Senza ambulanza.
Che canto con un nome così, Violeta Urmana!
E’ sera. Sono passato al Trianon a bere un bicchiere di birra prima. Lì c’erano Jorie e il suo compare. Nessuna ragazza fuori, i tavolini sono vuoti, spogli la sera che cambia stagione.
Ancor prima ero uscito per fare un giro e mi sono perso, ho dimenticato cosa dovevo fare. Ho visto che sera. Addio Anatolia. Lanterne gialle si affacciano verso i cortili interni dei palazzi regali, qui a Torino. Volevo chiamare gli amici ma m’ero dimenticato di averli persi, dispersi e me ne sto in preghiera. A scalzare la morte, più in là, pensate che movimenti stasera sul bel mondo su altri quartieri accese le vanità mentre altrove furtivi e muti si muovono i tram come fantasmi discreti s’infiltrano su l’ombre portandosi via quelli che non sanno stare, al mondo. Queste città. Adesso, mentre la sera m’imprigiona nel mio mappamondo odo cantare Violeta, e spengo la mia lanterna, dolce. Sono rimasto giusto il tempo di bere una birra tra i braccoli del Trianon, nessun racconto da raccontare, nessuno scherzo alla fine quando viene l’Epilogo. Una volta m’impauriva il Castello e stavo in montagna come un eremita, isolato, a Premadio. Una volpe vedevo la notte sopra neve, brillava di carminio. Un Castello e pensavo che anch’io non sarei mai arrivato. E una volta salito su crollai, paurosamente su un roseto. Un poema ho formato, una resurrezione fors’anche e vedevo, e vedranno occhi a novembre, un sentore di lutto: affondai con un rametto di legno nero la neve, nomi, nomi d’altari, su le stelle brillavano gelide e distanti, irraggiungibili ed impossibili da vedere cadere. Come cambiano le stagioni, checché ne dicano i luoghi comuni!
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