a Ragusa, e io ogni giorno pigliavo il bus per raggiungere Modica, da dove tutte noi, coro di Troiane, partivamo alla volta del luogo di prova. Mezz’ora di autobus, sola andata. Mi piacciono i mezzi pubblici: c’è sempre uno spaccato di umanità là dentro. Qui, poi, c’è un’aria di familiarità e confidenza. Quando sali il conducente ti saluta, e seguono a ruota tutti i passeggeri. Stessa cosa vale quando scendi. Roba da rimanere sorpresi, per chi è abituato alla “città”.
Un pomeriggio, come tutte le volte, salgo e prendo posto verso il centro del bus. Il tragitto per Modica è suggestivo, soprattutto d’estate. Le masserie sono bianchissime, col riflesso del sole, e si distinguono i confini disegnati dai muri a secco. Capita spessissimo di vedere animali da pascolo oziare sotto gli alberi, e ad un certo punto diventa immancabile, all’interno del bus, la visita di un’ape di passaggio, che entra da un finestrino, si fa un giro tra i passeggeri indifferenti e sonnacchiosi ed esce da un altro finestrino in fondo.
Di solito volevo approfittare del viaggio per ripassare il copione, ma puntualmente mi ritrovavo a guardare la gente ed il paesaggio, e a concentrarmi sui profumi di fieno umido e di resina d’ulivo.
Ad una fermata sale un signore anziano, e prende posto davanti a me, nella fila accanto. Se pensate alla più classica iconografia sul “vicciarieddu” dei pomeriggi in piazza, avrete un’idea chiara di come fosse quel signore. Pelle bruciata dal sole, rugosa, dura, coppola in testa, camicia bianca, fresca di sapone di casa, gilet scuro, pantaloni di “robba lègghia”, perché fa caldo, e scarpe consunte ma linde.
Una volta seduto si guarda intorno, e infila una mano nella tasca interna del gilet. Io mi incuriosisco e lo osservo cercando di non farmene accorgere, dando un’occhiata a lui e una al copione, fingendo di leggere.
Lui tira fuori dalla tasca una caramella e la porge con fare gentile alla signora che era seduta davanti a me, accanto a lui. Lei accetta il dono di buon grado. Sarà una conoscente, mi dico, e ritorno con un occhio al copione.
Con l’altro vedo che lui rimette la mano nella tasca, e tira fuori un’altra caramella. Stavolta si gira, e la porge a me. Io poggio il copione sulle ginocchia e lo guardo cercando di capire quello che stava succedendo. Lui mi stava regalando una sua caramella. Quel signore sconosciuto, di cui io non sapevo assolutamente nulla, aveva deciso di farmi destinataria del suo atto gentile, della sua attenzione e del suo dolcetto. Gratis.
Grata ed emozionata, accetto la caramella e lo ringrazio. Lui scende alla fermata dopo. Io continuo per altre due.
Non ho mai mangiato la caramella. La tengo sempre in borsa, però, e ogni volta che la gente mi delude o mi disgusta io guardo la caramella, e mi viene in mente quanto le persone possano essere straordinarie.
La gentilezza salverà il mondo.
» voto, giudizio o portfolio? E’ passato del tempo da quando frequentavo la scuola elementare,
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Articoli
29 marzo 2006 alle 17:51
E’ bello quello che racconti. Ieri in via Farini, a Milano, ho incontrato una mia vecchia amica dell’Accademia adesso inviata di Italia 1 – Iene e Lucignolo ecc. – perché aveva visto un video a La Stecca “intorno a Ispica”, il mio Condizioni marginali. Mi ha chiamato e ci siamo riincontrati dopo anni. Mi ha domandato se avevo notizie di Andrea Z., artista, suo compagno quando s’era giovani e gli ho detto che sì, l’avevo sentiro recentemente.. perché questo chiacchiericcio intorno al tuo racconto? A un certo punto mi fa che anche lei è abituata a muoversi con i mezzi pubblici, che ama muoversi a “piedi” affermando che noi ” veneziani” ci siamo abituati così e che, spesso, questa scelta viene fraintesa o individuata con sospetto. Ebbene, Andrea Z. che peraltro ha fatto il servizio militare con il nostro Andrea, amico di Paolo Savegnago quello che qualche anno fa a Ispica, in estate, si spostava nell’ombra e mai s’azzardava a pigliare un po’ di sole – qualcuno se lo / li ricorda questi ragazzi?? – quando venne a Ispica con l’amica mericana e una coppietta di amici scoppiatissimi e simpaticissimi, che impressionò mia matre perché portava l’unghia verde, amava Andrea quella strada, la strada che porta a Modica e dintorni. Diceva che era disposto a vivere lì per ‘mirare quelle strade, bastava [solo] questo. A. vive a Este. Quando sono giù amo spostarmi a Modica, Scicli, SR con il bus. Anch’io ho visto un vecchio signore offrire caramelle al vicinato. Non so se è lo stesso, non importa. Certo è che quelle atmosfere accennate le riconosco e mi emozionano. Ogni volta che riesco a fare quei piccoli viaggi mi “sento”, ri:sento la mia persona, la mia natura, i sensi s’amplificano e ricordo le parole di Andrea. C’è tempo in quei viaggi.
30 marzo 2006 alle 06:55
Mi piace l’ambientazione assolata e fresca di sapone del quadro che hai scritto, e questo tuo modo candido di raccontarti conducendo dentro le emozioni che ti attraversano. complimenti clara.
30 marzo 2006 alle 13:04
Ostracon, ostracon.
I luoghi della memoria, i siti della storia nostra portano un nome non reale mai scritto nelle carte pubbliche che noi presentavamo (e presentiamo).
Cosa è Spaccaforno? Non vi siamo nati, non vi moriremo.
30 marzo 2006 alle 13:24
Ostracon, ostracon.
Nemo propheta …
Pensieri
Franco, ho seguito i tuoi passi da lontano, negli anni.
Poco carpivo, ma molto è quel poco.
Seguivo te, Peppe e Salvatore tra le pareti di Ortigia. Quelle pareti che nascondevano gli odori del catrame che tu dominavi.Erano le pareti che ci separavano dall’Inferno?
Non lo sai ma anch’io mi abbandonavo all’indefinibile spettacolo delle sfere celesti come e con Dante. Il nome era uno spunto e una coincidenza ma la catarsi partiva da un vicolo di via Crispi (era li?)
31 marzo 2006 alle 01:22
tra le pareti di Ortigia, tu che parli di catrame che nell’assenzio non ti riconosco, tu che conosci me e Salvo e Peppe, che ne sai tu di noi adesso? Prova a domandare adesso, a Peppe per esempio, dell’odore di catrame tu che devi conoscere la storia di tanto catrame che s’origina dentro un ospedale d’Ortigia che qualcuno adesso chiama delle “cinque piaghe” e che nemmeno Lui sa, conosce , solo io adesso, in questo momemto, nel momento in cui registro qualche salma compagna e nessuna speranza davvero. Io non so dove si trova via Crispi. D’altronde ho dimenticato molte vie io. Araba fenice un cazzo! Torno adesso da start@hangar, mezzo ciucco dicono da queste parti, provate, trovate qualcosa che possa ricordare di tanto sfascio! Certo, posso provare a chiamarti, a provare dei nomi ma mi fa incazzare sapere che intorno nessuno ha mai compreso pienamente di tanto abbandono, quanto disincanto abbiamo provato negli anni. Salvo, che tu conosci, ha smesso. Peppe ha provato traumi pur di resistere. Anch’io mi lascio trasportare senza famiglia nell’abbandono e nel più totale smarrimento provo lo stesso a rinsaldare qualcosa che possa definirmi un senso. La mostra su “Oggetto donna” l’hanno spostata a fine maggio, mostra importante e pertanto avevo spostato i miei programmi, niente pasqua, niente Ortigia, il catrame come lo chiami tu, ci saranno altre cose. Come stasera ho sfiorato nell’Hangar Bicocca e, devo tacere: che cazzo ne sapete voi di tanto? Nessuna corsa potrò permettermi in corso Umberto di Siracusa, nessun volo verso il ponte che porta d’Ortigia e nella notte smetto, vìa catrame, Madonnine miracolose, smetto tutto e sputo. Le vie che ricordo sono quella di quattro novembre, quella Adua e un ronco, quello dei vespri. Ci passo la notte e non trovo niente. Nessuna memoria, nessuno. L’ inferno era commedia quella di Dante. Il nostro è meno ma deciso, strafottente, fulminante.
Fanculo mi dico in questa notte e incanto con la voce di Sara Mingardo, fanculo ripeto e mi brillano gli occhi, Araba fenice.
28 aprile 2006 alle 16:38
ma che cazzo scrivi!