Senza pretese

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Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore : © Saro Fronte
“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta. Purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene*” disse, scostando dietro le orecchie le ciocche dei lunghi capelli neri.
Annuii silenzioso.
Ero incuriosito da questo inusuale esprimersi in lungo, solitamente Mishewi rispondeva in monosillabi quando la interpellavano, e se non la sollecitavano stava comoda nel silenzio. Una ragazza dall’aspetto normale della quale non mi accorgevo durante il giorno, oscurata dall’esuberanza delle altre colleghe, o non notata da me per la mia inclinazione alle facili conquiste. Durante le lezioni come nei gruppi di lavoro Mishewi era sfuggente, pronta a defilasi come un’eclissi che mi rimaneva in mente soltanto per un attimo quando puntualmente mi passava innanzi, prima di lasciare le lezioni.
Fu quell’ombra educata a bussarmi tra i flash delle immagini confuse dall’alcol, dopo aver vomitato, l’altra notte di ritorno a casa dalla festa di Monhice. Tokyo doveva scorrermi intorno chiassate come sempre a tutte le ore. Ero in strada ancorato al palo dell’illuminazione per non cadere dentro la pozzanghera del mio stesso vomito. Non sentivo i suoni né tanto meno riuscivo a vedere oltre gli occhi bagnati ed il silenzio ottundente. Quell’ombra educata di ragazza era una possibilità per poter maledire l’inconcludenza a cui ero giunto seguendo gli schiamazzi del quotidiano.
Il piazzale dell’Università era brulicante di ragazzi che godevano del sole. La vidi uscire dal portone, le andai incontro costringendola ad alzare lo sguardo verso chi le impediva la via. Dietro ai capelli scorsi grandi occhi, il naso un po’ all’insù e quella bocca che, abbandonando la forma del cuore, accennava ad un sorriso mi diede il coraggio di infrangere il cristallo del suo silenzio. Le offrii un tè. Accettò, purché fosse stata lei a prepararlo, in casa sua.
Ogni movimento mi appariva aggraziato, dallo sbattere delle lunghe ciglia al poggiare con cura le tazze. Nella controluce della finestra era visibile un filo di vapore che usciva dalla teiera. Mishewi incantevole in quello spazio sacro riponeva con cura i Kanagaschi nel vassoio. Continuò “Preferisco non dedicare molta attenzione alle persone, ma alle cose sì, agli oggetti, alla natura, limitando gli affetti al minimo, per stare sempre bene anche da sola.”
Mi guardava entrandomi dentro, dalla poca distanza che ci separava, leggeva lo smarrimento che ora provavo.
Annuii meno convinto. Riprese “Anche se gli individui non vorrebbero finiscono con il rovinare ogni cosa, sempre, cercando di approfittarsi di chi si mostra disponibile”.
Scostai il tè le chiesi di versarmi qualcosa di forte.
Lo fece sorridendo.
Il silenzio avvolge i nostri corpi sudati sopra al futon steso sul pavimento. Avvinghiati ci stringiamo nell’appagamento di una necessità dei sensi.
Succhiato come un ribes sarei finito nella pattumiera di quella cucina ordinata della quale chissà se avrei continuato a godere.
* Incipit B.Yoschimoto
» Arancio del sole prima del tramonto Le ombre cominciarono ad allungarsi sino a fondersi all’attesa oscurità
» Ti avanza una molletta Racconto Breve Ti avanza una molletta di quelle che servono per
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27 novembre 2006 alle 11:36
Immagino che tu debba partecipare al concorso “la seriola”….. NO?