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La stessa ora

Postato da francesco lauretta  |   11 luglio 2007

Il racconto è bello. Ho appena terminato di leggerne uno. Poetico.
Sfoglio gli altri che ho scaricato e leggo i titoli. Non so quale altro leggere adesso, non so quali dei nove è il più bello. Certo, il primo e il solo che ho letto l’ho trovato bello, davvero. Mi piacerebbe conoscere l’autore di questo racconto e mi piacerebbe saperne scrivere anch’io di racconti. Ma suona il citofono. È Jorie che torna dal lavoro e vuole trascorrere qualche minuto al Trianon, a bere qualcosa, una birra, anzi due. Devo ricordarmi di leggere quello sotto, di racconto, magari prendo un appunto, ecco fatto. Prendo lo zaino, ci metto dentro l’accendino, l’antico toscano, un catalogo, l’ultimo Blow up.

Mi affaccio fuori, fa freddo e piove, prendo l’ombrello variopinto, esco e attraverso il ballatoio e mi cade l’occhio sopra i tetti: non ci sono gatti, niente piccioni, solo una coppia di signori gira nel cortile incerta se acquistare una pianta, dal fioraio. Apro la porta che mi conduce alla scala, scendo velocemente i quattro piani e scivolo molle molle verso il bar. Fa un freddo cane. I tavolini, fuori, sono vuoti a parte una ragazza dai folti capelli e ricci che dà le spalle all’ingresso del bar, il neon acceso, blu. Entro. C’è Tony stasera, c’è Ulrike il meccanico dentro, con il suo compare. Ridono appena mi vedono, mi dicono che hanno visto Jorie e Tony conferma che è passato e che è andato a comprare le sigarette. Faccio posto, mi accomodo accanto a loro. Tony mi prepara una birra piccola, me la porta al tavolo. Non c’è che dire tremiamo di freddo stasera, domani è festa, cavoli! C’è silenzio, imbarazzo, non so cosa dire. Non conosco bene Ulrike. Mi trovo sempre così fuori posto quando non conosco la gente perché non so come si fa a parlare, cosa raccontare e come fare lo spiritoso visto che sia il meccanico che il compare sono sempre allegri, su di giri tanto che credo che forse è la birra a fare questo effetto, ma forse non è vero. A me non fa niente la birra, non può fare niente e penso che spiritosi e pieni di parole si nasce altrimenti non capisco come possano esserci tante persone che parlano e ridono in continuazione.
Sorrido anch’io alle loro battute e prego che arrivi in fretta Jorie anche perché lui non scherza mica in fatto di simpatia, conosce tutti, con tutti ha la battuta pronta, con lui non si può non ridere, anch’io rido appena entra, finalmente. Fa la mossa di cercare qualcosa per terra e prontamente, e così da sempre o l’uno o l’altro, il meccanico gli dice di avere visto 500 euro vicino al cestino. Ridono. Stavolta è stato Ulrike ad avere visto la banconota. Jorie mi fa cenno che desidera consumare la sua birra fuori. Il meccanico protesta, ci rimane male ma Jorie deve dirmi qualcosa di importante e non vuole stare dentro. Da fuori s’ode la radio che trasmette una canzone di Bill Callahan, suona bella, meglio del racconto che avevo letto prima, Diamond dancer. “Ho trovato una carrozzina piccola piccola, che ne pensi?”. Questo doveva dirmi Jorie. Ha trovato una carrozzina per neonati ma potrebbe essere anche qualcos’altro e difatti non sa cosa farsene o, meglio, mi dice che ne farà qualcosa di rosso, vuole tingerla di rosso, mi dice che gli ricorda certi malati la carrozzina.
Secondo me fa bene a tingere di rosso la piccola carrozza. La ragazza dai lunghi e folti capelli neri e ricci ha spiegato la scatola dei trucchi e inizia a decorare il suo volto bello e magro, il naso grande, gli occhi scuri, guarda, si guarda intorno e pare tesa, pensa che gli piacerebbe parlare con il meccanico che prontamente si avvicina e ammicca a noi l’opera della giovane, “Si trucca”, fa Ulrike. Ulrike ha freddo e deve raggiungere la moglie, balbetta: “Beati”; e guardando le mani imbiancate di Jorie ride perché: “finalmente ti vedo fare qualcosa, il muratore”. “Ho freddo alle mani”, e osserva la ragazza truccarsi che si volta appena e lancia un sorriso -il labbro dipinto di nero-, rabbrividisce Ulrike e ci lascia. Va via, turbato. Consiglio a Jorie di mostrare quella carrozzina che ha trovato buttata vicino ad un cassonetto dei rifiuti, “tanto”, dico, “va bene, e rossa poi non potrà che generare sospetti alla quiete, non credi?”. Esce l’altro, il compare brillo e Jorie ordina un altro bicchiere di birra: “c’è una vita da vivere. Stasera non esco o se passo mi preparerai un caffè”. Ma fa troppo freddo. Torniamo dentro al Trianon. Anche la ragazza dai lunghi capelli neri, folti e ricci entra. Si siede accanto a noi, ci guarda attenta e Jorie dice che è matta. Io guardo lui, poi lei che vede ma ha gli occhi orlati di lacrime che non cedono però. Deve essere matta. Deve essere tristezza questa sera. Abbiamo tutti troppo freddo per capire. Così ci alziamo tutti assieme, la ragazza, io, Jorie.
Andiamo alla cassa a pagare le birre. Lei diversamente va via, non paga. Tony non fiata. Dopo un po’ soffia: “domani sera ripasserà. Alla stessa ora”. Ci salutiamo. Ritorno su al quarto piano. Ho da leggere alcuni racconti, mi chiedo quale sarà il più bello.


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