Ombre di tanto tempo.
Sono scivolato sulla parete che ho formato dentro la finestra con colori insoliti se sono fatti di terra rossa e di sputo blu. Dietro lo spazio che per il momento vedo da solo perché isolato scorgo volumi, umori assieme che mi sussurrano di grazia, di pelle scorticata, di testa abbattuta a colpi di bastoncini di carta velina, vele, ali di farfalle fatte di cartapesta e colla, dadini di carne tritata impastata con uovo giallo, prezzemolo, sale e pepe come a formare strutture luminose poco prima del tramonto accese e brillanti, fiori d’incenso e bachi da pietra, suggerimenti cobalti mentre il gelo afferra le fragili sottane esposte al volo di cornacchie che si truccano occhi e becchini, toccano fiori, passiate intorno al Corso che conoscente fin da piccoli appena aperti gli occhi, neanche forse i bambini; svolazzavano i piccioni dopo essere stati su un letto di pane dimentico di paese, di tese tensioni di filo spinato e di frasciamazze, foglie gialle e d’ottone di stagione, morte stecchite correvo intorno ai Crolly voi che spirate l’ultimo dal silenzio in silenzio mentre gira a vuoto un vinile dei Warlocks il gatto scorre sui tetti divertito infreddolito come fosse in pigiama, a balzi passi, rammenti d’envoi, ombre di tanto tempo: (leggi tutto…)
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Articoli
Mi perdoneranno Evangelisti -autore di La luce di Orione che narra delle nuove avventure del grande inquisitore Nicolas Eymeric-, e quelli di Carmilla: con tanto sole e silenzio di questa mattina italica non potevo non impostare due note che in qualche modo registrano la prima realtà -una parte, chiaramente- di quest’inizio di millennio.
Mi metto il giubbino nero perché ho freddo e mi stiro. Vedo la tivù, uno spettacolo allo sbaraglio, la gente che canta poche ore prima del giorno dei morti. Ho freddo e a stento riesco – tra una canzone e l’altra – a leggere Le benevole, a mangiarmi le unghie. Ieri in piazza era festa. Stasera non riesco a sentire nulla, fuori. Dentro sento, eccome. Fa freddo.