Come una resurrezione. Una mostra di Giuseppe Armenia.
Giuseppe Armenia è un artista originario di Ispica. Nato a Bauma (CH) è cresciuto a due passi da dove io son nato -assieme a Salvatore Giamblanco-, in via IV Novembre prima, poi si è spostato verso il Castello di Bruno di Belmonte.
Dopo, assieme -Io, Giuseppe e Salvatore- ci siamo spostati, giovanissimi, altrove. Venezia, sotto la visione di quel grande artista quale era Emilio Vedova; successivamente Torino dove per anni ha collaborato con grandi artisti e soprattutto con uno, quale Mario Merz, che frequentò fino all’ultimo giorno della sua vita. Come artista Armenia non ha mai attinto nulla dalla sua terra madre, anzi, la sua attenzione s’è risolta sempre dentro il linguaggio dell’arte esplorandone i segreti, le sviste, i luoghi profondi del linguaggio e, naturalmente e soprattutto segnalando la storia dell’uomo, studiandone il corso e la destinazione sempre in fermento nonostante si creda d’essere giunti ad una fine che si sforza di finire crollando, precipitandosi la storia su sé stessa, inutilmente morendo. Recentemente ha esposto a Lecco, nella galleria di Federico Bianchi. Titolo della mostra: Seconda navigazione. Naturalmente Platone suggerisce il titolo e queste parole spiegano, in breve, meglio d’altre cosa s’intende per seconda navigazione:
“Nel Fedone Platone descrive quella che ha chiamato la seconda navigazione per lo ha portato alla scoperta della vera causa delle cose. La seconda navigazione è una metafora che chiama il linguaggio marinaresco e indica quella navigazione che si intraprende quando cadono i venti e la nave rimane ferma: in tale circostanza si deve por mano ai remi, e in tal modo, con la forza delle braccia, si esce dalla situazione prodotta dall’incombere della bonaccia. La prima navigazione fatta con le vele al vento corrisponde al tragitto compiuto da Platone sulla scia dei naturalisti e con il loro metodo, che lo ha lasciato in posizione di stallo. La seconda navigazione, assai più faticosa ed impegnativa, è quella condotta con il nuovo metodo dei ragionamenti che portano al trascendimento della sfera del sensibile e alla conquista del soprasensibile”… da qui la svolta decisiva perché costituisce “la prima dimostrazione razionale dell’esistenza di un essere oltre quello sensibile, ossia di una realtà soprasensibile e trascendente”.
Per tre anni silenziosamente, e spesso nella notte, Armenia deposita semplici segni su uno spazio bianco, enorme di tre metri per tre. Sono puntini, fitti, rigorosi che battono il tempo, lo spazio affondano e col tempo riempiono il bianco, si fanno corpo trasparente prima di questo ticchettio, dello svolazzo rigoroso dei pensieri che nel sottosuolo sussurrano le gesta, il sogno dell’uomo, della sua potenza e col tempo senza che nessuno sappia di questo lavoro infinito come lo scorrere della vita di ognuno, respiro dopo respiro, una costellazione par prendere forma, delicatamente davanti alla mano che buca, che apre verso un mondo nuovo, scoperto della creazione. Il titolo dell’opera, suggerisce Armenia, viene dall’intimità verso il proprio mondo, verso il silenzioso denso e disturbato, come una ninnananna o eco antico, del passaggio dei tram della notte, quei tram che bene conosco anch’io, del 13 o dal 15 che passa cantando nella rotaia notturna, sferragliando l’oblio, o quei mostri che s’agitano e soffrono il giorno o, risvegliano interstizi ove il fantastico trascende il reale, lo sconvolge per dimostrare (suonando) il sovrasensibile, vedendo. Il titolo è: Rumore preistorico del passaggio serale. E solo alla fine di questa ossessione di tempo, del suo battere lo spazio ecco che nello spazio d’incanto viene l’uomo, un uomo fatto d’aura -di puntini- che siede su uno sgabello, ci volta la schiena e suona, forse canta, con una fisarmonica solo, nello spazio immenso solo canta qualcosa, lo si può udire solo, nell’immersione, nell’immenso. Questa opera, straordinaria siede nella seconda e candida stanza della galleria di Bianchi, a Lecco. I titoli delle opere, delle sei (sette) opere esposte sono canti, suggeriscono mondi, ci impregnano le grecchie di pensieri che suonano: Le città che non salgono, Scultura malpensata, Capriccio barocco, Seconda navigazione, e così via. Già prima dall’ingresso della galleria, salendo le scale che conducono al secondo piano ci s’imbatte su una curiosa immagine, dentro una nicchia un busto, una scultura si mostra in modo insolito e sconcertante: di spalle. La scultura è girata, ci volta le spalle e ci lascia storditi verso la memoria: il busto che generalmente s’offre smagliante per ricordare gli uomini grandi e piccoli del tempo, si fanno monumento alla memoria, qui si rivolge e nasconde al nostro tempo, ci dà le spalle, ci nega il riconoscimento e così facendo si mostra in “ognuno”, come l’omino con la bombetta di Magritte ove una mela dipinta davanti nega il volto, l’individualità latente e si fa “ognuno”, “Everyman” altro titolo prezioso suggerito da Philip Roth in un suo romanzo. E’ barocco, bizzarro, non v’è dubbio, sconvolta memoria. E l’ingresso poi, appena entrati un braccio minaccia lo spazio, una scultura oscura si tende dalla parete nello spazio come un ramo d’albero antico s’affaccia amorfo, aggressivo eco d’uno splendore e ora caduto sedimentato spettro, un artiglio gratta lo spazio, la Scultura malpensata come un mostro si rivolge contro, l’autore-noi, come il famoso protagonista del romanzo di Mary Shelley e lì, di fronte, ampio si snoda un vortice di segni che s’aprono e spariscono, brillano di colore astratto un corno!, sono pensieri malpensati, sono pensiero che bolle come magma, La città che non sale -ricordate i Futuristi?, La città di Boccioni?-, ci accolgono nella grande parete di fronte all’ingresso e nella vertigine formano i crolli, le città non salgono, l’uomo verticale si fionda nella caduta profonda ed inesauribile nella storia che desidera finire per sempre, per sempre terminare infine, senza mai finire. Allora ecco che Armenia pare suggerire la via, seconda navigazione, entrando nella seconda stanza dove un quadro zampilla di fronte al capolavoro del Rumore preistorico del paesaggio serale e nel mezzo, nello spazio s’affloscia una lampada che non luce diffonde, giace quella lampada e nulla ha da svelare, illuminare nel nostro tempo, nessun monumento escluso, niente. In mezzo tutto, allora lo sguardo attonito dello spettatore vedendo s’apre comunque altrove, da dove avevo iniziato il percorso, nella poesia dell’ascolto di quella fisarmonica o canto del paesaggio serale, galleggia verso, senza dir dove, dove stare, isolato. E’ come sentire una resurrezione.
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