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Norma nell’aria

Postato da saro fronte  |   21 ottobre 2007

Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte

Era quasi l’una del mattino quando l’orchestra smise di suonare e le luci si affievolirono sul palco, restituendo il tratto di passeggiata del lungomare alla consueta luce morbida dei lampioni nella notte, e me al presente. Con Matilde eravamo usciti da casa a piedi, tre ore prima, per una passeggiata. Non avevamo alcun programma per la serata e l’aver cenato a tarda ora ci aveva spinto fuori, immediatamente dopo, prima che la fase digestiva prendesse il sopravvento, facendoci desiderare di cedere all’attrazione comoda del divano.
Avevamo aggirato l’anfiteatro sottostante la passeggiata, perché era gremito e parecchi spettatori sostavano in piedi fino a riempire lo slargo antistante. Era arrivata tanta gente anche da altre località per assistere all’esibizione dell’Orchestra Sinfonica. Un concerto inusuale. Evitando la confusione ci eravamo spinti fino al molo vecchio, dove ci eravamo seduti facendo penzolare le gambe nel vuoto. La musica della Banda ci arrivava confusa, mischiandosi a quella che era in diffusione nell’Enoteca di Bacco, un locale poco distante. Avevamo ritmato le parole adeguandole allo sciabordio regolare delle onde, quando tra le note avevo riconosciuto l’Aria che i musicisti stavano iniziando ad eseguire – catturando la mia attenzione. Non immaginavo che avessero suonato degli arrangiamenti importanti, a dir la verità non avevo immaginato nulla di quel concerto che per me iniziava ad esistere proprio in quel momento. Chiesi a Matilde di tornare indietro, m’era presa voglia di ascoltare quella musica, o perlomeno riconobbi il sensore che si era acceso in me, sentendo quelle note, ed ebbi il desiderio di avvicinarmi alla sorgente.
L’aria iniziava a muoversi rinfrescando, avevamo nuovamente raggiunto il lungomare e il brulicante chiacchiericcio mi aveva indotto ad allontanarmi immediatamente dall’adiacenza del palco. Così, eravamo finiti poco distanti, sulla panchina centrale tra quelle che stanno sotto le tre palme del fondo viale: nella zona dove il lampione ha da sempre le luci fulminate. I sedili erano insolitamente liberi, per via dell’intensità dell’illuminazione appositamente approntata per il concerto che evidentemente aveva sfrattato gli abituali occupanti della sera, ovverosia, le coppiette di ragazzini che solitamente frequentano quel tratto di lungomare. C’era davvero tanta gente a seguire il concerto, credo che i più fossero stati mossi da una semplice curiosità ben soddisfatta dall’armonia delle esecuzioni che li aveva spinti a fermarsi per tutta la durata del concerto, nonostante fosse un giovedì del mese di giugno e per molti, me compreso, ci sarebbe stato da svegliarsi presto l’indomani per andare a lavorare. Oramai sapevo perché io rimanevo lì, quella sera. Dopo un po’ Matilde, non trovandomi di grande compagnia, era voluta tornare a casa, insistendo a che io rimanessi ad ascoltare il concerto, ed era stato soltanto quando mi aveva detto – Saverio, sento fresco alle spalle – che mi ero reso conto del silenzio in cui per più di mezzora eravamo rimasti. Matilde doveva avermi visto immerso, e in effetti lo ero. Avrà ritenuto che non mi stessi perdendo nemmeno una nota di quel secondo atto della Norma di Bellini che l’Orchestra Sinfonica stava suonando. – Sono pochi passi. Torno da sola a casa, tu rimani. Insisto – aveva aggiunto lei e, baciandomi sulla guancia, si era alzata. Ancor prima che trovassi qualcosa da risponderle, si era portata il dito indice sulla punta del naso per indicarmi di restare zitto.
Non era una nostra abitudine quella di rincasare separatamente quando si era usciti insieme. Era successo raramente. Qualche volta, soprattutto nei primi anni del nostro matrimonio, quando ancora gli ingranaggi della convivenza erano troppo grezzi e capitava di limarli con tenui “vaffa” o aspri silenzi, ma anche quelli oramai ce li eravamo lasciati alle spalle riuscendo a guardare al nostro futuro senza appannare il presente che i nostri due figli stavano vivendo. Mia moglie era andata via leggera come una carezza già dimenticata.
Ero tornato alla mia immersione, alla musica che Matilde credeva stessi ascoltando, nuotando – invece – nel ricordo riacciuffato di due occhi da Zingara e un bacio rubato sulle stesse note che stavano risuonando, dopo quarant’anni e proprio mentre sedevo sulla stessa panchina di allora. Non so l’ora in cui la Banda di paese – quella volta – aveva finito il concerto, se avesse smesso prima o se suonasse ancora, mentre il primo sussulto marchiava a fuoco la mia carne sopraffatta dalla passione di un amore gitano.

Guardai l’ora, erano l’una e dieci minuti, mandai un bacio alla Zingara. Chiusi ancora gli occhi, per un indefinibile istante. Poi, accesi una sigaretta e respirai l’averla rivista.
Mentre sopra al palco i tecnici smontavano i leggii , e intorno la calca di gente si scioglieva, mi alzai dalla panchina per tornare a casa.


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