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	<description>Blog su Ispica già Spaccaforno</description>
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		<title>Roth e libero.</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 00:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Libero di scrivere balle
di Marco Rovelli
Philip Roth, in un’intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un’intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell’intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell’intervista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Libero di scrivere balle<br />
di Marco Rovelli</p>
<p>Philip Roth, in un’intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un’intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell’intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell’intervista in cui Roth manifesta la sua stupefazione e scopre la bufala.</p>
<p>“Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.”  “Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.” Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore. Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco. “Vuol dire che questi sono liberi di fare tutto quelli che gli pare?”</p>
<p><span id="more-877"></span></p>
<p>Vale la pena di notare anche che Pierluigi Battista si era come suo solito accodato scondinzolante, esattamente come avrebbe fatto poi accettando supinamente l’impostazione balenga che Libero stesso aveva dato della querelle nata qui su nazione Indiana. Anche lui, evidentemente, nella sua tenace battaglia per rivendicare il non conformismo degli intellettuali, rivendica la libertà di dire balle. (Il suo pezzetto, per chi volesse sfiancarsi, si trova qui)</p>
<p>Le balle ormai fanno scuola, segnano una stagione del giornalismo italiano. E’ di ieri la mega-balla del Tg1, che vende la prescrizione del reato di Mills come assoluzione. E prima la reprimenda a Maria Luisa Busi, la conduttrice del Tg1 rea di aver ammesso, in mezzo alle macerie aquilane, che sì, la verità non era stata raccontata. Non siamo più in presenza solo di una manipolazione, fatta di mezze verità, a costruire falsità. Qui la falsità diventa elemento atomico con cui lavorare ai fianchi un esprit public sempre più immemore e immerso nelle tenebre.</p>
<p>Di seguito, l’intervista originale di Tommaso Debenedetti, che Libero ha fatto scomparire dalla rete ma che esiste ancora, grazie al dio-cache (e grazie a Alberto Cane che ha scovato la cache, qui). A futura memoria, a imperitura testimonianza della creatività della menzogna. Del resto, lo si è detto allo sfinimento, da queste parti: è tutta una questione di stile.</p>
<p>«Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica. Quando lo si ascolta parlare, con quella sua voce bassa e appena rauca, in cui le parole escono a ritmo ora velocissimo ora esitante, con quel tono malinconico, inquieto, ma capace d’improvvise, fulminanti, accensioni d’ironia, sembra davvero di essere dentro una delle pagine dei suoi romanzi. È come se quella, proprio quella fosse la voce di tanti personaggi di Philip Roth. «Arrivato a settantasette anni – spiega – mi piace parlare della realtà che ho attorno, una realtà che mi fa arrabbiare ma che mi interessa ogni giorno di più». E premette che non dirà molto sulla letteratura: «La letteratura mi è indispensabile, è la mia vita, ma non so cosa dirne, ogni discorso sui libri mi sembra superficiale, stupido, e molto noioso». Parliamo subito di Obama, allora. Perché tanta delusione? «Perché non ha fatto nulla, in questo primo anno, nulla di rilevante, nulla di diverso da quello che la banale quotidianità del potere lo portava a fare. Si dirà: la riforma sanitaria. Ebbene, quella è un’ottima novità per l’America, ma non basta. Sembra una bandiera sventolata per mascherare il nulla, perché i risultati di questa presidenza per ora sono il nulla». Lei è stato un acceso sostenitore dell’elezione di questo Presidente… «Sì, perché nella sua campagna elettorale c’era davvero qualcosa di nuovo, di straordinario. Con quelle sue espressioni “hope” e “change”, ripetute con un’efficacia mai vista, a metà fra il moderno slogan pubblicitario e la cantilena d’uno sciamano, Obama era riuscito a svegliare l’America dal torpore della sua frustrazione, da quel grande senso di impotenza, di ansia, di sfiducia che nell’ultimo decennio ha dominato il Paese. Era stato capace di dare vitalità e slancio a chi lo ascoltava. Non nascondo di essere rimasto quasi incantato a seguire i suoi discorsi, io che non sono certo facile ad entusiasmarmi per le parole… Allora ho creduto, e con me tantissimi americani, che fosse arrivato davvero un tempo nuovo per la politica, un tempo dove creatività e intelligenza si unissero alla capacità di ascoltare la voce di un Paese e di sapervi rispondere». E invece? «Invece, niente. Appena eletto, fin dai primi giorni del suo lavoro alla Casa Bianca, Obama si è come fermato, addormentato. Lui, che aveva scosso l’America, si è assopito nei meccanismi del potere. Ha continuato a ripetere le sue frasi più belle della campagna elettorale, ma non ha aggiunto nulla di nuovo, e soprattutto, non ha fatto seguire le azioni. Forse ha cominciato a pesare la sua inesperienza, forse è restato prigioniero di una eccessiva valutazione che la gente aveva di lui. Di fatto, i suoi discorsi hanno preso a girare a vuoto, sempre uguali, accompagnati da gesti, sguardi e sorrisi ormai ripetuti ossessivamente, che prima lo hanno reso simpatico e ora lo rendono fastidioso, quasi antipatico. E i risultati si vedono». Quali risultati? «L’America è confusa, frustrata. Quel diffuso senso di paura dell’ignoto, di ansia, di impotenza che l’11 settembre ha contribuito in modo decisivo a scatenare, lacerando le certezze, devastando insieme alle torri di New York anche la percezione che il Paese aveva di sé e della propria forza, è rimasto. Anzi, la crisi economica, figlia in qualche modo di quell’insicurezza, di quella sfiducia che regnano nelle persone, ha addirittura peggiorato le cose». Obama ha deluso anche in politica estera? «Sì. Con Bush vigeva la logica dell’intervento militare, della lotta contro il terrorismo fatta con le invasioni militari. Una logica a mio avviso sbagliata, e che si è dimostrata perdente. Ma almeno, chiara. Quale è la strategia di Obama? Nessuno ancora lo sa. Parla di dialogo, e va benissimo. Ma di fatto Al Qaeda è sempre più forte e organizzata, un regime pericoloso e delirante come quello iraniano sta attrezzandosi con l’arma nucleare e si attrezza per colpire Israele, e lui, il presidente, sembra eludere il problema. Con l’Iran un giorno sembra voler aprire una trattativa (ma non si può aprire una trattativa con chi è, in tante cose, l’erede dei nazisti!), e il giorno dopo riafferma la necessità della fermezza. Cosa vuole fare in Afghanistan? Nuove truppe o disimpegno? Approva e sostiene il governo israeliano o sta dando ragione ai palestinesi? Impossibile rispondere. Ma un dato di fatto è certo, e Obama mostra di non tenerne conto». Cioè? «Cioè che, come l’11 settembre ha dimostrato, oggi il nemico vero, paragonabile al nazismo degli anni Trenta, è l’estremismo religioso e sanguinario, il terrorismo soprattutto di matrice islamica. A mio avviso, il dialogo non serve. E con chi si dialogherebbe, del resto? Ma nemmeno serve, come faceva l’amministrazione Bush, invadere Stati, intervenire militarmente. Serve, piuttosto, un sostegno effettivo a quelle forze che, all’interno dei Paesi dove il fondamentalismo è più forte o dove è addirittura regime al potere, si battono per contrastarlo. E, insieme, dare più forza, poteri e credibilità all’Onu, riformandolo completamente. Quello che è meno utile, è questa confusione, questa assenza di una linea chiara nella politica estera americana: questo fa contenti gli oltranzisti e i terroristi, indebolisce chi vi si oppone, e, a livello interno, fa sentire l’America sempre più sbandata, sempre più cupa». Come vede l’Europa? «Politicamente, mi sembra che l’Europa non ci sia, non decida nulla, non conti nulla. L’Europa è la sua cultura, la sua storia. E di questa cultura, di questa storia, dovrebbe essere più fiera, mantenendo una sua peculiarità, una sua autenticità, senza diventare, chissà poi perché, seguace di mode e modelli che vengono da fuori. A me, come americano, l’Europa piace e incanta se è sé stessa, non una mal riuscita imitazione dell’America». Capisco la sua volontà di non parlare di letteratura. Ma non resisto. Posso chiederle chi sono, oggi, i suoi autori preferiti? «Sto rileggendo Singer, e lo trovo sempre più grande. Splendido e tristissimo. Ma non mi chieda di più». Chi riconosce come suo maestro? «Ecco, mi aspettavo la domanda. Il problema è che, quando scrivo, la scrittura nasce da un’esigenza di raccontare, troppo forte per essere frenata anche se a volte mi capita di fermarmi, di non riuscire ad andare avanti, di sentire che tutto è finito, che l’angoscia che ho dentro non lascia più posto alle storie, che le storie possibili sono state tutte uccise, costrette a non esistere, a non nascere. Quando attraverso quei momenti, e negli anni sono diventati più frequenti, a volte basta la frase di un romanzo che mi torna alla mente, la battuta di un personaggio in un libro, per tirarmi fuori dal buio, per ridarmi la possibilità e la capacità di scrivere. Ecco: l’autore di quella frase, di quella battuta, è in quel momento il mio indispensabile maestro. Un momento può essere Cechov, un altro Saul Bellow, un altro ancora, appunto, Singer. Posso risponderle solo così». E Bernard Malamud? «Riconosco di dovergli molto. È un autore che talvolta, a leggerlo, lascia senza fiato. Cosa gli devo e perché, lo lascio dire ai critici. Loro scoprono cose straordinarie, di cui noi autori neppure ci accorgiamo…». Lei è da anni candidato al Nobel. Ma il premio non è mai arrivato. Come giudica questa ripetuta esclusione? «Non ritengo che il mio pessimismo, la mia indignazione, la mia rabbia siano da Nobel, gli accademici svedesi hanno altri gusti, altri parametri… Ognuno fa le scelte che vuole, e non sono certo io a giudicarle giuste o sbagliate. Se cambieranno idea, andrò a Stoccolma e sarò contento di ricevere il premio. Però mi creda: non ci penso mai, anzi, questo diluvio di ipotesi che ogni anno mi arriva addosso con i primi freddi dell’autunno mi disturba non poco, non sopporto questo gioco delle candidature. Diano il Nobel a chi vogliono e basta così».</p>
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		<title>La sfiga dei siciliani.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Sciascia e Camilleri portano sfiga. Ovvero il crepuscolo intellettuale della classe politica siciliana.
pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori narrativa italiana curiosità
“Leonardo Sciascia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri portano sfiga, per un un po’ dovremmo smettere di leggerli” ad affermarlo è stato l’assessore regionale alla Formazione, Mario Centorrino, economista e professore dell’università di Messina, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sciascia e Camilleri portano sfiga. Ovvero il crepuscolo intellettuale della classe politica siciliana.<br />
pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori narrativa italiana curiosità</p>
<p>“Leonardo Sciascia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri portano sfiga, per un un po’ dovremmo smettere di leggerli” ad affermarlo è stato l’assessore regionale alla Formazione, Mario Centorrino, economista e professore dell’università di Messina, che ieri agli stati generali dell’autonomia a Siracusa ha tirato una riga rossa virtuale su tre dei più grandi scrittori siciliani dell’ultimo secolo.</p>
<p>“Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa, abbiamo bisogno di ottimismo” così Centorrino ha giustificato la sua terribile uscita, mettendo in mezzo l’ottimismo, dote che, a sua parere, viene messa in un angolo se si perde tempo a leggere libri come Il giorno della civetta, Il gattopardo o le avventure del commissario Montalbano.</p>
<p>Voi cosa ne pensate? Alla Sicilia servirebbe di più una bella dose di ottimismo e il sorriso sulla faccia, come vorrebbe Centorrino, o una altrettanto forte dose di consapevolezza e di comprensione dei mali che porta in seno, come vorrebbero probabilmente Sciascia, Tomasi di Lampedusa e Camilleri, una consapevolezza e comprensione che potrebbero alimentare, magari, qualche cambiamento in una terra dove chi governa lavora da sempre contro i cambiamenti?</p>
<p><span id="more-876"></span></p>
<p>Un aggiornamento: dalle pagine della Stampa la risposta di Andrea Camilleri, ultimo superstite fra i tre scrittori chiamati in causa da Centorrino.</p>
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		<title>Seconda navigazione, personale di Giuseppe Armenia</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 16:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Splendida personale di Giuseppe Armenia a Lecco. Andate su www.federicobianchigallery.com. Presto spero di pubblicare una intervista del nostro. Buona visione, e riflessione a tutti.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Splendida personale di Giuseppe Armenia a Lecco. Andate su www.federicobianchigallery.com. Presto spero di pubblicare una intervista del nostro. Buona visione, e riflessione a tutti.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La campagna elettorale non finisce mai</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 14:58:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Josè Bellisario</dc:creator>
				<category><![CDATA[chi c'è comiziu?]]></category>
		<category><![CDATA[politica ispica]]></category>

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		<description><![CDATA[
E’ arrivato il momento del post politico.
Da troppo tempo infatti si vociferano voci di candidati a sindaco per le prossime elezioni. Manco a dirlo la mia speranza è che siano solo 2, ma i nomi che sento circolare sono ben più di 2 (purtroppo): si va dalla ricandidatura del sindaco uscente Rustico (PDL e non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class=" alignleft" src="http://blog.leiweb.it/marinaterragni/files/2009/05/destra-sinistra1.jpg" alt="Disegno" width="539" height="296" /></p>
<p>E’ arrivato il momento del post politico.<br />
Da troppo tempo infatti si vociferano voci di candidati a sindaco per le prossime elezioni. Manco a dirlo la mia speranza è che siano solo 2, ma i nomi che sento circolare sono ben più di 2 (purtroppo): si va dalla ricandidatura del sindaco uscente Rustico (PDL e non ho ben capito se l’UDC c’è o no…),  al dott. Nino Gianì per il PD (ma si pensa possa essere anche l’ex vicesindaco Fidelio, o il preside Rabbito) appoggiato anche dagli scissionisti di FI. Spuntano anche i nomi di Rovetto o Annamaria Gregni per l’MPA, ed alcune liste civiche (tra le quali sento di citare quella della marina marza con in testa, se non sbaglio, Tiziana Scuto).<br />
Sono cose dette così, per sentito dire o per quello che ricordo sentito dire, quindi possono essereci inesattezze, errori o cambiamenti all’ultimo minuto. Fatto sta, come ho scritto su altri post, che i sindaci, disattendendo le mie aspettative, non saranno SOLO 2.<br />
“La bancarella del secondo turno” è proprio qui dietro l’angolo.<br />
Su www.siciliasud.net sono stati creati dei sondaggi: non hanno valenza statistica (tant’è che un utente può votare e rivotare tutte le volte che vuole), ma mostrano dati interessanti,  invito tutti a darci una sbirciatina.<br />
Spesso mi sento dire “eh, sai, la politica di una volta non c’è più”.. e io non so che rispondere: hanno ragione o sono le persone e gli ideali di una volta che adesso non ci sono più?<br />
Spesso mi trovo a pensare tra me e me: “ma come si fa a cambiare bandiera così, da un giorno all’altro? Con che faccia guardano la gente che li ha votati?”<br />
Sono saltati gli schemi, questo si. Quando vedo che l’MPA, alle europee, si allea con LA DESTRA per raggiungere quel 5%, mi viene da piangere; l’obiettivo qui non è più rappresentare qualcuno come mi è stato insegnato, è la poltrona: IO comando, IO ho i voti, IO decido.<br />
Vorrei ricordare a tutti che la poltrona è solo l’inizio: quando appoggerai il tuo cu…. lì, sarai all’inizio dell’opera, non hai vinto un bel niente. Mi piace ricordarlo perché tutti sono convinti che una volta vinte le elezioni “abbiamo finito”.<br />
Gioia, la politica è un mezzo, non un fine.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Una poesia: Buchi neri.</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 12:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Buchi neri.
Buio qui,
niente riluce.
Quello dei battitori
d&#8217;olive
è un quadro
che non mostra altro
da quello che si vede.
Una passeggiata insieme,
a Vicenza
in piazza e poi
un aperitivo ci farebbe un gran bene
stasera.
Ecco di cosa è fatta -anche-
la vita,
di cose desiderate
di momenti mancati.
Nelle nostre vite c&#8217;è spazio
di buchi neri,
di vita vissuta
di vita desiderata.
Smetto qui
e ti vasuniu
na recchia -orecchia-.
Ciao amico,
io non ho [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buchi neri.</p>
<p>Buio qui,<br />
niente riluce.<br />
Quello dei battitori<br />
d&#8217;olive<br />
è un quadro<br />
che non mostra altro<br />
da quello che si vede.</p>
<p>Una passeggiata insieme,<br />
a Vicenza<br />
in piazza e poi<br />
un aperitivo ci farebbe un gran bene<br />
stasera.<br />
Ecco di cosa è fatta -anche-<br />
la vita,<br />
di cose desiderate<br />
di momenti mancati.<br />
Nelle nostre vite c&#8217;è spazio<br />
di buchi neri,<br />
di vita vissuta<br />
di vita desiderata.<br />
Smetto qui<br />
e ti vasuniu<br />
na recchia -orecchia-.</p>
<p>Ciao amico,<br />
io non ho più parole.<br />
Il mio organo della voce  modula convenzioni<br />
lessicali<br />
strettamente funzionali alla vita materiale,<br />
e basta.<br />
E anche quello che dico a me stesso<br />
è sempre<br />
più lontano, inudibile.<br />
Buchi neri? Forse hai proprio ragione.<br />
La vasunata na recchia spero<br />
almeno riattiverà<br />
l&#8217;organo<br />
dell&#8217;ascolto,<br />
un abbraccio.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
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		<title>Colpevole, di don Paolo Farinella</title>
		<link>http://www.spaccaforno.it/archivio/868/colpevole-di-don-paolo-farinella/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 11:40:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Taci, il governo ti ascolta (I) – Cherchez le fou&#8221;
COLPEVOLE
(di don Paolo Farinella)
Lo sapevamo che prima o poi sarebbe successo. E’ successo nel modo più consono alla realtà perché è un colpo «omeopatico». Un uomo malato, da dieci anni seguito dai servizi psichiatrici pubblici, armato di un souvenir della sua città, il simbolo della Milano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Taci, il governo ti ascolta (I) – Cherchez le fou&#8221;</p>
<p>COLPEVOLE<br />
(di don Paolo Farinella)</p>
<p>Lo sapevamo che prima o poi sarebbe successo. E’ successo nel modo più consono alla realtà perché è un colpo «omeopatico». Un uomo malato, da dieci anni seguito dai servizi psichiatrici pubblici, armato di un souvenir della sua città, il simbolo della Milano civile e religiosa, il Duomo in miniatura pesante con guglie e Madonnina incorporati, aggredisce e colpisce un folle che per due ore sul palco ha gridato guerra contro tutti, aggredendo lo Stato, scagliando corpi contundenti contro la Repubblica, demonizzando i «suoi» nemici comunisti e di sinistra che ha presentato come «nemici» di tutto il popolo, presente in piazza, istigando non solo all’osanna di giuggiole demenziali, ma all’aggressione contro chi gli vuole – secondo lui – impedire di governare. Un uomo senza Legge e senza Stato aizza gli animi di psicolabili sui quali si erge come nano, formato tascabile, con un linguaggio da guerrafondaio, da comunista breshneviano, da estremista barricadiero, da folle. Cosa si aspettava? Un malato ha risposto in maniera uguale e contraria, facendogli assaporare con un colpo di duomo quello che aveva appena finito di predicare. Pura omeopatia.</p>
<p><span id="more-868"></span></p>
<p>Tutto si consuma tra due pazzie, ma con una differenza. L’uomo malato è in cura psichiatrica da dieci anni; il folle sul palco è al governo dell’Italia. Il Malato è armato solo di un duomo souvenir, il folle al governo è ricco e circondato da un servizio d’ordine da sceicco con trenta persone super-pagate che non hanno saputo nemmeno fermare un oggetto volante: soldi pubblici sprecati inutilmente. Soldi nostri. Il malato fantastica nel suo mondo di frustrazione e cerca una rivincita. Il folle grida contro tutti e contro tutto, accreditandosi come «unico», «migliore», «vittima sacrificale». Pretende la salvezza giudiziaria a furor di popolo solo perché lui è «il capo». Ha avuto la risposta: un uomo malato, ascoltandolo, lo ha preso di parola e ha messo in atto il suo insegnamento: abbattere il «nemico». Sì, un malato ha riconosciuto il folle «ufficialmente» come vittima, trasformandolo in vittima. Non c’è vittima senza sangue. Il volto botulinato e rifatto cento volte, sanguinante e trasformato in maschera, svela davanti a tutti la vera consistenza della pazzia: lo sguardo sperso, terrorizzato, lui che ha sempre creduto di essere in cima ai sogni degli Italiani, ma specialmente delle Italiane, è stato costretto a svegliarsi da un colpo secco, sferrato con un souvenir «religioso». Si era accreditato come «Messia» per ritrovarsi detronizzato da un malato con un colpo secco di «Tempio», quasi a dire: «Tu sei spurio, sacrilego». L’uomo oscenamente ricco, per furto, evasione, riciclaggio è atterrato da un oggetto dozzinale da pochi euro. Nèmesi violenta. Nèmesi trasparente.</p>
<p>Altri, e da tempo, avrebbero dovuto scacciare il «folle» dalla soglia del Tempio, in nome di una verecondia che non tollera culti di personalità. Altri, addetti alla religione del sacro, avrebbero dovuto dire «Adesso, Basta!». Non lo hanno fatto, perché impegnati in scambi di valuta pregiata e simoniaca. Chi è stato zitto per mesi davanti al dilagare dell’immoralità istituzionale, etica e umana di un satrapo malato di priapismo e di megalomania diarroica, non doveva mandare un telegramma di consolazione, ma doveva semmai mandargli a dire che tutti i Golia sono caduti per mano di piccoli Davide. Non ci è piaciuta, a ferita ancora calda e a duomo ancora insanguinato, la corsa del papa e del suo segretario di Stato a rimboccare le coperte di un indecente presidente del consiglio. Non ci è proprio piaciuta. Zitta di fronte alle aggressioni alla verità (caso Boffo); zitta di fronte alla manipolazione di ogni decenza; zitta di fronte agli assassini di Stato (migranti); zitta di fronte alla violenza mortale (carcerati morti per violenza diretta), la gerarchia cattolica, avrebbe dovuto dire una parola di verità e di consolazione verso il malato mentale che è stato indotto a compiere un gesto sconsiderato, ma coerente in quel contesto e in quella fucina di odio e di terrore che è il berlusconismo. Ancora una volta papa e cardinali hanno perso l’occasione di schierarsi dalla parte dei deboli per sistemarsi accanto ai ricchi e potenti. Eppure lo dice anche la Madonna: «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52).</p>
<p>La Storia, che è una maestra che non insegna nulla, ha mandato un uomo malato a fermare la ferocia omicida di un pazzo folle che non esita a trascinare la sua parte politica e succube a dichiarare guerra preventiva con invettive di violenza inaudita contro la Costituzione, contro il Capo dello Stato, contro la Corte Costituzionale, contro il Consiglio Superiore della Magistratura, contro i giudici chiamati a giudicarlo per delitti eversivi, contro la Legge, contro tutti coloro che pretendono che sia «uguale» a tutti i cittadini, sottoposto alla Sovranità della Legge. Pur di salvare se stesso da crimini che ha commesso in tutta la sua vita con la complicità di servi, schiavi e manutengoli, non esita a distruggere il tessuto civile dell’intero Paese, vittima egli stesso della sindrome di Sansone: «Muoia Sansone con tutti i Filistei». Il giudice Sansone però uccise se stesso per salvare il suo popolo. La maschera di uomo invece non esita a uccidere il popolo pur di salvare se stesso. Eppure c’è una giustizia insita nelle cose: per la mano forte di un uomo debole di mente, il potente, ubriaco di sé e della sua megalomania, ha sbattuto contro il muro della realtà. Ora deve sapere che chi semina vento raccoglie tempesta.</p>
<p>La canèa si è scatenata, gridando contro il clima di odio e chiedendo, guarda caso, così per non nominare alcuno, all’opposizione di «abbassare i toni» e di «smettere il clima di odio che sta infestando la vita politica». Mistificazione pura. No! Non ci sto e canto fuori dal coro! Berlusconi e i suoi servi non hanno diritto di chiedere di abbassare i toni perché da 15 anni hanno rubato toni e semitoni, suonando solo loro la musica dell’aggressione a chiunque gli si oppone. Si dice che lo scontro deve ritornare alla politica; c’è un solo modo, non due, non tre: Berlusconi si faccia processare e dia le dimissioni; se fosse un vero capo di Stato darebbe l’esempio e rispetterebbe la Legge; egli invece vuole affossare ogni Legge, ogni decenza, ogni contrarietà alla sua logorroica esigenza di priapismo politico e mediatico. Sì! Abbiamo il coraggio di dire che quello che è successo è frutto della sua stupidità politica, della sua insipienza etica, della sua inconsistenza umana, della sua protervia di ricco mafioso che schiaccia chiunque gli attraversa la strada. Per lui tutti sono sotto di lui, formiche da schiacciare alla bisogna. Un uomo, un folle pericoloso.</p>
<p>Le truppe a libro paga del Napoleotto brianzolo sono ignoranti, ma sanno far di conto quanto a mistificazione. Un esempio per tutti: Spatuzza accusa Silvio Berlusconi di fare affari con la mafia, ancora prima di diventare presidente del consiglio. Anzi, diventa presidente del consiglio in forza di quell’accordo e per onorare quell’accordo, secondo il quale la mafia è la “mamma” da amare secondo il comandamento cristiano: «Onora il padre, ma specialmente mamma santissima». Il giorno dopo due capibastone si presentano davanti ai giudici: uno, Filippo Graviano, mai nominato da Spatuzza, parla e dice che lui non conosce B. Apriti cielo: il mafioso diventa l’oracolo, la trasparenza della verità. Peccato! Pochi si accorgono che Spatuzza parla di Giuseppe Graviano, il quale, in puro stile mafioso, manda a dire al B., attraverso i giudici, davanti alle tv: «Io non parlo. Se devo proprio parlare lo farò quando dico io, per cui chi ha orecchi da intendere intenda». La corte brianzola, in trasferta permanente a fare da piedistallo al capo «a prescindere», lo assolve per ieri, per oggi e per domani e invoca la salvezza definitiva per legge, per sempre.</p>
<p>Ora avviene che lo sceneggiato si ripete: un uomo malato ha colpito col duomo volante il presidente del consiglio? I mandanti morali sono la sinistra e Di Pietro. La sinistra la vedono solo loro, perché non ci pare che all’orizzonte vi sia qualche segnale di fumo di sinistra; Di Pietro ha detto una lapalissiana verità: «E’ lui l’istigatore». Chi può contestarlo? Solo chi è in malafede e su questo piano, il più pulito ha la rogna. Occorre una legge retroattiva che dichiari Di Pietro «assassino consecutivo». In queste ore assistiamo alla corsa della marcia longa per dichiarare solidarietà al colpito, cioè al potente caduto dal predellino. Viene voglia di dire: chi di predellino colpisce, da predellino sbatte in terra.</p>
<p>Non vi sono più le mezze stagioni, non c’è più religione e non c’è più neanche la sana follia di una volta! Ora tutto è capovolto, il pazzo formato tascabile in statura e morale, diventa il capo saggio e lungimirante al di sopra della Legge perché altrimenti non può stare al governo e fare sfoggio della sua illimitata follia; il malato in cura psichiatrica da dieci anni diventa il nuovo Gavrilo Princip, il bosniaco che il 28 giugno 1914 a Sarajevo attentò a morte l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Austria e Ungheria e sua moglie Sofia, accendendo la miccia che fece scoppiare la prima guerra mondiale. Per rendere ancora più drammatico il momento e farlo fruttare in termini di consenso e di adesione, i corifei venduti e prezzolati sproloquiano di guerra civile e il ministro in similpelle dell’interno parla come mangia, ventilando l’ipotesi che poteva essere ucciso il suo presidente del consiglio. Ha appena ammesso il suo fallimento come ministro e avrebbe dovuto rassegnare subito le dimissioni. Roba seria, le dimissioni! Ah, Maroni, Maroni che porti il programma già nel tuo nome!</p>
<p>Il lupo perde il pelo, ma non il vizio: il brianzolo che si crede il Messia, infatti, colpito a sangue e ancora col botulino disfatto, ma con i capelli perfettamente incollati, sogna per un momento di essere il papa. Infatti non era ancora giunto in ospedale che dichiara, come Giovanni Paolo II, dopo l’attentato di Ali Agca (1981), di essere «miracolato», lui il prescelto dal Signore per schiavizzare e sodomizzare l’Italia. Questa ce la poteva risparmiare. Cosa ci aspetta? L’inimmaginabile! Da capo di governo perseguitato, diventa capo di governo martire della libertà e vittima della sinistra sempre più comunista e violenta che non vuole le riforme e lo scudo illegale e fiscale, una sinistra (che solo lui vede) antidemocratica che impedisce all’Unto del Signore di raggiungere il trono di Dio in terra, in mare e in cielo. Seconda tappa: appena si sarà fatto e rifatto, prima che scada il tempo delle emozioni, andrà in pompa magna in qualche santuario a ringraziare qualche Madonna disponibile e qualche chilo di clero servile e, giuro, farà incastonare il duomo che lo ha colpito nella corona dalla Madonna a perpetua memoria. Intanto l’Italia piange il suo destino, mentre i cani, i randagi, i coyotes e le iene imperversano e infestano le foreste e le piazze cercando di spaventare chi non ha perso la lucidità per dare ai fatti il senso misurato dei fatti: un pazzo ha colpito un folle e se misuriamo il quoziente di pazzia/follia, siamo certi che il secondo supera di gran lunga il primo.</p>
<p>P.S. -</p>
<p>1. Vogliono chiudere alcuni siti di Facebook perché l’indignazione incontrollata fa paura e senza controllo loro non possono e non sanno governare. Hanno bisogno di popolo osannante, ingannato, ma osannante. Tutti coloro che inneggiano a «Meno male che Silvio c’è…» sono da ricoverare con diagnosi disperata. Napoleonetto non sa perché «lo odiano»: venga, «sciur», che glielo spiego io, con un disegnino.</p>
<p>2. Ricoverato al San Raffaele dal suo amico di intrallazzi, don Verzè, è stato subito accudito e assistito come si conviene con medici personali e il pellegrinaggio ininterrotto di tutti gli esseri inutili che popolano la Nazione e si credono importanti. Intanto in Italia, negli ospedali si muore di parto e per negligenza; chi ha bisogno di una tac deve aspettare un anno, chi va al pronto soccorso aspetta ore e anche giorni, salvo che non abbia la carta di credito in bocca come lasciapassare. Allora tutte le emergenze si risolvono. Tutte. Non ho mai chiesto un dono a Gesù Bambino, ma quest’anno faccio un’eccezione e chiedo che quel Bambino nato di straforo e di nascosto, extracomunitario senza permesso di soggiorno, irregolare e per giunta palestinese ebreo, possa liberarci una volta per tutte dalla peste civile e politica che si chiama Silvio Berlusconi. Anzi Shilviush Berluskonijad. Grazie Gesù e non avere paura di avere pietà di noi!</p>
<p>(Paolo Farinella, prete)</p>
<p>***</p>
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		<title>Du du du, Zu, zu-zu-nzunzu! e così via!</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Nov 2009 06:24:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da il primo amore:
Donne (ma niente du du du)
Armando Barone
Cominciamo col dire che non è e non può essere tutta colpa della televisione. Se un nuovo immaginario, becero e maschilizzato fino al disgusto, induce il sospetto che le donne, dopo tutto, possano essere considerate merce, e anzi a questo si accompagna una sorta di sommessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da il primo amore:</p>
<p>Donne (ma niente du du du)<br />
Armando Barone</p>
<p>Cominciamo col dire che non è e non può essere tutta colpa della televisione. Se un nuovo immaginario, becero e maschilizzato fino al disgusto, induce il sospetto che le donne, dopo tutto, possano essere considerate merce, e anzi a questo si accompagna una sorta di sommessa esultanza, una rivalsa alle lezioni di civiltà scambiate per buonismo d’accatto, non è solo un problema di qualità dello spettacolo, e nemmeno di libertà d’informazione. Non di solo corpo e carne di velina, né di bellezza a fascicoli, si tratta: qui il problema è sociale e politico, persino intellettuale. Si parla di due (solo due?) culture, anzi subculture in guerra, due immaturi modelli di relazione ai temi della pari dignità, della discriminazione di genere o per orientamento sessuale, infine al sesso. Ai tempi del berlusconismo e della democrazia videocratica, del pensiero unico populista e del mercato delle emozioni, dell’oligopolio del consenso elettorale, non è la tv che fa schifo, è la realtà.</p>
<p>La gnocca alla lotta di classe</p>
<p>Premesso che un uomo, prima di parlar di donne, dovrebbe sciacquarsi le idee e guardarsi bene attorno, premesso che dico questo non per lisciare l’eventuale lettrice che inciampi in questo blog ma perché conosco il sentimento d’esser uomo e ne temo la tendenza a vedere tutto secondo come natura e non come ragione l’ha fatto, osservo ciò che accade e scrivo. Ciò che accade sono fatti e misfatti culturali: tanto per cominciare, la moderna corruzione post tangentopoli, quella a base di gnocca e coca.<br />
Qui parleremo solo della prima, of course &#8211; e a questo punto possiamo anche soprassedere al dubbio se sia stata goduta o meno, da Berlusconi o da altri, a Palazzo Grazioli o altrove, in cambio di denaro. Perché quello che interessa qui è lo scambio. Questo tipo di scambio, che baratta immagine per immagine, in un contesto in cui l’immagine è potere.<br />
Parafrasando ciò che scrisse Ida Dominijanni su Il Manifesto in un’intervista alla D’Addario, quello che è angosciante in questi fatterelli da malaffare che sfiorano il misfatto di Stato è rendersi improvvisamente conto di un substrato non solo numericamente rilevante di donne che conoscono – costrette, riluttanti, incoscienti o spregiudicate che siano &#8211; la via del vendersi o del farsi vendere in cambio di una posizione sociale diversa. E fin qui non ci sarebbe niente di nuovo: è cosa antica quanto il mondo, dicono le sagge e i saggi, il sesso per il potere, che porta denaro e così altro potere.<br />
Eppure un fattore nuovo c’è, e sta proprio nella nostra modificata (e snaturata) struttura sociale, sempre più costruita non su base censuaria o per casta professionale, non sull’avere o sul prestigio, ma sulla visibilità, e si dica pure visibilità televisiva.<br />
In alto i divi dello schermo, in mezzo i visitati dalla notorietà, più in basso gli aspiranti qualcuno, in ultimo lo spettatore spaesato. Tra i divi dello schermo ci metto i politici quanto i pallonari, tanto per dire che le ragioni di censo del vecchio schema, spesso, corrispondono. A scendere, le cose si fanno più sfumate: la borghesia disgregata lascia emergere i professionisti e i consulenti che hanno agganci nell’elite superiore, e per questo spesso consacrati deputati o sindaci; la massa precaria, fondata su nuove e vecchie povertà, che non trova sbocchi se non i reality di paese o del Paese, o la puntata giornaliera al Win for Life dei Monopoli di Stato. Il censo si è legato a filo doppio all’immagine televisiva e patinata, e il connubio è mortifero, sotto il profilo culturale prima ancora che sociale.</p>
<p><span id="more-861"></span></p>
<p>Sul lettone di Putin</p>
<p>È in questo quadro di passaggi di classe video che entrano – per tacer delle ministre o delle daddarie in lista &#8211; le aspiranti visitatrici dei tanti lettoni di Putin al centro di stanze e stanzette del potere. Nell’era che premia brandelli di fama o almeno la tenacia di conquistarla a ogni costo, nell’epoca in cui si lasciano deserte le Camere per far politica sul canale compiacente e si legifera in villa, alla prostituzione del sorriso o dell’intero corpo si affianca così la prostituzione di un intero immaginario. Si vende la propria educazione al lavoro che assegna un ruolo, all’istruzione che abilita al lavoro e all’emancipazione femminile, per un posto più alto nell’immaginario comune. E, fenomeno nel fenomeno, non si vende neanche la gnocca, o non sempre per lo meno, ma il suo simulacro: io, donna che coltiva faticosamente la propria avvenenza, ti concedo potere con la mia sola vicinanza; io, uomo maschio divenuto dominante grazie alla vincinanza della gnocca, variabile nel numero e nella qualità ma costante nel tempo, in cambio ti elevo al mio rango.<br />
Siamo al “Chiù pilu per tutti” e a Cetto La Qualunque: Antonio Albanese è un genio e lo sapevamo già; ora però è chiaro che la satira e il grottesco sono stati abbondantemente superati dalla realtà. </p>
<p>Il maschio dominante depilato</p>
<p>Accennavo prima allo scontro tra due culture, o subculture, nel rapporto tra i sessi. Ebbene, più che uno scontro, sembrerebbe una cannibalizzazione nel tempo. C’era una volta la donna forte ed emancipata in sempiterna lotta per la pari dignità e c’era l’uomo in sempiterna crisi alla prese con la sua ristrettezza di vedute. Per lo meno, ce l’hanno raccontata così. E fino a quel momento c’era speranza che, rese edotte e consapevoli dei rispettivi problemi, le due metà del cielo si potessero ricomporre intorno a un’unica crescita culturale, alle dinamiche sociali che intendevano far progredire il Paese. Coppie di fatto, lotta alla discriminazione di genere o di orientamento sessuale, politica del lavoro fondata sulla flessibilità del tempo (e non: politica della flessibilità del lavoro nel tempo) sono solo alcuni dei punti in agenda.<br />
Poi è successo qualcosa. Qualcosa che deve avere avuto a che fare con la Carfagna ministro, la lettera della Lario a Repubblica, la D’Addario e i bagni di Palazzo Grazioli, financo con gli insulti a Rosy Bindi. E poi con il progressivo sdoganamento delle destre estreme, i muscoli filofascisti della Polizia alla Diaz, la retorica dei tabù neo-militaristi dall’omicido Quattrocchi in poi, la politica dei respingimenti e la voce alta sul bus nel dire che l’immigrato puzza. La merda gettata su Ilaria Alpi, su Giuliana Sgrena, su Aldrovandi, su Giuliani. La gara dell’orrore tra Guantanamo ad Abu Ghraib e le catene di comando del “Tutto giustifica tutto”. I picchiatori degli omosessuali in cronaca nella Roma di Alemanno, gli sgomberi al manganello di De Corato a Milano. L’arretramento del linguaggio della Chiesa su fecondazione assistita, aborto ed eutanasia. L’ignobile e inqualificabile attacco alla dignità della famiglia Englaro.<br />
Come vedete, vado in ordine sparso, per flash: riempitevi anche voi la memoria. Ci dev’essere un filo. È emerso un marciume che mescola calcolo politico e becera campagna elettorale, informazione omologata, strumentale e sintonica al potere, in una morchia confusa e indistinta che puzza di maschio andato a male. È aggressività ignorante, cavernicola, quella del maschio che non solo sostiene e sbandiera orgoglioso il principio secondo cui un bel paio di cosce assicurino il migliore avvenire, che i froci siano devianza di natura, che i muscoli depilati e un’arma lucida siano compagni migliori non si dica di un libro ma almeno del telefonino, ma anche si sente autorizzato a tradurre in pratica il manuale del destroide troglodita.<br />
Del resto, se lo mostrano tutti i giorni in tv, allora forse si può. Prima c’era l’ipocrisia del politically correct. Ora che il politically uncorrect s’è fatto largo e imposto a larghe falcate, si punta a sdoganare le pulsioni della pancia. Per non dire del sottopancia.</p>
<p>Le elezioni con il televoter</p>
<p>Con questo non intendo dire che la colpa stia tutta a destra. Non esiste una destra così, neanche quella di Berlusconi è così. E nemmeno la destra populista di Berlusconi è così potente da entrarci nel cervello come lama nel burro. Tuttavia, come dicevo un poco più sopra, il problema è politico: il marciume fin qui –certo insufficientemente- raccontato è anche il prodotto dell’ondata di restaurazione revanchista che la destra ha portato avanti costantemente: i comunisti, e tutti i loro amici, sono nemici. Per comunisti si intendono i progressisti tutti, quindi chi sostiene cosette come pace, amore, pari diritti, laicità di pensiero e libertà di orientamento sessuale sono potenziali bersagli. In marketing si chiama induzione del bisogno: vuoi qualcuno che ti levi di dosso il pensiero? Guarda, io l’ho fatto, e sono un uomo di successo.<br />
Per muover guerra elettorale a questi molli buonisti, non s’è trovato niente di meglio che buttarla sulla gnocca, sul fucile, sul fatto che se i deboli son deboli un motivo ci sarà. Pensiamo come pensa, sotto sotto, l’italiano ignorante. Facciamo leva sui suoi istinti, sul fatto che ne ha abbastanza del faticoso distinguo di Veltroni, di Amato, dei costituzionalisti. Siamo in tempi di arabi che buttano aerei sui buoni e sani Americani del Piano Marshall, che diamine.<br />
Tutto questo non sarebbe riuscito senza la complicità del vuoto d’opposizione. Ah, la tentazione a sinistra di agganciare il modello di successo: meno pasionarie alla Rosy Bindi e più bellezza inutile alla Melandri. Ma ve lo ricordate che volevano far deputato la Parietti perché “Oltre che bella, è intelligente”? Vedi, darling, a rappresentare il tuo stipendio ci mando già un gran bel paio di gambe; se poi pensa pure, vedrai che roba. Doppio ah, che bello riciclarsi a moderni frantumando l’architrave della coscienza di classe in nome di un liberismo da banca immagine chiamato ‘riformismo’ e alleandosi con una classe imprenditoriale cialtrona. Triplo ah, fantastico, mettiamoli a morte politica anche noi, i comunisti, che ci hanno rampognato mezzo secolo con la questione morale!<br />
Eppure neanche questo basterebbe a spiegare l’enormità e pervasività del fenomeno.<br />
Negli ultimi vent’anni è successo che i linguaggi della politica e della televisione si sono sovrapposti al punto di essere indistinguibili: la televisione si è allontanata ancora di più dalla realtà dei fatti per ossequio alla politica, e la politica si è allontanata talmente tanto dalla realtà da identificarsi con la televisione. Tanto che Rifondazione e sinistre atomizzate sono scomparse, più che dal Parlamento, dall’immaginario, perché non sono più in video, non sono più protette dal rassicurante cachemire di Bertinotti.</p>
<p>Nessuno si senta immune </p>
<p>Non che partissimo da un modello culturale consolidato. Il disimpegno, la fuga dalla politica, il riflusso già negli Ottanta avevano impedito a questo Paese culturalmente fragile e arretrato di superare la sua tardoadolescenza sociale e politica. Tuttavia, le conquiste fondamentali dell’emancipazione non si sono mica dissolte. Sono sempre lì, pur minate e attaccate, resistono. Congelate in attesa che qualcuno si ricordi che, uomini o donne, di persone e di uguali sempre si tratta.<br />
Non sono cambiate le risposte, ma le domande. Le domande da porre all’universo femminile non sono più: come può una donna vendere la propria compagnia come lavoro in cambio di un esercizio di potere; come può una donna (ragazzina) intendere il suo sputtanamento globale come l’opportunità di realizzare il sogno di velina, di fare il colpo grosso. Di donne fatte come son fatte non c’è da stupirsi, e non c’è da sottendere giudizio.<br />
Piuttosto: come fa una donna a votare questa destra? Ammirare la gentaglia che gioca col suo corpo o del suo corpo fa un campo di battaglia elettorale? Questa Chiesa? Poi: come fa una donna a non incazzarsi a morte con questa sinistra immatura e ripiegata su se stessa, sulla scoperta del potere?<br />
Se escludiamo le sacche di resistenza di cui parla Asor Rosa, capaci ancora di produrre pensieri e modelli non balbettanti, il pensiero omologato a reti unificate ha abbassato progressivamente le difese di tutti noi, sconosciuti e silenti spettatori, anzi telespettatori, abbandonati dagli intellettuali di sinistra e di destra senza una chiave di comprensione del reale. O meglio, senza che altre chiavi di comprensione del reale s’impongano alla nostra attenzione e si radichino a tal punto da funzionare come antidoto al veleno machista.<br />
Ed ecco il punto: per contrappeso e contrasto all’affermarsi di un nuovo patentino a offendere e umiliare, oltre le minoranze a bersaglio, anche il sesso presunto debole, ci sono rimasti antidoti spuntati e anticorpi sfiancati. Rendiamoci conto che il livello del dibattito corrente intorno al ruolo femminile nella società, alla disparità e alla discriminazione, alla violenza psicologica e fisica e sessuale, alla prostituzione, all’omofobia, alla laicità della scuola e nella sanità, è fermo su binari del tipo: quote rosa in ogni quartiere, sono gli arabi che picchiano le donne, burka sì burka no, le donne sul lavoro va bene ma come la mettiamo coi figli, via le prostitute dalla strada, ma guarda che io ho molti amici omosessuali, crocifisso a scuola sì o no, l’aborto sì ma riparliamone (e per il riparliamone il debito è con un altro genio, Paola Cortellesi). Agghiacciante. È come mettere all’ordine del giorno in Parlamento il sommario di un tg Mediaset.</p>
<p>Abbasso le quote rosa</p>
<p>Tanto per fare un esempio, le quote rosa: terrificante sintomo di malattia scambiato per rimedio per la buona salute in politica. D’accordo, la pari dignità stabilita per Costituzione non bastava, però il pari numero per legge o per gentleman agreement non ha niente di etico: è lavarsi la coscienza. A pensarci bene, le quote rosa sono lo speculare di un’altra, fenomenale (nel senso di prodotto di un fenomeno) cazzata: la par condicio. In un Paese libero, la par condicio si raggiunge attraverso le comuni dinamiche del conflitto politico e di opinione, non col pari numero certificato a posteriori.<br />
Soluzioni a quanto il sesso politico richiede – intendendo con questo il complesso di temi che vanno dalle pari opportunità nel lavoro, alle leggi sulla violenza a sfondo sessuale, all’aggravante di discriminazione per orientamento sessuale che recentemente ha messo alle corde il PD – verranno invece da una politica familiare (non: familista come quella dell’Udc o elettorale come quella del Pdl) che sostenga la maternità, costruisca asili nido, accresca le possibilità di sostegno al reddito, riconosca le famiglie di fatto e ricomponga le famiglie dei migranti, sperimenti nuove forme di assistenza alle vittime di violenze o soprusi. In una definizione, che si identifichi con la società.<br />
Mi piacerebbe che non ci fossero dubbi su questo. Se il maschio continua a occuparsi poco dei figli, è materia per i sociologi; se la donna nel 2010 non riesce a trovare o a mantenere il posto di lavoro perché le si impone la scelta tra tempo familiare e tempo professionale, se viene pagata meno di un uomo a parità di livello, la materia è per legislatori.<br />
Se una politica seria, di alternativa, potesse proporre questo, sarebbe già qualcosa. Poi toccherebbe alla televisione, far la sua parte. E qui il discorso ridiventa politico. Le frequenze, il mercato pubblicitario, il conflitto di interessi. Alle solite.</p>
<p>Monnezza è mezza bellezza</p>
<p>Non è solo televisione spazzatura. Non è solo questione di bellezza-merce: non sono così ingenuo da pensare che la bellezza (naturale o patinata o siliconata, triste o allegra o bronciodipendente) debba scomparire dalle copertine o dalle pubblicità o dagli ancheggianti e poco vestiti corpi da corpo di ballo. Che la bellezza del corpo umano, e quindi per ovvi motivi del corpo femminile, serva per vendere, è un fatto e non vedo perché dovrebbe equivalere al servaggio. Tuttavia, la soglia del cinismo dovrebbe arrestarsi qui: la mercificazione del nudo, dell’identità e del sentimento ha una profonda influenza sul nostro immaginario.<br />
Inciso: se per pubblicizzare un cosmetico posso mostrare un corpo nudo e così alludere alla seduzione, siamo nel campo della semantica e della promessa marketing – se ne può discutere, insomma. Se ogni quattro minuti del palinsesto ho uno stacchetto dimenaculo, ogni tre pagine labbrone tumide, una copertina su due apre con la gnocca, beh, abbiamo un problema. Non tutto può essere seducente. Ed essere educati a pane e sesso patinato, prima o poi, genererà pure qualche problema con la realtà. Fine dell’inciso.<br />
Diamo troppo spesso per acquisito, se non per scontato, che la televisione sia un solo un mezzo, il più potente in Italia, ma pur sempre un medium. Non è proprio così.<br />
Prima di tutto, se è ancora un medium, qualcuno deve avere libertà responsabilità diretta di forma e contenuti, e dare vita alla cosiddetta linea editoriale. Ed è fin troppo palese che in Rai (ma anche in Mediaset) questa libertà sia relativa: la televisione è oggi un mezzo eterodiretto, in cui l’editore non è mai completamente libero. E non tanto e non solo per la pressione telefonica del potere, come avveniva anche in passato, quando l’iperlottizzazione era una prassi egualmente deprecabile – anche se, va detto, più discreta. Quanto per la castrazione intellettuale a cui volontariamente si sottopongono editori, direttori di testata, direttori artistici e così via. E dico castrazione perché a volte non è nemmeno censura o autocensura preventiva: chi ha la responsabilità dei palinsesti e dei contenuti, dal più alto livello dirigenziale all’autore in stage non pagato, è immerso come noi nella morchia generalizzata. Che se ne renda conto o meno. E se il clima aziendale peggiora, si salvi quel che si può. Si innesca, insomma, un circolo vizioso per cui chi non è in grado o non vuole ribellarsi alla monnezza contribuisce alla crescita della monnezza, che viene venduta per bellezza.<br />
Col risultato che anche il pubblico più avvertito trova un’offerta poco diversificata &#8211; e di qualità ad altezza gnocca.</p>
<p>Il fine giustiifica il medium</p>
<p>Tuttavia, qui il dubbio è che la tv non sia neanche più un medium, un mezzo, ma un fine. L’impressione è quella che non ci si appelli neanche più, alibi passepartout, al dio mercato. Arrivarci, esserci, porsi in vetrina, dai politici dimenafogli alle letterine dimenaculo, significa giocare nel giro grosso. Non è più apparire, ma un essere. La realtà televisiva diventa, per prodigio dell’oligopolio Rai/Mediaset e dell’offerta omologata, realtà condivisa dalla coscienza collettiva. Non l’unica, certo, ma comunque egemone. E se la morchia maschiocentrica passa come realtà egemone, in pari dosi attraverso la cronaca e attraverso lo spettacolo, bene si può capire come faccia ad avere tanta forza di penetrazione.<br />
La realtà e la tv sono oggi vasi comunicanti di un liquido venefico. E contro quel liquido vi è poco o nulla a fare argine. Che fare? Ribellarsi, certo, ribellarsi.<br />
La tv è un mondo irriformabile nell’era di Berlusconi, e così la politica. Per invertire la sovrapposizione dei due mondi, dovremmo ribellarci a entrambe. Per farlo, serve la dispersa ma veemente forza degli intellettuali, la libera critica nell’informazione (Il Fatto Quotidiano è un nuovo, buon esempio di redazione ed edizione affrancata dall’oligopolio, mentre Il manifesto ne è l’esempio storico) e, naturalmente, dalla realtà. Quella non televisiva. Quella in strada, in piazza: i soggetti sociali che hanno confidenza con l’azione e la vocazione al conflitto. Sì, credo proprio che la speranza possa venire solo dai nuovi e aspri conflitti sociali che questa tv autoreplicante e questa politica autoconservatrice nascondono, minimizzano, ridicolizzano. Nuove domande potrebbero essere: il femminile è pronto al conflitto? E il maschile? E tutti e due, tre, cento mondi senza distinzione di genere, sono attrezzati e disposti ad aprire le ostilità? Materia per un altro articolo, temo.</p>
<p>Non farmi la morale, baby</p>
<p>La scomparsa della pubblica opinione, l’imporsi delle subculture gonfiate a steroidi, il disorientamento del femminismo, l’ignavia e il silenzio del mondo intellettuale (i maestri, dico, dove sono finiti i maestri?): ecco come si può arrivare a un panorama tanto desolante. E poi c’è chi dice: “Ma chi sei tu per farmi la morale”.<br />
Ecco, questa è cosa che fa gonfiare le vene al collo. Di solito te lo dicono di Berlusconi: non me ne importa nulla di quello che fa nel suo letto. La risposta va in automatico, e sembra una battuta: non è il suo, è il lettone di Putin.<br />
È il Presidente del Consiglio, quel tizio bassetto e antipatico, è l’uomo più potente d’Italia, l’uomo che governa, anzi diremo comanda, e che tiene per le palle il nostro futuro. Cos’è, è diventato troppo pretendere che un eletto dal popolo sia per lo meno una persona per bene, se non proprio capace?<br />
Maddai, non facciamogli la morale. Ci sono cose più importanti da rimproverargli. Sospetto di collusione con mafia, corruzione accertata, reati economici, etc etc. Quattro governi di crescente pericolosità sociale e diminuzione di diritti e libertà. Danni economici da Prima Repubblica. Al confronto, se si comporta da puttaniere, come tanti altri uomini di potere, è quasi normale.<br />
E qui le vene scoppiano: come dire che, al confronto della rapina a mano armata, la mano che ti fotte il portafoglio è niente. E allora, che facciamo, la lasciamo passare? Proprio tu, donna, non prendi fuoco a sapere che, per perdonare oscurare sviare l’attenzione dalle sue figure di merda internazionali, un coro di volgari servi ripetano a reti unificate che trattare così le donne è una bazzecola? Che ora si può, anzi si deve, perché in fondo in fondo, a ben vedere, milioni di Italiani sono come lui?<br />
Le ripercussioni di questo messaggio a reti unificate le lascio volentieri ai sociologi, ma non vedo perché dovrebbe sfiorarci appena, anziché colpirci come una schicchera sulle orecchie gelate, sapere che l’Uomo Esempio di Successo, oltre che disonesto, è pure scarso a rispetto per la donna.<br />
Smettiamola, donne e uomini, di pretendere poco perché nessuno è senza peccato, e ai peccati grandi ci pensa Dio o Chi Ne Fa Le Veci. Di aver paura di parlare di etica e anche di morale. Se vogliamo un Paese a nostra immagine e somiglianza, ci riapproprieremo delle reali dimensioni della vita comune, del valore della convivenza civile, del progresso umano, della sana eterna guerra tra sessi. Dei nostri progetti di famiglia, qualunque siano. Lasceremo il tubo catodico e la noia satellitare o digitale nell’ambito che a loro compete: l’intrattenimento. Torneremo a chiederci chi possiamo votare senza avere un moto di rigetto.<br />
Prepariamoci a difendere i nostri figli da queste aggressioni subculturali. Prepariamoci allo scontro, ai prossimi conflitti culturali e sociali. Non sia mai che, ogni tanto, se ne possa vincere uno.</p>
<p>Pubblicato da g.giovannetti il 09-11-09</p>
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		<title>Corpi del nuovo millennio. Di Marco Marcassola.</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 11:55:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[« LA VITA EROTICA DEI PRESIDENTI &#124; Principale
29 OTTOBRE 2009
COME UN RENE SENSIBILE. FORZE DELL&#8217;ORDINE E CRISI DEMOCRATICA
[Questo commento è apparso su Il Manifesto del 29 ottobre 2009 con il titolo L'ordine della forza]
La lista inizia ad allungarsi. Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per una piccola quantità di stupefacenti e morto dopo pochi giorni in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>« LA VITA EROTICA DEI PRESIDENTI | Principale</p>
<p>29 OTTOBRE 2009</p>
<p>COME UN RENE SENSIBILE. FORZE DELL&#8217;ORDINE E CRISI DEMOCRATICA</p>
<p>[Questo commento è apparso su Il Manifesto del 29 ottobre 2009 con il titolo L'ordine della forza]</p>
<p>La lista inizia ad allungarsi. Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per una piccola quantità di stupefacenti e morto dopo pochi giorni in circostanze oscure, con i segni di un pestaggio sul corpo, è stato seppellito lunedì. Il suo nome si aggiunge alla lista dei cittadini morti, negli ultimi anni, dopo essersi trovati a contatto con le forze dell’ordine italiane, fermati per qualche motivo o trasportati in carcere. Ricordiamo i casi documentati dai giornali: Federico Aldrovandi, 18 anni, morto quattro anni fa per soffocamento e con il corpo pieno di lividi, dopo essere stato fermato da due volanti in un vicolo di Ferrara; Riccardo Rasman, 34 anni, disabile psichico, morto per le stesse cause dopo che la polizia irrompe nella sua casa in ragione, sembra, di un paio di petardi lanciati dal terrazzo; Aldo Bianzino, falegname pacifista residente presso Perugia, arrestato per il possesso di qualche pianta di marijuana e morto misteriosamente durante la prima notte di detenzione; Giuseppe Turrisi, il senzatetto picchiato a morte, secondo le indagini, da agenti della polizia ferroviaria a Milano. Di altri casi sospetti, non abbastanza documentati, riguardanti cittadini italiani o stranieri, si sono lette notizie sporadiche. Senza contare le vicende molto discusse, maturate in circostanze diverse ma non per questo meno inquietanti, di Carlo Giuliani e del tifoso Gabriele Sandri.</p>
<p><span id="more-859"></span></p>
<p>Alcuni erano ragazzi. Alcuni avevano forse commesso uno sbaglio. Questo non giustifica la fine che hanno fatto né la fatica assurda, disumana, affrontata da famiglie e amici per ottenere la verità. L’opinione pubblica è rimasta spesso indifferente. Morti del genere provocano disagio. La gente preferisce distogliere gli occhi: troppo imbarazzante ammettere che le persone pagate per difenderci finiscano talvolta, magari, per massacrare i nostri figli o i nostri amici.</p>
<p>Non si tratta qui di mettere in discussione il ruolo delle forze dell’ordine. Tutti conosciamo persone degne che indossano la divisa, uomini e donne che svolgono un lavoro non facile. Abbiamo visto molti di loro manifestare, proprio in questi giorni, per il giusto riconoscimento della loro dignità professionale. Ma neppure possiamo ridurre il problema della violenza, come spesso si tenta, alla retorica minimizzante delle ‘poche mele marce’. In primo luogo, inizia a nascere il sospetto che non siano poi così poche; in secondo luogo, viene da chiedersi in quale clima, in quale speranza di impunità, in quale cultura politica queste mele marciscano.</p>
<p>Sappiamo che la degenerazione democratica di un paese non è una cosa astratta. Nasce nelle ovattate stanze del potere ma si traduce in vita concreta, ricade a cascata in mezzo a tutti noi, prende corpo nelle strade e nei rapporti tra persone. Impossibile pensare che le contraddizioni e le tensioni di un paese in crisi non si riflettano nelle sue forze dell’ordine, che della convivenza civile in quel paese dovrebbero essere garanzia. Esse sono come un rene sensibile che assorbe le scorie, tutti i veleni di un organismo in difficoltà.</p>
<p>Ogni volta che un poliziotto picchia un ragazzo fermato perché aveva qualche grammo di fumo in tasca, o magari alza il manganello su un manifestante inerme, sta creando uno strappo. La società dei diritti è uno schermo eretto a proteggerci. Ma questo schermo è sempre più a brandelli e ciò che si vede, dietro, è un vuoto spaventoso. Il famoso “fascio soft” in cui molti italiani ritengono di vivere oggi, illiberale ma non certo sanguinario, rischia di rivelarsi non così “soft” quando per ogni minimo motivo, o anche senza motivo, si rischia di incontrare il manganello di un poliziotto.</p>
<p>Ora, sono passati più di otto anni da quando vari di noi hanno assaggiato il gusto acre del gas tossico CS e sono stati inseguiti da frotte di poliziotti sovraeccitati lungo i vicoli di Genova. La macelleria genovese del 2001, madre di tutti i soprusi polizieschi, non ha mai avuto una seria rielaborazione da parte di questo paese. Eppure, a prescindere dalle opinioni politiche, ogni cittadino dovrebbe sentirsi turbato dall’idea di quegli avvenimenti. La maggior parte dei ragazzi pesantemente pestati alla Diaz o di quelli sequestrati e torturati a Bolzaneto non avevano a che fare con alcun atto di vandalismo. La violenza degli agenti fu gratuita e per questo ancora più radicale. E per chi a tutt’oggi si ostina a difendere gli agenti coinvolti, viene da pensare ci sia una sola plausibile giustificazione: il desiderio nascosto, o forse neppure nascosto, di essere stato al posto di quei poliziotti, libero di menare allegramente le mani.</p>
<p>Non pesa solo l’eredità della Legge Reale. Sembra esserci in questo paese un rinnovato desiderio di violenza. C’è chi aspetta di vedere all’opera la mano meno democratica della polizia. C’è chi giustifica le mele marce e contribuisce così al diffondersi della malattia. Ma la gente normale, quella che rifiuta la violenza, quella che desidera sentirsi rassicurata e non impaurita quando vede una divisa: questa gente, cosa può fare?</p>
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		<title>Maestro</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 06:09:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Maestro Ciccio Iozzia, ho appreso adesso che da ieri ci hai lasciato,anche se non sarà mai vero che ciò sia davvero possibile.

Un primo frammento, il tuo attraversamento tra la banda, lo recupero da un olio su tela di Francesco Lauretta, altro ragazzo come a centinaia, me copreso, a cui hai regalato almeno un frammento della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Maestro Ciccio Iozzia, ho appreso adesso che da ieri ci hai lasciato,anche se non sarà mai vero che ciò sia davvero possibile.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-853" title="ciccio-iozzia" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2009/10/ciccio-iozzia.jpg" alt="ciccio-iozzia" width="611" height="479" /></p>
<p>Un primo frammento, il tuo attraversamento tra la banda, lo recupero da un olio su tela di Francesco Lauretta, altro ragazzo come a centinaia, me copreso, a cui hai regalato almeno un frammento della tua passione per le note, per la banda, per la musica e a cui hai trasmesso un integerrimo esempio di vita. Grazie di essere stato Maestro Ciccio Iozzia, continuerai ad essere per tutti noi.</p>
<p>Saro Fronte</p>
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		<title>Turuzzu Muturinu, Non saremo noi.</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 23:46:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
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Poco fa un caro amico, da Roma, mi ha scritto una e-mail dove mi informava della morte di Turuzzu Muturinu. Io lo conoscevo con questo nome e cognome. Questa estate ci siamo incontrati spesso, più volte ci siamo abbracciati: Come stai, Ciccio?, mi diceva ridendo. Appare in uno dei miei video dal titolo Condizioni marginali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-848" title="francesco-lauretta-non-saremo-noi-olio-su-tela" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2009/10/francesco-laurettanon-saremo-noi-olio-su-tela.jpg" alt="francesco-lauretta-non-saremo-noi-olio-su-tela" width="542" height="669" /></p>
<p>Poco fa un caro amico, da Roma, mi ha scritto una e-mail dove mi informava della morte di Turuzzu Muturinu. Io lo conoscevo con questo nome e cognome. Questa estate ci siamo incontrati spesso, più volte ci siamo abbracciati: Come stai, Ciccio?, mi diceva ridendo. Appare in uno dei miei video dal titolo Condizioni marginali dove chiama, straordinariamente, a modo suo: Cattelaaaaaan!<br />
Di lui ho realizzato un quadro che recentemente ho esposto a Roma, al Vittoriano, un quadro che ho intitolato: Non saremo noi.<br />
La scorsa settimana ho scritto due parole intorno a questa opera per la documentazione di Palazzo R.I.S.O di Palermo. Questo è quanto ho scritto:</p>
<p>Titolo: Non saremo noi.</p>
<p>Una coppia improbabile, sulle prime. Poi lo sguardo disegna un uomo –Turuzzu- solo, e una giovane –Lucia- isolata. Immersi in uno spazio che assorbe, un interruttore esterno che può spegnere ogni cosa, o accendere dentro. La bandana americana era sogno. Lei, giovane, ha un telefonino ma comunica disagio, fatica d&#8217;esserci. Lui una sigaretta in mano osserva, noi, voi, distante. Storie di ordinario fallimento: Non saremo noi, protagonisti di vita; Non saremo noi, come voi. Un volo poi, più in là&#8230;</p>
<p><span id="more-847"></span></p>
<p>Ho voluto un gran bene a questo grande uomo.<br />
Nel quadro ci osserva, distante:</p>
<p>1<br />
Voi siete tutti</p>
<p>meno uno, è vero.</p>
<p>ma non c&#8217;è sottrazione. Il conto<br />
non torna mai. Quell&#8217;uno<br />
non a voi,<br />
a se stesso si toglie.<br />
cala ogni giorno, si azzera. Ogni cosa<br />
resta com&#8217;era.</p>
<p>La grandezza che siete<br />
non lo comprende.</p>
<p>L&#8217;intero a cui manca<br />
gli sta di fronte.</p>
<p>2<br />
Rogne, scrupoli. Muri<br />
da tutte le parti, muri.</p>
<p>Ormai soltanto la vergogna<br />
mi tiene in piedi. e la paura.</p>
<p>Mi manca il tempo.<br />
Mi mancano tre denti.</p>
<p>Vado meglio, così?<br />
Siete contenti?</p>
<p>3<br />
Voi: figlio prediletto<br />
di Dio.</p>
<p>Io: vostra lontananza,<br />
vostro difetto.</p>
<p>Tre poesie dalla raccolta Voi, di Umberto Fiori.</p>
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