L’heysel.
29 maggio 1985
Vent’anni, e in quella mattina fresca mi svegliai con un forte mal di testa, a Roma. Fui visitato dal medico di turno della caserma del Genio e mi misero dentro una camionetta verso il Celio: via di corsa e in una camera da solo mi sistemarono e non s’è mai capito perché fui isolato e tenuto lontano dagli altri commilitoni -almeno fino a sera-. E quella sera aspettavamo tutti, tesi, la finale della Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool. In quella camera provai a riposare e speravo in una licenza per convalescenza da non so ché. Scrissi qualcosa ormai perso, come al solito, lessi qualcosa che ho dimenticato come al solito finché, ormai sera e abbondantemente oltre le 21, chiesi il permesso di vedere la partita -anche da lontano per non contagiare gli altri ospiti della caserma-. Avevo vent’anni e da quel momento mi sarei allontanato dalla mia città natale, per sempre -ma ancora non lo sapevo e neanche immaginavo né desideravo allontanarmi dalla mia fottuta isola-. Vent’anni e finalmente un’altra finale. Ricordavo la sconfitta contro il mitico Aiax di Cruyff, ricordavo, ancora nonostante fossi un bambino, la sofferenza -anche se scontata- di quella sconfitta e contro il Liverpool sentivo che Platinì e compagni avrebbero vinto, eccome, non poteva essere altrimenti. Chiesi il permesso di vedere la partita e un ragazzo mi fece entrare nella camera comune dove era installato un televisore. Eravamo in quattro-cinque a vedere a bocca aperta il disastro della tragedia. Non capivo cosa stesse succedendo, non capivo se quanto passava nello schermo della TV fossero immagini finte, false perché se vere erano orribili, incomprensibili, irreali, assurde. Poi, dopo e con sconcerto tutti partecipammo all’orrore, tutti vedemmo quella partita disgraziata. La gente tifava, urlava -così pensavo, afono-. Diedero un rigore inesistente alla Juventus. Platini segno, esultò. Sapevo che avremmo vinto, sapevo che Tacconi avrebbe difeso la nostra porta e che niente sarebbe entrato dentro quei pali di legno e la rete. Tacconi fece delle parate strepitose, la gente applaudì e infine si festeggiò, ad Heysel. Platini e i compagni di squadra finalmente avevano vinto l’ambita e prestigiosa coppa. Peccato fossero morti 39 persone. E la partita si giocò, sui morti. Quando tornai nella mia camera trovai un piccolo pipistrello che svolazzava dopodiché uscì fuori nella notte blu, splendida. Il giorno dopo mi diedero i biglietti per tornare a casa, una convalescenza di 9 giorni inaspettati, utilissimi perché potevo incontrare i vecchi amici di sempre, stare qualche giorno con i miei cari prima di ripartire e ripartire, e ripartire. Non ricordo nulla dei giorni successivi la finale di coppa dei campioni Juventus-Liverpool, nulla.
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Articoli
2 giugno 2010 alle 18:03
Rimmel compiva dieci anni nel 85. trenta nel 2005 e saranno quaranta nel 2015.
anche le parole sbiadiscono, in questo 2010 la canterei così:
“E qualcosa rimane, tra le pagine scure e le pagine chiare
e lui cancella il suo nome dalla tua facciata
e confonde i suoi alibi con le tue ragioni
annegando i miei silenzi nelle tue questioni.”
28 luglio 2010 alle 15:23
caro francesco,sono stata a siracusa da davide,mi ha detto della tua mostra di agosto….non penso di potercela fare a venire….ma non si sa mai!!!!! spero che tu stia bene e auguroni per tutto…baci e abbracci..stefy