Cose di paese.
Un accenno breve, come a sentir appena l’ultimo fiato, d’un morente, un accenno e si scopre la fine, una fine senza corpo, senza niente addosso e da raccontare niente perché è possibile che quando qualcosa finisce finisce totalmente un mondo -il nostro probabilmente-, ascolto. È vespro questo, e tra le mani mi trovo un catalogo che Agostino aveva preso ieri sera alla Permanente – probabilmente perché voleva leggere qualcosa durante il viaggio verso casa in treno; per annoiarsi di meno alla mia presenza-. Lo trovo tra le mani e mentre ormai eravamo giunti a destinazione gli dissi che era davvero strano avere assistito ad una mostra di paese in una città come Milano, alla Permanente. Gli artisti della Permanente, una mostra: Alvaro & Togo, Conversazioni. Dentro il catalogo c’è una foto che ritrae i due signori affabilmente assorti in una conversazione e comodi su un divano. Ci sono anche le immagini delle opere dei due. Opere di pittura naturalmente, e astratta -o quasi-. Ho letto le due lettere dove uno si rivolge all’altro e l’altro lo stesso al primo, dove entrambi chiamano la memoria siciliana, l’origine del percorso loro, da Messina e dei loro compagni di strada fanno i nomi, dicono della meravigliosa bellezza dello scoprire un mondo fatto di poesia, di narrativa, di pittori & pittori, intellettuali, cose di paese, naturalmente. E sempre ieri mentre ero in quello spazio ad un certo punto è passato un anziano signore che chiedeva: “Lei è Alvaro?”. (leggi tutto…)
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Articoli
Sono scivolato sulla parete che ho formato dentro la finestra con colori insoliti se sono fatti di terra rossa e di sputo blu. Dietro lo spazio che per il momento vedo da solo perché isolato scorgo volumi, umori assieme che mi sussurrano di grazia, di pelle scorticata, di testa abbattuta a colpi di bastoncini di carta velina, vele, ali di farfalle fatte di cartapesta e colla, dadini di carne tritata impastata con uovo giallo, prezzemolo, sale e pepe come a formare strutture luminose poco prima del tramonto accese e brillanti, fiori d’incenso e bachi da pietra, suggerimenti cobalti mentre il gelo afferra le fragili sottane esposte al volo di cornacchie che si truccano occhi e becchini, toccano fiori, passiate intorno al Corso che conoscente fin da piccoli appena aperti gli occhi, neanche forse i bambini; svolazzavano i piccioni dopo essere stati su un letto di pane dimentico di paese, di tese tensioni di filo spinato e di frasciamazze, foglie gialle e d’ottone di stagione, morte stecchite correvo intorno ai Crolly voi che spirate l’ultimo dal silenzio in silenzio mentre gira a vuoto un vinile dei Warlocks il gatto scorre sui tetti divertito infreddolito come fosse in pigiama, a balzi passi, rammenti d’envoi, ombre di tanto tempo:
Mi perdoneranno Evangelisti -autore di La luce di Orione che narra delle nuove avventure del grande inquisitore Nicolas Eymeric-, e quelli di Carmilla: con tanto sole e silenzio di questa mattina italica non potevo non impostare due note che in qualche modo registrano la prima realtà -una parte, chiaramente- di quest’inizio di millennio.
Mi metto il giubbino nero perché ho freddo e mi stiro. Vedo la tivù, uno spettacolo allo sbaraglio, la gente che canta poche ore prima del giorno dei morti. Ho freddo e a stento riesco – tra una canzone e l’altra – a leggere Le benevole, a mangiarmi le unghie. Ieri in piazza era festa. Stasera non riesco a sentire nulla, fuori. Dentro sento, eccome. Fa freddo.
Oggi, improvvisamente, ho rivissuto tutte le cose che abbiamo fatto e che mi hai insegnato. Ricordo bene la prima volta che ti ho visto: ero all’arà, facevo il karaoke e ho notato questa persona in giacca che elegantemente sorseggia un bicchiere di Jameson senza ghiaccio. Sul tavolo un accendino Zippo in argento ed un portasigarette sempre in argento. Ti guardavo con ammirazione. Arriva la cameriera, ti porta un altro Jameson ed esci dalla tasca un porta soldi sempre in argento. Chicchissimo.
Giorno 8 settembre 2007 su La Sicilia, è stato dedicata un’intera pagina al problema dei disservizi sanitari.