il rondone, tanto, per finire.
Compreso che è inutile continuare a stare qui, perché forse al di là dello schermo nessuno abita con curiosità, come possibilità [...] anche [...] le cose, ammutolisco con una specie di racconto questo rapporto con voi tutti.
A tutti ogni bene.
IL RONDONE.
Come buio ho fame. O, meglio, ci avevo visto la fame e in una delle mie spericolate discese, probabilmente a causa del potente caldo, la mira s’è annebbiata e sono sbandato clamorosamente lo schianto, pericoloso così buio che mi sono svegliato, allo scanto ero sorpreso io, vivo ancora quando mai si sarebbe detto ancora dopo una caduta così rovinosa, campo, un miracolo dopo quaranta metri di caduta vertiginosa, una rotamariola che cade immaginatevi che botta, l’impatto violento nell’asfalto bollente e molle di stagione, immaginatevi come mi svegliai al buio prima e poi la fame e la testa, dio mio, girocapo!, un salvagente, ce ne vorrebbe uno dove potermici aggrappare, ma uno bello e a me piacciono quelli di colore arancione, già, proprio quelli anzi, uno bianco e l’arancione, la carota e la mozzarella di bufala o semplicemente di una maglietta arancione e di una gonna bianca portata con grazia da una giovane donna e non so voi ma per me questi sono i colori belli dell’estate, d’altronde io ci sono sempre d’estate, o nella primavera inoltrata, insomma seppur nero amo questi colori e sebbene scosso qualcosa mi ha smosso, come fosse un salvagente, un miracolo dirò poi, qualcosa mi son visto davanti al becco, a me, moribondo qualcosa che in altri tempi mi avrebbe provato spavento e morte, a me moribondo qualcosa mi s’è avvenuto rosa, come di carne rosa, mi s’è presentato e lì ho affondato i miei artigli, lì ho affondato le mie ultime forze e ho come gridato, uno stridio, sperando che quella cosa potesse indovinare il mio amore, il mio disperato salvagente e non solo perché fossi io in quello stato ma anche perché non potevo abbandonare i miei pulcini adesso, fra poco si sarebbero lanciati dall’alto e verso il mondo, dovevo risorgermi anche e soprattutto per loro, i miei compagni di viaggio, la mia compagna, naturalmente. Quando ho visto questo rosa di carne mi sono aggrappato con la mia stessa morte e chissà dopo, cosa sarebbe successo. Credo d’avere come sognato o, come sono svenuto avevo lasciato che i miei artigli mi fermassero a quella mano e, non potevano non capire, Dei dei voli! Mi portarono da un dottore per farmi visitare, per vedere se ero ancora possibile, di volare, di svolazzare lassù. Sentii dire che dovevano sdraiarmi su un tavolo nella notte lasciatemi solo, lasciarmi della carne tritata, accanto. Come buio la fame. Ricordo la sveglia il mal feroce in pancia. Dovetti alzarmi di corsa e non potei far altro che andare in bagno, al buio ripeto perché al buio so vedere anche, almeno attraversare il corridoio, aprire la porta per poi accendere sì la luce e finalmente sedermi sulla tazza per scaricare tutto, ‘fanculo! Feci, così. Non fosse che sognai, alle costole le bastonate, le gambette come fossero morte di freddo, mi svegliai ancora: ero svenuto. Mi raddrizzai e spensi la luce. Mi svegliai di nuovo al buio stavolta, avevo freddo e male alla schiena. Compresi ch’era successo qualcosa di intollerabile al mio corpo: due volte svenuto. Allora riuscii, non senza fatica, a rialzarmi e ad accendere stavolta la luce dell’intera casa. Del sangue strisciava la parete bianca. Mi portai di nuovo nel cesso e lavai bene la faccia sporca di rosso. Chiamai aiuto: volli delle fettine buone di carne di cavallo. Ma nessuno rispose. Mi fu detto poi che non riuscivo ad articolare alcuna parola, credevo di urlare, chiamare qualcuno ma proprio non mi riuscì nulla da quella bocca. Allora crollai sul letto. Accanto al mio giaceva un corpo bianco e gravido, un soldato d’arme che pareva buttare una bomba a mano era lì, enorme, accanto al mio letto e puzzava di gesso marcio: era già putrefatto ancor prima d’andare ai giardini il primo di luglio di tanti anni fa. Il giorno dopo, finalmente Antonio mi portò un chilo di carne di cavallo che poi non mangiai. Al buio, allora, mi portai col becco verso la carne tritata. Stavolta era diverso. Stavolta non avevo bocca ma becco. Stavolta non potevo abbandonarmi nel letto ma dovevo prima mangiare la carne, e poi scivolare verso il bordo del tavolo fino a lasciarmi cadere e stavolta per risalire e, spiccare il volo verso la finestra aperta che il veterinario aveva indicato alla mano d’aprire per rivivere di nuovo. Un lieto fine direte voi ma vi assicuro che è stato davvero difficile crederci.
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