i vetri
Ormai non c’è eco, casa isolata. Ormai che tutto è sfinito proverei, io a dormire ne avessi il coraggio; mi hanno aumentato l’affitto, i ritmi si fanno pulsanti, fremono le mani la testa desidererebbe sparire, coi suoi difetti, della casa è stata una catastrofe, c’è sole e grigio ‘mane, afa, caldo sete. Vorrei solo quiete, silenzio. E fuori invece fanno festa. Respiro lentamente come per ritrovare calma, stai calmo, stai calmo miracolo, la casa crolla, il vago, mi chiedo cosa ne sarà, di quello sfogo o componimento privato: Era era. Non è bastata la delicatezza, la grazia, l’alimento, l’ossigeno, devo rialzarmi anche se mi sento a pezzi, sfinito che non ho tempo di niente, anime tenete la mia testa, il mio cuore, il corpo che vorrei distruggere, questo. Eppure ci sono volte che mi pare di sfiorare il grado di purezza, l’aspetto a volte se chiudo gli occhi, grandi occhi bisogna avere per riuscire a chiuderli bene. La resurrezione forse non è per la vita eterna, la vita eterna è forse come la perfezione, o, come saremo? Ci saranno i resuscitati che vengono dai morti e torneranno vivi o ci saranno quelli che mai hanno conosciuto, la morte giungeranno dritto all’eterno; e i resuscitati, rammento che avranno corpi di legno perché senza fogne devono essere, e non avranno bisogno di vestiti, non di tuniche bianche perché i corpi saranno, Diversi, verbi, obliqui i soffitti semmai ce ne saranno. La parola a Dio.
Sentite i miei pezzi, paiono ciancianedde, suonano di vuoto, scricchiolano: trasportate con una ramazza i vetri rotti, i pezzi, i frantumi del corpo demente.
M’alzo, come un Lazzaro, più morto che resuscitato, di là vado che è notte fonda nonostante i fuochi della festa, della resurrezione e del mattino assolato.
Fonti:
Dialettica di un periodo di transizione dal nulla al niente, di Viktor Pelevin;
The Seven lost words of Christ on the Cross, H.XX/2, Joseph Haydn, Concentus musicus Wien, Nikolaus Harnoncourt;
Let in the light, Shannon Wright;
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