sformato di pane. vol.2
Fui fortunato. Il giorno seguente ricevette la telefonata che lo avvisava della possibilità di potere affittare l’alloggetto al quarto piano e nello stesso palazzo dove per anni aveva abitato con Giuse. Quasi si prese uno spavento. Verificò personalmente che la poveretta aveva avuto problemi serissimi col marito che da quando fu costretto a lasciare il suo posto di portinaio andò fuori di testa perché dal quarto piano adesso voleva lanciarsi, né! E non fu facile. Anticipò parecchi mesi d’affitto e così pure per la signora perché il ricovero del marito gli era costato un occhio, e non solo. Dovette imbiancare tutto, compreso il cranio, dovette anche perché il vecchio colore [fui] un beige, il soffitto [fui] marrone e pensai che probabilmente furono quei colori a confondere la già fragile mente del poveretto. E fu lento con soddisfazione di Giuse soddisfatto anche perché era riuscito ad allontanare l’amico s’ingrassava di risate della lentezza e del sudore lento che sputava la fronte appena pulita, riimbiancata ma entrambi s’avvedevano la sodddisfazione segreta -segretissima- che potevano e comunque controllarsi dai piani appena messi i musi fuori dalle rispettive porte finestre una da terra e uno dall’alto del quarto verso il basso. E fu vero che comunque da quel momento le vie si distrussero s’impennarono su altri tempi, percorsi, arene e per sempre. Guardavo fuori dalla finestra. Ascoltavo Fuel for fire e voleva danzare quasi perché dalla cucina soggiorno e cos’altro fosse la primavera irrispettosamente aveva messo piede. Ma non poteva. Quella città e quel palazzo avevano sconvolto suo marito. Da lassù poteva vedere quella porta che sbucava nel cortile con le tende che una volta dovevano essere candide bianche e che adesso erano grigie di polvere di payne e fors’anche per rabbia e delusione. In basso. E non c’era niente nei suoi occhi mentre, per il resto, sentiva che il suo corpo era altrove o forse erano piccoli segnali che gli parevano venire da profondità sconosciute che l’agitavano o almeno così doveva impressionarsi agli occhi attenti di qualcuno se fosse stato lì, in quel momento, in quel momento la povera signora apriva il portone del palazzo per permettere all’amministratore squalo di salire nella sua camera da letto. Quella mattina, porca miseria quella mattina!
Che magnifica giornata! Da lassù poteva vedere la collina e la Villa Regina. Alle sue spalle la gran Mole di Antonelli. Già, proprio una magnifica mattina di primavera! E al quarto piano! Quattro piani sono alti, troppi per potersi salvare la pelle. Non aveva dubbi. Lei si metterà d’accordo con la signiora, vero? Fu vero. Pensavo che l’amico, giù, stava al sicuro, lui, un cane. Squillò il telefono. Corri al Palazzo, e che cazzo possibile che i custodi del Palazzo non riescono ad attivare i quattro video in sequenza? E allora viene o no a Bricherasio? La mostra, Dio mio aveva dimenticato la mostra al Palazzo, Finisterre! L’alluce poi sarebbe tornato avanti a tre primari che stupiti gridarono il miracolo.
Note a pie’ di pagina.
Com’ero bello una volta.
C’è qualcosa di insolito in BUBBLEGUM, o c’era. Idiota! Poca gente fino all’imbarazzo. Dovrei prendere nota delle bellissime parole di Nicola e poco altro. No, non sono affatto contento e lo sapevo. Forse la cena si è tenuta ai Canottieri, credo. Come al solito è stata noiosa. Fuori, valeva bene rimanere fuori, dietro, al Valentino. C’erano come i miei fantasmi, i miei, e mancavano solo i cani, mannaggia! Avrei voluto rigirarmi in quelle vie deserte, lasciare che il freddo gelasse le membra, vedere il fiume nero scorrere quasi dormendo. Non è stato possibile perché di peso mi hanno preso e condotto a casa. Così hanno fatto e ho fatto. E a casa ho titrovato l’amico, abbiamo bevuto birra e buttato giù quattro parole (facevamo così lo stesso quando eravamo ragazzini nella notte di via Acireale intorno al numero ottanta prendevamo caffè freddo o una birra ghiacciata e nella notte ispicese mentre tutti russavano o scopavano noi alimentavamo sogni incredibili cantavamo e danzavamo lì proprio davanti dove al vespro si sedeva la bambina e ‘fanculo quelle notti e ‘fanculo i sogni d’allora e) e ancora adesso ed infine riposato: Buona notte BUBBLE. 9 febbre 2005, martedì 8 febbraio ore 18:40. Caro Francesco, è un bel giorno oggi con i tuoi dipinti così affascinanti e profondi. Sì, sono davvero tanto belli e sono felice per te, vedo coronato un grande sogno di Arte nelle tue opere. Ti auguro tutte le cose più belle e buone, Nicola De Maria. Coronato un sogno… Sinceramente non mi aspettavo parole così belle da un artista. Non lo so, ma forse ha ragione Nicola visto che sono riuscito a realizzare BUBBLE e intanto ‘mane è il 10 febbre 05, Torino e le arene non potevano dimostrarsi diversamente ai poverini, sonatine e balli. Sono stato fortunato io
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Articoli
12 aprile 2006 alle 17:25
Quando,con infantile e spietata ironia,mi svelano innanzi i protagonisti monchi del mio passato come spade,come lance essi penetrano nel mio cuore come se io fossi l’unica colpevole disposta e destinata a pagare.La vergogna e l’inferiorità insensate crescono mio malgrado,ma con il mio permesso,ed io stessa in un istante spaventoso percepisco ciò che fino a quel momento mi curavo di ignorare sistematicamente.La mia mente è squassata da ciò che altri dipingono e costruiscono su di me senza curarsi o domandarmi nulla.La loro ingenua e sagace crudeltà,più o meno consapevole,più o meno giustificata o colpevole,gioca a ridurmi in silenzio:un goffo pagliaccio,una marionetta senza nerbo nè arbitrio che s’agita ed arrossisce tentando di non attirare attenzione sola sul palcoscenico.Le risate e la pietà del pubblico di cui fino a quel momento non ero cosciente risuonano invadenti nella mia testa,violentandola e lasciandola stordita da un’imbarazzante inettitudine per cui ,malgrado tanti sforzi,non trovo colpevoli.E mentre cala il sipario sulla mia commedia inconsapevole resto seduta,immobile nel buio aspettando il Secondo atto e riflettendo amaramente sul fascino dell’ignoranza e sulla forza ,sulla cattiveria dei punti di vista e del relativismo esistenziale che contemporaneamente mi costringe ad odiare comprendere e invidiare gli atteggiamenti pseudospensierati del mio pubblico umanamente pettegolo.
27 aprile 2006 alle 17:09
Ci sono molte sofferenze che albergano all’ interno di ognuno, la convinzione generale è spesso che gli altri non le capiscano o quantomeno se ne freghino.
Infatti, è esattamente così.
27 aprile 2006 alle 17:23
secondo me i commenti dovrebbero essere liberi da una qualsiasi approvazione esterna purchè chi li esprime rilasci il suo indirizzo email