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A prezzo di Fascio

Postato da saro fronte  |   12 gennaio 2008

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Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte

“Quest’uomo e questa donna sono in una macchina straniera. La macchina è costata …” Livia non fece manco in tempo a completare la frase che le stava uscendo di bocca, che Salvo la stoppò con un cenno della mano, senza nemmeno degnarla di uno sguardo, tra quello che gettò nella direzione della strada e quell’altro con cui riconquistò il sorriso degli occhi, nell’ammirare l’ultima sarda a beccafico che sembrava godere – sopra le foglie di lattuga – del vuoto che egli le aveva realizzato intorno. Il commissario si era calato in fretta e con gusto la quindicina di compagne di paranza che, prima dell’entrata in azione della forchetta, affollavano il piatto stipato come fosse l’autobus che all’ora di punta va alla stazione.

Salvo, socchiudendo gli occhi aggiunse “Livia. Per favore.”.

Il commissario, già in condizioni normali mal digeriva quel cibo che inevitabilmente gli calava di traverso se qualcuno lo importunava mentre stava assaggiando la grazia di dio, evitò che la sua fidanzata lo distraesse oltremodo – con qualche fesseria – dal religioso momento in cui, dinanzi al mare e sotto la veranda della trattoria La Playa, si era finalmente immerso. Sospirò e spostandolo con la forchetta fece compiere al pesce un’ultima nuotata sopra alle morbide foglie d’insalata che guarnivano la portata.

Livia represse la reazione istintiva al fastidio causatole dall’essere stata interrotta e per un attimo lo taliò di traverso. Ma, non aveva voglia di attaccare una sciarriatina e, osservando il suo fidanzato – intanto che si beava quasi ci ragionasse insieme con quell’ultimo pesce che aveva innanzi e con chirurgica precisione stava dividendo in due tranci -, sospirò più per comprensione che per rassegnazione. Sapeva che Salvo era stato scosso oltremodo dall’ultima indagine e per questa volta cercò d’essere indulgente nei confronti di quello stop da cafone che l’uomo le aveva intimato e che, invece, in altre occasioni sarebbe stato il preludio per una bella azzuffatina con tre giorni di reciproco broncio e silenzio incrociato. Livia cercò di affinare la propria sintonia ai pensieri che Salvo doveva avere in quel momento e assecondò, in silenzio, il silenzio di cui egli aveva bisogno per continuare a ripigliarsi dentro a quel poco di serenità che stava cercando di riconquistare. Lei si promise di vegliarlo senza interferire in questa fase, almeno fino a quando Salvo non avesse completato la prima tappa del percorso di decompressione per uscire dal coinvolgimento che la tragedia, sulla quale aveva indagato nelle due ultime settimane, aveva creato in lui. Il commissario aveva necessità di ricomporsi tornando a sintonizzarsi all’armonia del creato e per farlo, e lei oramà lo capiva bene, avrebbe dovuto percorrere le due indispensabili tappe che lo aiutassero a togliersi di dosso un poco del marciume in cui si era imbattuto di recente. Quel lercio appiccicoso che può appesantire il cammino, attaccandosi alle scarpe come fango argilloso capace di ancorare al suolo anche i piedi del più navigato degli uomini, quando non scrollato in fretta. Salvo, dopo ventisei anni di servizio, aveva collaudato delle precise tappe di compensazione per riemergere dal full immersion che il caso di turno aveva preteso. Ma, delle volte, le storie in cui s’imbatteva per ragioni di servizio – ammazzatine, rapimenti, torture, minacce, ricatti e quant’altro-, anche quando le carte ne decretavano la conclusione – con un arresto, una condanna, un’assoluzione, un ricovero in ospedale o con un sacrosanto funerale, e quant’altro -, nella testa del commissario, per un po’, rimanevano ad arrovellarlo. Egli galleggiava in un limbo di malessere che diventava un pericoloso Everest da scalare, tanto più era il tempo che concedeva a se stesso senza reagire, a quell’involontario girarsi dentro quel dolore che percepiva in un genitore, in un figlio, in un parente, in un amico, e tal volta nel coniuge della vittima di turno.

Di fronte a Livia, al fresco del pergolato della tettoia, con il venticello e il panorama del mare al lato, e con le squisitezze della cucina della Trattoria La Playa che lo accarezzavano dentro, Salvo stava celebrando il mistero della beatificazione dell’anima attraverso la liturgia dell’onorare i sacrosanti crismi del piacere del palato, soddisfacendo l’appetito che grazie a dio – finalmente – era tornato con una troniata che aveva attorcigliato le budella aprendogli lo stomaco.

Il figlio di buttana del pedofilo cui aveva dato la caccia nelle ultime due settimane era stato catturato durante la notte e, per come stava ora, non avrebbe più potuto arrecare imminente danno. Salvo aveva passato la nottata dentro il commissariato e alle undici del mattino, quando Livia aveva perso la speranza di rivederlo anche per quel giorno, egli si era presentato a casa. Si era spogliato nudo, come la buonanima di sua madre l’aveva partorito, era corso fuori sull’adiacente spiaggia e si era infilato tra le onde, per una mezz’orata di nuotata dentro all’acqua ancora abbastanza fredda per chiunque altro. Dopo la sguazzata nel mare aveva salutato Livia. Si era fatto la doccia e finalmente, dopo una settimana da quando lei era arrivata in Sicilia, insieme erano usciti per il pranzo e avevano messo canonicamente le ginocchia contemporaneamente sotto lo stesso tavolo.

Lei, ora, lo guardava serenamente, mentre egli socchiudeva gli occhi nel portarsi in bocca quell’ultimo trancio della squisitezza che soltanto in quella Trattoria profumava di pinoli macinati freschi. Livia si diede della sciocca per averlo involontariamente distratto, anche se per un attimo, e osservandolo con lo stesso orgoglio con cui una madre ammira il figlio, mentre questi esegue alla perfezione un’equazione di terzo grado, rise sotto il rossetto. Tra sé e sé. Anche lei rimise in movimento le posate e affondò il coltello negli involtini di pesce spada al profumo di menta. Considerò che non ci fosse fretta e si quietò pensando che almeno una delle ragioni per le quali aveva disturbato Salvo, si era fermata proprio a pochi metri di distanza e anche se le due persone che vi erano giunte a bordo stavano allontanandosi per una passeggiata, la loro vettura sarebbe rimasta per un po’ parcheggiata lì innanzi. Era una rarissima Rolls Royce, bianca e nera. Certamente degli anni trenta.

La prima tappa di ricomposizione per Salvo era un atto di fede solitaria. Mentre, la seconda tappa senza comunione tra loro due non avrebbe potuto realizzarsi.

Salvo spiegò il tovagliolo e si pulì il muso. Versò il vino nel bicchiere di Livia e poi nel proprio. Livia capì che il fidanzato stava, pian piano, “riaccorgendosi” di lei. Prima di bere, lui la guardò e disse “Hai detto una minchiata, Livia.”.

“Ma, se nemmeno mi hai lasciato dire quanto è costata quella macchina” controbatté pacatamente Livia, dopo aver ingoiato la squisitezza di mare e menta che stava rotolandosi in bocca.

“E, allora, continua. Ti ho ascoltato. Vediamo quante fesserie sei capace di assommare in una frase. Tanto siamo all’aria aperta e le minchiate si dileguano in fretta.” Rise Salvo. Si voltò verso la strada e sorseggiò quel nettare paglierino che era il vino sfuso della trattoria. Posò lo sguardo sulla Rolls Royce.

Anche Livia prese in mano il bicchiere e guardò verso il mare. Buon segno, pensò: Salvo iniziava a cazzeggiare.

La vettura da museo era l’unica ad essere parcheggiata sul lungomare. Le macchine dei clienti della Trattoria erano nel posteggio dietro al locale. Dinanzi allo sfondo schiumoso delle onde, sotto il chiarore netto del cielo assolato di fine aprile, le cromature della Rolls Royce scintillavano come appena uscite dalla fabbrica, e più di settanta anni d’esistenza non l’avevano invecchiata di una sola ruga.

Entrambi ebbero la sensazione di sprofondare dentro uno scorcio d’altri tempi, come dentro una cartolina in bianco e nero dove al margine della scena – quasi fosse la firma dell’artista – due sagome d’innamorati, in controluce tra le palme, erano avvinghiate in un abbraccio dentro il quale s’immergevano nelle profondità di un bacio d’amore.

Salvo posò il bicchiere e sorrise vedendo lo sguardo sognante della sua fidanzata, nell’ammirare la scena che era innanzi a loro. Il vento soffiava lieve scompigliando appena appena la piega nei capelli di Livia. Salvo le prese la mano tra le sue. Accarezzò le dita della donna percorrendole con le proprie. Sostò sull’anello che lei aveva all’anulare e pensò che avrebbe dovuto essere d’oro e non di platino. Pensò d’amarla. Livia oramà era diventata una delle rare creature che avevano imparato a conoscerlo e a non scassargli i cabasisi quando egli comunicava in religioso silenzio con il criatore, fosse il supremo materializzatosi in una pasta e broccoli o in un nasello al forno con salsa d’acciughe e aceto per profumo. “Sì, ti amo” stava per dire e al pensiero che la frase gli scappasse veramente dalla bocca si scantò ed in fretta, invece, gli uscì un “Ti voglio bene, Livia”. Un sussurro.

A Livia sfuggirono gli ultimi pensieri di Salvo, anche lei stava comunicandosi con il pescespada. Dalle parole che ascoltò, pensò che il suo fidanzato stesse predisponendosi alla seconda delle tappe che l’avrebbero riconciliato con l’armonia del cosmo.

La seconda tappa, quella che poteva essere canonicamente celebrata tra poche ore sopra le linzola di seta nella casa di Marinella, e lei lo sperò, o scanonicamente divampata all’improvviso durante l’eventuale passeggiata in spiaggia.

“Quanto è costata quella macchina, Livia?”

“Quella macchina è costata il doppio del suo valore, Salvo.”

Salvo la taliò imparpagliato. Indeciso tra l’ipotesi che Livia lo volesse prendere per il culo e il sospetto che invece lo stesse già facendo.

“Sostieni che chi ha comprato quella macchina l’ha pagata il doppio rispetto a quanto valesse?”

“Sì” rispose Livia.

“Io non so quanto il barone di Trabia abbia pagato quella macchina, ma so cosa è costata al povero Nanè Burlando”.

“Salvo, quindi conosci il proprietario della Rolls?”

“Beh, immagino che la nuova proprietaria sia la nipote del barone di Trabia.”

“E, chi è Nanè Burlando?”

“Nanè Burlando era l’autista del signor barone di Trabia”.

“Vuoi dire che il signor barone di Trabia ha fatto pagare quella macchina al suo autista?”

“Ma quando mai, Livia. La macchina era del barone che se l’accattò con i suoi piccioli. Sto dicendo che il barone non poteva di certo mettersi a fare lo chauffeur, e a guidare la macchina ci pensava Nanè Burlando. Anche a Nanè Burlando quella macchina costò qualcosa”.

Il cameriere si avvicinò al tavolo, chiese se il pranzo era stato di loro gradimento. Salvo lo ringraziò per la premura e mandò i complimenti al cuoco. Il ragazzo sparecchiò la tavola, lasciando soltanto i bicchieri e la bottiglia dell’acqua. Sul come procedere, per il pranzo, sia Livia che Salvo si accordarono per il caffè.

Un gruppo di clienti stava lasciando il locale e Livia si mise comoda, poggiando i gomiti sul tavolo e le guance alle palme delle mani. Quando Salvo principiava a raccontare in quel modo, accennando e rinviando il dire, sapeva che non c’era modo di distoglierlo fino a quando non avrebbe messo di proprio la parola “fine”. E poi, perché mettere la parola fine quando era così piacevole stare ad ascoltare la sua voce? Dopo una settimana che non c’era stato nemmeno il tempo per un “buongiorno” tra loro.

“Nanè Burlando, quindi.” Disse Livia.

“Nanè Burlando. Va bene. Poi mi dici perché il barone, secondo te, ha pagato quella macchina al doppio del suo valore. Mica me lo scordo che l’hai detto”. Salvo sfilò dal taschino mezzo Antico Toscano e l’accese. Non fumava di solito, ma certe volte – certe volte – quando la tensione si stava allentando e la pancia era stata rinfrancata da genuine prelibatezze, spippettare mezzo sigaro diventa un piacere da pari agli dei. Continuò “Vero è che il barone era un coglione, ma fino al punto di pagarla il doppio, mi pare strano.” Salvo bevve un sorso d’acqua e poi riprese “Nanè era al servizio del barone e quando il barone comprò la Rolls Royce, lo mandò per quindici giorni a Catania, dove un navigato autista lo indottrinò facendolo pilota.”

Livia poggiò la guancia su una mano e con l’altra prese a giocare con quella del fidanzato.

Salvo tirò una boccata di sigaro e soffiò lentamente il fumo. La donna stranamente questa volta non soltanto non attaccò il predicozzo antifumo, ma nemmeno si scostò per evitare che la nuvoletta bianca le giungesse alle narici.

“La amo” pensò Salvo, stando attento a non farsi sfuggire dalla bocca il pensiero. Che gli sfuggisse dagli occhi era legittimo, anzi fu esattamente quanto desiderò.

Lei sorrise.

Lui continuò “Nanè era più geloso della Rolls Royce che della propria moglie, infatti, la macchina non la cedeva a nessuno. Passava le giornate a lustrarla e a controllare che la meccanica fosse sempre in ordine. Mentre, che a lustrare sua moglie e a manutenerla ci pensasse il barone, al Burlando, sembrava non fottergliene un’emerita minchia.”

“Sì, Salvo. Ma cosa c’entra? Prima mi hai detto che quella macchina è costata qualcosa a Nanè. Cosa gli è costata? Il fatto che il barone si portasse a letto sua moglie?”

“No. Lasciami finire. Quando Nanè si sposò, anche la moglie era già – in tutti i sensi – al servizio del barone”

“Eh, allora?”

“Miii, che fretta che hai. Livia.”

Più Livia si mostrava impaziente e più Salvo tergiversava tenendola sulla graticola invece di arrivare al punto. Come quando facevano l’amore che era capace di tergiversarci dentro fino a quando non la sentiva godere a raffiche multiple di piacere.

Livia lo afferrò per la camicia e tirandoselo vicino lo baciò. Forse fu per il vino fresco, o forse per la botta di calura improvvisa, tanto fu che gli infilò in bocca anche la lingua, rotolandola nell’aroma al tabacco.

“Non ho fretta, continua” disse Livia, mollando la presa della camicia di Salvo.

A lui il bacio andò in testa più del vino, ma cercò di riprendere il filo. Continuò “Dicevo che quella macchina costò a Nanè quindici giorni di nerbate e olio di ricino.”

Livia corrugò la fronte e spalancò gli occhi, appoggiandosi allo schienale della sedia. Giocando, nel recitare la faccia della bimba stupita.

Salvo serrò la mascella e mise le mani ai fianchi.

Il cameriere, sopraggiunto, adagiò sul tavolo il vassoio e rivolgendosi all’uomo disse “Commissario, che delusione. Proprio di lei pensavo che fosse dall’altra parte della barricata. Ma non si sente male nel fare l’imitazione della persona che sta impersonando?”

“Amunì, vastasi.” Rise Salvo.

“Commissario, senza offesa. Lei e quello, in comune, avete una sola cosa: la pelata.” Sorrise il cameriere. Continuò “Mi sono permesso commissario: ho portato un poco di grappa, semmai ci venisse voglia di lavare la tazzina con un poco d’acquasanta dopo aver bevuto il caffè”

“Bene facesti” rispose Salvo.

Livia prese il caffè, senza zucchero. Salvo versò nella tazzina mezza bustina di quello di canna.

“Allora? Le nerbate e l’olio di ricino” disse Livia.

“Fu nel 1937. Il Duce era alla seconda visita in Sicilia e durante il soggiorno in città gli prese lo schiribizzo e chiese al Potestà se era in grado di procuragli un’automobile confortevole, per il giro notturno che avrebbe voluto fare senza usare la berlina ufficiale. Il Potestà rassicurò sulla possibilità e ben presto ebbe l’autorizzazione da parte del barone di Trabia per portare la Rolls Royce a Mussolini. Quando Nanè Burlando capì quanto stava per accadere, si chiuse dentro al garage insieme alla macchina e non ci fu verso di farlo ragionare.”

“E, perché?” chiese Livia.

“Perché? Perché. Perché la macchina non l’avrebbe fatta guidare a nessun altro, o forse perché pensare che proprio Quello avrebbe messo le chiappe sopra i sedili lo sconvolse fino a fargli prendere la decisione di barricarsi insieme alla Rolls Royce”.

“Nanè era contro?”

“Diciamo che Nanè era uno dei pochi a non essere a favore.”

“Ah.”

“Ah. E, chiudersi nell’autorimessa, insieme alla macchina per non farla usare al Duce fu un singolare atto di ribellione.”

“Però!”

“Però, due giorni dopo, quando le Camicie Nere lo acchiapparono, gli fecero un servizio di messa a punto che durò quindi giorni, con lisciatine di pelle a base di nerbo e rettifica dello stomaco a base d’olio di ricino. Quando Nanè tornò nella villa del barone, appena si reggeva sulle gambe e indossava la divisa fascista. Pensa che il povero Nanè continuò ad usare quell’uniforme tutte le volte che si accingeva a guidare la Rolls per portare a spasso il signor barone.”

“Quindi a Nanè quella macchina costò la rinuncia ai propri ideali?”

“Diciamo che nascose le sue idee sotto la divisa da fascista. Però, non appena gli fu possibile, Nanè fu tra i primi a collaborare con gli americani dopo lo sbarco del quarantatré.”

“Salvo, sei sorprendente. Come fai a conoscere queste vicende? Chissà quante ne sono accadute, e non tutte sono scritte nei libri di storia.”

“Questa la conosco perché me la raccontava mio padre. Lui conobbe da vicino Nanè Burlando. Dopo il fascismo, quando lasciò la Rolls e la villa del barone, come fosse rinato, divenne il primo segretario provinciale della camera del lavoro”.

“E, pensare che io credevo di saperne più di te sulla Rolls Royce”.

Entrambi si voltarono a guardare la macchina. Uno stormo di rondini giungeva dal mare. Le due persone che prima si baciavano sul lungomare, ora stavano tornando a riprendere la vettura.

“Livia, perché dicevi che quella macchina è costata il doppio del suo valore?”

“Ah, bè. Al confronto con quanto mi hai raccontato sembra proprio una fesseria.”

“La fesseria l’hai detta prima, senza che c’entri la macchina e il suo prezzo. Mi spieghi perché sostieni che quella macchina è costata il doppio del suo valore?”

Anche Livia ci prendeva gusto, ogni tanto, a tenerlo sulla graticola prima di soddisfarlo. Rispose “Perché negli anni trenta il governo fascista introdusse dei dazi pari al cento percento sugli acquisti delle autovetture non italiane”.

“E, questa è un’inconfutabile verità storica” commentò Salvo.

“Eri convinto che dicessi una fesseria?” chiese Livia.

“No la fesseria l’hai detta prima. Prima di tutto. Quando hai detto di loro due” Salvo fece cenno con il capo verso le due persone che stavano salendo sulla Rolls Royce. Aggiunse “Non sono un uomo e una donna. Almeno, non del tutto.”

Livia si voltò a guardarli. I due erano innamorati. Si vedeva benissimo anche a quella distanza. Poco le importava se per madre natura fossero nati entrambi masculi o entrambe femmine. Ora, erano quel che cavolo pareva loro.

“Sembrano felici” considerò Livia.

“Credo che lo siano. Almeno, una volta vennero in commissariato per sporgere una denunzia e li ho visti molto affiatati”. Disse Salvo.

Assaggiarono un goccio di grappa, mentre la Rolls Royce si avviava.

Il commissario lasciò quaranta euro sul tavolo, incastrandole al portacenere.

Livia lo abbracciò tenendoselo stretto fino al bagno della trattoria. Si lavarono le mani. Livia ritoccò il filo di trucco. Si baciarono, come due giovani innamorati, e quasi incollati raggiunsero il parcheggio. Ad attenderli c’era l’italianissima Fiat Tipo del commissario.

Tornare nella casa di Marinella con quella macchina mezza scassata non sarebbe stato da sogno come lo sarebbe stato tornarci con la Rolls Royce, ma, nella casa di Marinella c’erano candide linzola di seta che profumavano di bucato fresco ed – ora – era giunta l’ora di andarli a strapazzare per bene.


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Un Commento a “A prezzo di Fascio”

  1. michelangelo Scrive:

    Mi sbaglio o è la Rolls Royce” di Bruno di Belmonte?
    Complimenti per il racconto.

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