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	<title>Spaccaforno.it &#187; calacausi e simenta</title>
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	<description>Blog su Ispica già Spaccaforno</description>
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		<title>papi e letizia</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 16:50:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-789" title="papi-e-letiziai" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2009/05/papi-e-letiziai.jpg" alt="papi-e-letiziai" width="600" height="350" /></p>
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		<title>la pasqua, Spaccaforno e il terremoto mai avvenuto</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Apr 2009 08:09:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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		<description><![CDATA[Ore 08.00 adesso, sento i colpi di mortaio che annunciano il giorno di Pasqua. Risuonano di severità cupa e mi sembra rintronino ancor di più sotto lo spesso strato di nuvole che stamani copre densamente il cielo grigio. Sono giorni un po&#8217; così, con un senso di appartenenza a quel lutto collettivo che il sisma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ore 08.00 adesso, sento i colpi di mortaio che annunciano il giorno di Pasqua.<br />
Risuonano di severità cupa e mi sembra rintronino ancor di più sotto lo spesso strato di nuvole che stamani copre densamente il cielo grigio.</p>
<p><a href="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2009/04/incontro-resuscitato-ispica1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-710" title="incontro-resuscitato-ispica1" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2009/04/incontro-resuscitato-ispica1.jpg" alt="incontro-resuscitato-ispica1" width="600" height="400" /></a></p>
<p>Sono giorni un po&#8217; così, con un senso di appartenenza a quel lutto collettivo che il sisma di L&#8217;Aquila ha scardinato. Siamo un po&#8217; tutti frastornati ma, credo, determinati nella speranza che vi sia una resurrezione per i sopravvissuti a quelle macerie.</p>
<p>La radio sta scandendo l&#8217;ennesima conta: quella dei morti. Tra un po&#8217; dirà di quella delle macerie, e seguirà quell&#8217;altra sugli impegni.  D&#8217;altronde, anche durante la processione del Giovedì e Venerdì Santo, cogliendo frammenti sparsi di conversazione, spesso gli argomenti sulla bocca delle persone sono stati quelli sull&#8217;attualità del terremoto ed il dolore della gente abruzzese.</p>
<p><span id="more-708"></span></p>
<p>Oggi è il giorno di festa per la Resurrezione di Cristo, giorno in cui intraprendere o ripetere un gesto di contribuzione alle varie collette organizzate, dai quotidiani, dagli enti preposti, dalla società civile e da quella religiosa.</p>
<p>Oggi è il giorno in cui ciascuno di noi dovrebbe prendere anche un impegno per domani: quello di di pretendere la certosina rendicontazione su quanto verrà speso, per realizzare cosa, con tutti i passaggi intermedi, precisi sulle indicazioni su tutte le aziende partecipanti.<br />
<strong><br />
Mi piacerebbe che nascesse un sito nel web costantemente aggiornato, dove fosse possibile controllare con trasparenza tutte le spese e le realizzazioni.</strong></p>
<p>Nel 1823 la domenica di Pasqua fu il 30 marzo.</p>
<p>Alcuni giorni prima era nata a Spaccaforno la prima  setta affiliata alla Carboneria. (Vi ho già raccontato qualcosa in proposito quando da ispicese mi sentii scippato del ricordo dell&#8217;Albero del Sospiro.) Poco dopo vi furno delle indagini che si conclusero con una sentenza di condanna dopo due anni. I presunti Carbonari si fecero qualche mese di carcere sull&#8217;Isola di Ponza e non scontarono i sette anni previsti come pena visto che, puntuale, giunse l&#8217;Amministia.</p>
<p>Se Voi foste l&#8217;ex magistrato, ora politico, Antonio Di Pietro, immagino che vi verrebbe voglia di chiedermi &#8220;Che ci azzecca?  Che ci azzecca la Pasqua, con la Carboneria e soprattutto con il Terremoto?&#8221;</p>
<p>Mi piacerebbe anche rispondervi esaustivamente, ma finirei per raccontarvi una storia lunga e oggi non mi sembra il caso di tediarvi con prolissità.</p>
<p>Quello che mi sembra importante farvi sapere è che nel 1825 a Spaccaforno si arrivò persino ad inventare un terremoto. Immagino che fu fatto soltanto per poterci speculare sopra.</p>
<p>Fu scritto in atti pubblici che un terremoto nel 1809 colpì la chiesa di Santa Maria , sopratutto &#8220;<em>nel cappellone sopra l&#8217;altare maggiore, </em>dove <em>si osservano due notabili fissure</em>&#8220;, ma quel mi pare sia stato certificato, invece, in quel documento è che insieme al terremoto vi fu un fulmine che entrato in chiesa ha <em>&#8220;portato via bastante quantità d&#8217;oro di zecchino di cui&#8221; </em>Santa Maria Maggiore<em> &#8220;trovasi fregiata&#8221;.</em></p>
<p><em>buona pasqua<br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>C&#8217;era una volta il calcio giovanile a Spaccaforno</title>
		<link>http://www.spaccaforno.it/archivio/619/cera-una-volta-il-calcio-giovanile-a-spaccaforno/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2008 04:40:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>autore ospite</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>
		<category><![CDATA[maccia o suspiru]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nicola Pascale Stavo guardando dei comunicati ufficiali dell&#8217;organismo che nominava i dirigenti del calcio provinciale nel 1930, quando ho trovato la nomina del Commissario che gestiva il Comitato U.L.I.C. (vedi questa pagina su Wikipedia che sto compilando io: http://it.wikipedia.org/wiki/ULIC) Comunicato Ufficiale n. 4 dell&#8217;8/10/1930 del C.C.D. dell&#8217;U.L.I.C.: Si comunicano le nomine dei dirigenti dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><em>di<br />
Nicola Pascale</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Stavo guardando dei comunicati ufficiali dell&#8217;organismo che nominava i dirigenti del calcio provinciale nel 1930, quando ho trovato la nomina del Commissario che gestiva il Comitato U.L.I.C. (vedi questa pagina su Wikipedia che sto compilando io: <a class="moz-txt-link-freetext" href="http://it.wikipedia.org/wiki/ULIC">http://it.wikipedia.org/wiki/ULIC</a>)</p>
<p style="text-align: center; padding-left: 30px;"><img class="aligncenter size-full wp-image-620" title="calciofigurine" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2008/09/calciofigurine.jpg" alt="" width="131" height="185" /></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Comunicato Ufficiale n. 4 dell&#8217;8/10/1930 del C.C.D. dell&#8217;U.L.I.C.: Si<br />
comunicano le nomine dei dirigenti dei sottonominati Comitati fatte dall&#8217;on.<br />
Presidenza della F.I.G.C.:<br />
Spaccaforno: Giuseppe Montisanti, Commissario Straordinario. Recapito: Giuseppe<br />
Montisanti.</em></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Essendo io figlio di pugliesi e trapiantato al nordo e pur sapendo leggere e<br />
scrivere (purtroppo) ignorante di dove fosse Spaccaforno, mi sono preso il più<br />
vecchio Annuario del Touring che ho in (chiamiamola biblioteca) libreria e con<br />
grande sorpresa ho trovato: (1913) Spaccaforno (Siracusa 57) dove<br />
57=chilometri.</em></p>
<p><span id="more-619"></span></p>
<p style="padding-left: 30px;"><em>Non contento ho preso anche quello del 1938 perché sulla cartina del Touring<br />
non riuscivo a capire dove fosse allora Spaccaforno. Ho capito che era dopo<br />
Pachino (km.51) ma ancora non riuscivo a trovare dove c&#8230; fosse. Poi un lampo<br />
di genio. Con google si trovo di sicuro. Ho trovato il Vostro sito e la<br />
risposta: Ispica.</em></p>
<p><a href="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2008/09/littoriale_1930-spaccaforno-copia.jpg"><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-630" title="littoriale_1930-spaccaforno-copia" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2008/09/littoriale_1930-spaccaforno-copia-90x90.jpg" alt="" width="90" height="90" /></a> Lo potete trovare citato anche sul comunicato n. 20 del Direttorio Regionale Siculo (stagione 1930-31).</p>
<p>Sapevate qualcosa a riguardo anche se sono passati soltanto &#8230;. 78 anni.<br />
Cordiali saluti</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Calma è gesso, Montalbano. Sulle tracce de La pista di sabbia</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 12:27:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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		<description><![CDATA[  Calma e gesso, Montalbano! Ho letto i primi tre capitoli del libro La pista di sabbia di Andrea Camilleri, stinnicchiato sulla spiaggia in una mattinata di due settimane fa. Poi, nei giorni seguenti, non c&#8217;è stato verso di riprenderlo in mano per continuare la lettura dell&#8217;indagine del Commissario Montalbano, fino a ieri che, nuovamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><img src="http://farm1.static.flickr.com/35/120735182_9efdd24a91.jpg?v=0" border="1" alt="" width="500" height="374" /></p>
<p align="center"> </p>
<p align="justify">Calma e gesso, Montalbano!</p>
<p align="justify">Ho letto i primi tre capitoli del libro <em>La pista di sabbia</em> di Andrea Camilleri, stinnicchiato sulla spiaggia in una mattinata di due settimane fa. Poi, nei giorni seguenti, non c&#8217;è stato verso di riprenderlo in mano per continuare la lettura dell&#8217;indagine del Commissario Montalbano, fino a ieri che, nuovamente spaparanzato sotto al sole e sopra la sabbia, con la testa infilata sotto all&#8217;ombrellone e di tanto in tanto ammollata in acqua per una nuotata rinfrescante visto che ieri il sole infuocava facendo a pieno il suo dovere, ho potuto riprendere la lettura.<br />
Certo che integrale integrale la concentrazione non deve essere stata. Vi confesso che spesso l&#8217;occhio mi scappava per controllare mia figlia che giocava con le amichette di spiaggia, ora ammollate in mare ora indaffarate nella costruzione del castello di rena sul bagnasciuga. Beata fanciullezza con i giochi puri di principesse e castelli. Adesso, sarei disonesto se non vi dicessi anche che, in mezzo all&#8217;indaffaramento generale da padre, di tanto in tanto, dietro ai vetri degli occhiali da sole,  sono stato -altrettanto &#8211; richiamato da qualche petalo in fiore che generosamente spandeva armonia del creato, vuoi per le minne, che per il fondoschiena o per le cosce di gioconda fattura. <span id="more-608"></span>Tra leggere, guardare e sfogliare, per ripigliare il rigo, mi sono ritrovato a sera, in casa, e prima di uscire per la cena prevista fuori con amici, ho finito la lettura del romanzo.<br />
Anche stavolta, come ogni altra volta con i libri di Camilleri, mi è capitato di non vedere l&#8217;ora di arrivare alla fine, e quindi il romanzo me lo sono portato appresso insieme al pacchetto di sigarette e l&#8217;accendino, dalla tazza all&#8217;amaca, dall&#8217;amaca alla sdraio, dalla sdraio a sotto la maccia di carrubo (per passare inosservato a chi mi avrebbe ricordato che ero ancora in costume, quando invece avrei dovuto già essere pronto per uscire) il tempo necessario alla lettura degli ultimi due capitoli.<br />
Erano due anni che non prendevo in mano un&#8217;indagine del commissario Montalbano, <em>La pista di sabbia</em> credo sia uscito in prima edizione lo scorso anno nei tipi di Sellerio. Io l&#8217;ho acquistato questa estate nell&#8217;edicola al mare e la versione che ho letto è nell&#8217;edizione Noir Italiano di Repubblica-L&#8217;espresso.<br />
Non che la serialità delle indagini di Montalbano mi abbiano stancato, è che ho letto altro nell&#8217;ultimo anno e ho trascurato ciò che sapevo di poter trascurare proprio per l&#8217;affetto che nutro per il personaggio di Camilleri. <!--more-->Considero Salvo Montalbano un amico, e da vero amico so che non si sarebbe incazzato, né mi farebbe sceneggiate per la mia lunga latitanza dall&#8217;interessarmi alle sue indagini. Quando rincontri un amico vero sai che puoi parlarci come fosse stato il giorno precedente l&#8217;ultimo nel quale vi eravate visti, anche se nel frattempo sono trascorsi anni, e così è stato soprattutto ieri con Montalbano e la sua inchiesta.<br />
Durante la lettura del romanzo ho percepito come l&#8217;amico Montalbano stia &#8220;invecchiando&#8221; e mi è presa una botta di nervoso quando ho letto le parole del dottor Pasquano che rivolgendosi a lui dice: <em>&#8220;Montalbano, questo è signo evidente di vicchiaia. Il segno che le so cellule cerebrali si sfaldano sempre cchiù velocemente. Il primo sintomo è la perdita di memoria, lo sa? Per esempio, non le è ancora capitato di fare una cosa e un attimo dopo scordarsi d&#8217;averla fatta?&#8221;</em><br />
Sarà che questo sintomo io ce l&#8217;ho da un po&#8217;, sarà quindi solidarietà interessata la mia nei confronti di Montalbano. Ma la raggia mi ha preso vero e poco mi è servito sapere che il dottore Pasquano si diverte a coglioniare il Commissario, per un gioco di reciproci ironici punzecchiamenti che sono costanti nel loro rapporto di collaborazione durante le indagini.</p>
<p>Stanotte, saranno state le tre o le quattro, mi sono svegliato pensando ai pezzi di memoria che possono sfuggire, al romanzo, e a come Camilleri abbia costruito tutto il romanzo intorno ad un vuoto di memoria di Salvo Montalbano. Lo so che se c&#8217;è una persona al mondo, una sola persona al mondo che può permettersi di pigliare per il culo all&#8217;amico Salvo è proprio il suo creatore cioè Maestro Andrea Camilleri. Sono certo che Montalbano gli perdonerebbe tutto e non solo perché se non fosse stato per lo scrittore, quindi per il suo assoluto creatore, Salvo non sarebbe nemmeno nei testicoli di suo padre, né tantomento in un tratto di penna su carta, e di sicuro non sarebbe diventato il commissario più amato da milioni di lettori non soltanto italiani.<br />
C&#8217;era caldo stanotte, con l&#8217;umidità nell&#8217;aria che mi faceva sudare appena appena sul collo.<br />
Mi sono alzato per bere un bicchiere d&#8217;acqua fresca e sempre senza accendere la luce, sono uscito dalla penombra della casa.<br />
Ho preso il libro in mano e mi sono steso sulla sdraio, sotto le stelle e mentalmente ho ripercorso quanto ricordavo del libro, dell&#8217;indagine, dei protagonisti, ma soprattutto mi sono rigirato in mente il busillis su cui si regge tutta la storia. Alla fine, non so quanto tempo è trascorso, di sicuro nel mente ho fumato due sigarette e sorseggiato un latte di mandorla freddo, poi ho posato il libro e me ne sono tornato tranquillamente a dormire.<br />
Mi sono risvegliato poco fa, non ho controllato il testo nel libro e mi piace pensare che il mio amico Salvo Montalbano non deve preoccuparsi per la vecchiaia incipiente: tutte minchiate sono. Il Commissario non si è dimenticato nulla dell&#8217;indagine e di quanto accaduto, per questo può tranquillamente dire, secondo me, al dottor Pasquano che non gli rompesse i cabasisi con la storia delle dimenticanze.<br />
Il vastasi vero in tutta questa faccenda del dimenticarsi i pezzi per strada, per come la ricordato stanotte, senza rileggere tutto il libro che ho sbirciando a saltelli nei passaggi interessati soltanto adesso, è Andrea Camilleri che nello scrivere, parlando in terza persona da Autore del libro, nel primo capitolo non scrive che Salvo si mette in tasca un ferro di cavallo. Il ferro di cavallo sarà la prova definitiva che porterà alla risoluzione del caso.<br />
Camilleri non soltanto non descrive quell&#8217;azione, ma non la fa compiere da Montalbano, anzi per come è scritto nel libro, nel primo capitolo, quel ferro rimane attaccato al cavallo per via di un solo chiodo mezzo sfilato e dimostratemi il contrario se sto dicendo una cavolata.<br />
Il ferro di cavallo riappare nel diciassettesimo capitolo, quando Adelina, la governante di Salvo Montalbano glielo restituisce, visto che in tintoria si sono accorti che il commissario lo aveva dimenticato nella tasca dei pantaloni.<br />
Penso a come è un ferro di cavallo (per chi non ne avesse mai visti di veri indico che la lunghezza in media è di circa tredici centimetri per una larghezza di undici) un bel mattoncino di ferro che qualora messo in tasca si sarebbe notato per la sua consistenza, oltre che per il peso stesso. Questo oggetto diventa la causa di ripetuti intrufolamenti di estranei nella casa del Commissario, con tanto di armadi e stanze buttate sottosopra che sono un vero è proprio affronto per la professione di Salvo Montalbano, e determinano anche un omicidio.<br />
La ricerca di quel ferro sta anche alla base di una telefonata che fa beccare anche l&#8217;appellativo di &#8220;Stronzo&#8221; a Montalbano, da parte di un anonimo minacciatore che intima al Commissario di &#8220;fare quello che deve fare&#8221;.<br />
Montalbano non sapendo che cosa deve fare &#8211; non immaginando lontanamente che quel &#8220;vastasi&#8221; di Camilleri gli ha infilato in tasca un ferro mentre nessuno lo vedeva, né le persone, né i personaggi, né i lettori assolati come me, non sa che pesci pigliare e ripiglia una vecchi indagine, incrocia probabilità, va sbattendo mura mura senza arrinesciri a capire che cavolo vogliono da lui quelli che vorrebbero incendiargli la casa.<br />
Nel diciassettesimo capitolo, fresco come un quarto di pollo, se ne esce fuori, dal cilindro al posto del coniglio, la storia del ferro di cavallo che il commissario avrebbe dimenticato dentro ai pantaloni. Questa volta, nel romanzo, a dirlo è Montalbano che ricostruisce quando accadde quel giorno del fattaccio e ricorda di aver staccato il ferro di cavallo, di esserselo messo in tasca e di essersi tolto i pantaloni e messi tra i panni da lavare.<br />
E, questa è una &#8220;furfanteria&#8221; di Camilleri che frega Montalbano i personaggi, ed è stata il busillis nel busillis di stanotte per me che incredulo dicevo: passi per un pizzino di carta, per una pendrive che può finire in lavatrice come un biglietto da cinquanta euro o un accendino, ma che togliendosi i pantaloni, Montalbano, non si sia accorto di quel vastasi di Camilleri che gli ha nascosto in sacchetta il ferro di cavallo. Mi pare una fregatura bella,  bona ed esagerata. Quel ferro in sacchetta non poteva essere come una piuma, non so se mi sto capendo? una piuma che sfugge a chi si toglie i pantaloni, a chi li porta in tintoria e grazie a dio non sfugge a chi li ha lavati, altrimenti il romanzo finiva in un quarantotto senza ritorno.<br />
Mi rimane in mente un movente inutile, cioè: le minacce ha Montalbano, che lo invogliano ad arrovellarsi sul fare quello che dovrebbe, e che poverino non capisce.<br />
Alla luce di come il romanzo finisce, con la comparsa del ferro di cavallo, mi chiedo: ma che minchia doveva fare Salvo con quel ferro? Le minacce a Montalbano sono servite a Camilleri per raccontare e ricomporre i pezzi. Ma il movente minacce mi pare debole assai, perché da quella domanda all&#8217;eventuale ritrovamento del ferro ci sarebbe stata la chiusura delle indagini molto prima che Camilleri incastonasse duecento divertenti, appassionanti, intriganti pagine di sapiente letteratura.<br />
La mia lettura del libro è assolata e cosparsa di sabbia, con tracce che si perdono tra i giochi di ragazzini e le tette al vento delle madri, mi perdonerete la svista di qualcosa di importante che è nel libro, nel caso mi sia sfuggita.<br />
Nel caso vuol dire che dovrò fare memoria delle parole del dottor Pasquano e non mi rimarrà altro che consolarmi davanti ad un buon bicchiere di vino, insieme ad un amico che è stato ingiustamente accusato di scordarsi le cose. Sono certo che Salvo un bicchiere con un simil demente come me se lo farebbe, nel dovuto silenzio davanti ad una seppia alla brace servita su un letto di lattuga e limone.<br />
P.s. confesso: in fine, ho amato Rachele.<br />
Grazie Camilleri.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scacciapensieri</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2008 11:59:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore : © Saro Fronte &#8230;&#8221;Spero che si svegli prima lui e non o Vulcano. Io ci vivo a Napoli. Questa città la sento mia anche se non ci sono nato né cresciuto. Ma gli amministratori fanno schifo quelli che governano e quelli che governano dall’opposizione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center"><img width="523" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2008/02/antiquariato1.jpg" alt="antiquariato1.jpg" height="348" /></p>
<p style="text-align: center">&nbsp;</p>
<p style="text-align: center"><em>Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore : © Saro Fronte</em></p>
<p>&#8230;&#8221;Spero che si svegli prima lui e non<em> o Vulcano</em>. Io ci vivo a Napoli. Questa città la sento mia anche se non ci sono nato né cresciuto. Ma gli amministratori fanno schifo quelli che governano e quelli che governano dall’opposizione. A Napoli governano tutti, per questo le cose vanno sempre peggio” considerò Eduardo.<br />
“Già. Speriamo che si sveglino i politici. Spero che tornino a fare gli interessi di tutti.”<br />
“Basterebbe che non facessero soltanto i propri.” &#8230;<br />
<span id="more-596"></span></p>
<h3 align="center">SCACCIAPENSIERI</h3>
<h3 align="center">racconto</h3>
<p style="text-align: center">&nbsp;</p>
<p>Davanti al negozio c&#8217;erano due cartelli affissi accanto alla vetrina, sul muro annerito dagli anni e dallo smog.<br />
Quello in alto era un avviso che Pamela non si stupì di trovarci, scritto a mano con pennarello verde su un cartoncino bianco: &#8211; Cercasi Commessa-. In fondo lei si trovava lì davanti proprio per il motivo indicato in quella scritta.<br />
L&#8217;altro cartello, un po&#8217; più piccolo del primo era invece plastificato, di colore arancione con i caratteri prestampati: -Vendesi- .<br />
Sotto era stato aggiunto, al tratto corsivo, qualcosa di illeggibile, ed il numero di un cellulare che lei, invece, riconobbe: era lo stesso numero di telefono che aveva composto anche lei quel mattino, dopo averlo scovato, grazie agli occhiali inforcati sulla punta del naso, tra le righe fitte fitte degli annunci gratuiti nella rivista <em>Bric a Brac</em>.<br />
Pamela quel mattino aveva fatto molti tentativi per sondare la possibilità che un primo lavoro per lei ci fosse. Soltanto chi le aveva risposto da quel numero di cellulare, fissandole un appuntamento in quello stesso pomeriggio per un colloquio, le aveva dato un piccolo barlume di speranza.<br />
Dinanzi al cartello con la scritta -Vendesi- l&#8217;entusiasmo si smorzò come un tradimento in agguato e si diede della sciocca.<br />
Ripensò alle speranze che aveva nutrito sin da quando, dopo la doccia, aveva passato la piastra per lisciare i capelli biondo cenere, quando il suo pensiero si era rivolto al cosa avrebbe indossato. Aveva scelto la gonna color smeraldo che lasciava scoperte le caviglie a partire da sopra al ginocchio. Non aveva indugiato per la trasparenza dei <em>Venti Den</em> nel naturale color carne delle calze. Sicurissima per le scarpe, con il tacco da otto centimetri che l&#8217;avrebbero slanciata oltre il metro e settanta. Indecisa sul maglioncino, aveva risolto per quello color tabacco, quello che avrebbe evidenziato il seno ben modellato dal reggiseno a balconcino. E sopra, il trench, quello sagomato color latte e miele, con la cintura da annodare stretta in vita.<br />
Con le idee chiare si era truccata, scegliendo sfumature luminose, e con lo stesso entusiasmo si era vestita, aggiungendo la sciarpa ed il cappello in lana nocciola. Poi, era uscita di casa e trasportata dalla speranza si era abbandonata nel reinterpretare le piccole espressioni facciali, davanti allo specchietto tondo che portava ovunque con sé dentro la borsa cuoio di <em>Carpisa</em>, mentre era seduta nel treno della circumvesuviana che dal quartiere di Barra la conduceva fino a Portici. Neanche lo zigzagare sul marciapiede, evitando i cumuli di immondizia che costellavano il percorso per arrivare a piedi in via Dalbono dove si trovava il negozio, le aveva modificato l&#8217;umore.<br />
Come gli altri partenopei Pamela si era abituata alla puzza, non avvertendola più sin dai primi giorni del disagio. Dalle immagini che Pamela aveva visto in televisione, l&#8217;olezzo doveva essere lo stesso che respiravano tutti gli abitanti delle città abbarbicate e distese a cingere il Vesuvio. &#8220;Ci avrebbe pensato il gigante della montagna a sterilizzare tutto il circondario con un&#8217;esplosione da incazzatura che avrebbe sepolto tutto e tutti&#8221; la frase le era rimasta in mente, evocata da uno speaker della Radio Napoli Centrale. Quel che appariva certo era che non esistevano più quartieri senza immondizia disseminata lungo le strade. E a nulla era servito ripulire le vie del centro storico, quando si era paventata la possibilità che il Presidente della Repubblica potesse arrivare, per un soggiorno in quella che era anche la sua città natale. Non era bastato nascondere agli occhi le tonnellate di spazzatura: il fetore era rimasto a galleggiare sospeso nell&#8217;aria, come un brutto presagio che ipotecava il futuro della città.<br />
Un brutto presagio, come quel cartello che recitava -Vendesi- .<br />
Non era il momento di cincischiare sull&#8217;eventuale precarietà che potesse derivare da quel lavoro che avrebbe voluto ottenere. &#8220;<em>A trovarlo un lavoro</em>&#8221; ripeté mentalmente, pensando che stava per affrontare il colloquio per la conquista della prima occupazione. Pamela aveva indugiato guardando il riflesso che la vetrina le restituiva: una donna ancora piacente. Non aveva mai dovuto lavorare e anche adesso avrebbe potuto continuare a starsene a casa. Ma, la sua casa era tropo silenziosa da quando anche Diego era andato via. Armando, suo marito, l&#8217;aveva lasciata vedova da tre anni. Lei non aveva grossi pensieri sul come tirare a campare o su come mantenere gli studi di Diego. Infondo, era una privilegiata con quell&#8217;appartamento di proprietà ed il mutuo già estinto, con la reversibilità della pensione che le era stata riconosciuta, e di cui beneficiava, avendone suo marito maturato il diritto, prima di spiaccicarsi mentre stava conducendo il pullman nell&#8217;autorimessa. Sulla stessa strada che per ventotto anni aveva percorso per conto dell&#8217;Azienda Napoletana per il Trasporto. Anche se non poteva definirsi agiata, Pamela non aveva grossi problemi economici. Un lavoro per lei significava evadere dalle mura, dalle cognate sfinenti, dalle sorelle premurose che un marito a casa l&#8217;avevano ancora.<br />
Pamela aveva bisogno di tornare ad incontrare la gente, le persone, fatte di carne, ossa, fiati, emozioni . Non le bastava più stare chiusa nel suo piccolo mondo quotidiano, scosso soltanto da quei pochi incontri di parole, dove all&#8217;emozione seguivano le bugie, ai sentimenti la falsità dei rapporti, che aveva scoperto attraverso le fessure degli scuri del monitor del computer. Pamela non voleva soltanto parole, neanche quelle che viaggiavano roboanti e veloci, che finivano per sembrarle come i motorini truccati quando sfrecciavano in strada facendo un gran fracasso. Lei desiderava tornare alla passione, quella da leccare insieme al sudore. Bere a gargarozzo l&#8217;umore e la vita. Non era stato semplice decidere come e cosa fare, per tornare nel mondo. Sapeva badare alla casa, alle persone, ma non era il lavoro da cercare quello del fare splendere la casa degli altri. Si era chiesta se ce l&#8217;avrebbe fatta senza un curriculum e nessuna raccomandazione.<br />
Pamela aveva avuto poco da scegliere tra gli annunci del giornale, e scartando scartando, da ipotesi in ipotesi, era finita per leggere e dare più importanza ai trafiletti meno accattivanti, convinta che qualcosa di positivo le sarebbe capitato.<br />
Qualcosa di positivo le era capitato quelle volte che il suo desiderio le aveva acceso il sorriso per una cometa inattesa. La vita era stata generosa di possibilità, quando anche lei le sorrideva: quando aveva conosciuto Armando, quando l&#8217;aveva sposato, quando era nato Diego, quando a Capri aveva incrociato quegli occhi da indiano e l&#8217;idea folle di farsi rapire per una notte da quell&#8217;uomo si era realizzata. E che nella vita non bastano soltanto i desideri, sapeva anche questo, ed infatti si era vestita nel modo che la rendesse totalmente a proprio agio per quell&#8217;appuntamento. Sapeva che ripartire voleva dire soprattutto muovere i primi passi, superando le difficoltà, poi i piedi avrebbero trovato da soli la via positiva. La puzza di Napoli quel giorno non la sfiorava, pensando all&#8217;uomo che le aveva risposto nella telefonata mattutina.<br />
Le aveva fatto una buona impressione già dalla voce senza una particolare inflessione dialettale, e soprattutto perché questi non le aveva rivolto le domande sulle quali si erano infranti i sogni nelle altre telefonate del mattino. Quando, dopo aver detto o lasciato intendere la sua età, dall&#8217;altro lato, nella voce sentiva il gelo del disinteresse spandersi.<br />
Il signor Brazzicone si era limitato a confermare di aver messo l&#8217;annuncio sul <em>Bric a Brac</em> e le aveva comunicato che l&#8217;attendeva per le ore quattro e mezza, orario di apertura pomeridiana dell&#8217;attività -<em>Chi cerca trova-</em>.<br />
La vetrata era spoglia, un intero pannello in mogano con un portellino che sembrava una finestrella dalla quale i detenuti affacciano gli occhi per i glaciali corridoi del carcere. Sul legno in faggio chiaro c&#8217;era intarsiata la scritta <em>Chi cerca trova</em>. Lo stesso nome era ripetuto in inglese, francese, spagnolo e probabilmente cinese, se gli ideogrammi non erano quelli della traccia giapponese.<br />
Pamela provò a spingere la porta dell&#8217;ingresso, poi provò a tirarla a sé, ma in entrambi i casi la porta non si mosse. Guardò l&#8217;ora.<br />
Era arrivata con cinque minuti di ritardo, ma evidentemente un largo anticipo, pensò, se il negozio era ancora chiuso.<br />
Le automobili scorrevano caotiche come sempre, gli scooter sfrecciavano silenziosi, i motorini sempre più sgarrupati con le marmitte che monopolizzavano il rimbombo nei timpani. Le persone camminavano affaccendate. Impressionante il numero di quelli che parlavano al cellulare. Pamela, dopo un colpo d&#8217;occhio, si disse che circa la metà lo stava facendo.<br />
Prese il suo telefono dalla borsa e compose il numero di telefono del signor Brazzicone: sarebbe stato un passo avanti quel presentarsi &#8220;puntuale&#8221; con la telefonata all&#8217;uomo che sperava sarebbe diventato il suo datore di lavoro. Gli squilli andarono a vuoto, mentre Pamela si accorgeva, dal riflesso della vetrina, che non aveva indossato un orecchino. Controllò con le dita, accarezzandosi il lobo, pinzandolo tra il polpastrello del pollice e il dito indice riverso nel pugno socchiuso. Aveva spostato il cellulare sull&#8217;altro orecchio e rilanciato la chiamata. Aveva verificato che anche il riflesso dell&#8217;altro orecchio non mentiva: si era dimenticata di indossare gli orecchini.<br />
&#8220;Pronto.&#8221;<br />
&#8220;Signor Brazzicone? Sono Pamela Caiazzo. Si ricorda che avevamo un appuntamento per oggi alle quattro e mezza?&#8221;<br />
&#8220;Sì. Sì le sto aprendo&#8221; rispose l&#8217;uomo che al contempo dall&#8217;interno schiudeva la porta del negozio.<br />
&#8220;Ah, bene, sono qui davanti&#8221; aggiunse Pamela, quando già aveva di fronte a sé quello che doveva essere il proprietario dell&#8217;esercizio.<br />
&#8220;Eh già&#8221; rispose l&#8217;uomo, continuando a parlare al telefono con la donna. Pamela, nonostante fossero a meno di mezzo metro di distanza, aggiunse &#8220;Sì&#8221; non staccando il microfono del cellulare dalla bocca.<br />
Risero entrambi.<br />
Al Brazzicone scivolarono di mano le chiavi con cui aveva aperto la serratura.<br />
La Caiazzo infilò il cellulare dentro la borsa, dimenticandosi di pigiare il pulsante che avrebbe interrotto la telefonata.<br />
Brazzicone sobbalzò per il botto che raggiunse il suo timpano, causato dal cellulare che sbatté sull&#8217;involucro rigido dello specchietto che era nella borsa di Pamela.<br />
&#8220;Si è dimenticata di chiudere la chiamata&#8221; disse lui<br />
&#8220;Ops, è vero&#8221; rispose lei, ripescando il cellulare ed interrompendo quella che sarebbe stata la discesa libera dei trenta euro di credito che c&#8217;erano nella scheda telefonica.<br />
&#8220;Pamela Caiazzo.&#8221; Porgendo la mano destra disse la donna.<br />
&#8220;Eduardo Brazzicone. Mi scusi, dovevo essere io a presentarmi, ma anche ad accoglierla cinque minuti fa, all&#8217;ora del nostro appuntamento.&#8221; Bisbigliò l&#8217;uomo stringendo la mano di Pamela.<br />
&#8220;Sta scherzando, vero?&#8221;<br />
&#8220;No, non sto scherzando.&#8221; Rispose il titolare del negozio, continuando a tenere la mano in mano. Aggiunse &#8220;La vecchiaia, sa? Stavo cercando dentro e mi ero dimenticato di sbloccare la serratura della porta.&#8221; Il palmo caldo della mano di lei era piacevole da reggere.<br />
&#8220;Non si preoccupi signor Brazzicone, va tutto bene.&#8221; Rassicurò Pamela, arrossendo leggermente per quel contatto protrattosi prematuramente già abbastanza.<br />
&#8220;Sì.&#8221;<br />
Le mani si staccarono.<br />
&#8220;La prego si accomodi.&#8221;<br />
Fu lui ad invitare lei ad accomodarsi dentro al <em>Chi cerca trova</em>, lasciando libero il passaggio della porta d&#8217;ingresso. Pamela entrò, Eduardo guardò l&#8217;ora sul display del cellulare che reggeva nella mano sinistra. In una brevissima frazione di pensiero constatò che era davvero in ritardo, quando già i suoi occhi erano per Pamela che entrava dentro al negozio con una leggerezza sinuosa nell&#8217;incedere. Era rimasto a trattenere il fiato, per l&#8217;inattesa sorpresa della rivelazione dell&#8217;aspetto e dei modi di quella femmina.<br />
Nel colpo d&#8217;occhio dello stanzone che doveva essere il negozio, Pamela ebbe il dubbio d&#8217;essere entrata in un luogo sovrabbondante ma vissuto, non dando l&#8217;impressione che fosse un esercizio commerciale.<br />
La parete dei libri era stipata di enciclopedie e testi dai dorsi più disparati, nei colori, nelle dimensioni.<br />
I vari angoli ricreati, da quello con la macchina per cucire Singer la cui ghisa nera assorbiva la luce dei faretti che le puntavano addosso, ai vari telai, dove adagiati sopra c&#8217;erano pregiati drappi di corredo, all&#8217;angolo della musica con il grammofono e dischi in vinile stipati su una mensola accanto il pianoforte a coda sul quale erano adagiati diversi strumenti musicali, liuti, legni, ottoni.<br />
L&#8217;altro angolo, quello &#8220;elettronico&#8221; con oggetti di vario genere, della maggior parte dei quali le sfuggiva lo scopo, tranne che per il vecchio valvolare Telefunken che era un televisore, il flipper anni settanta d&#8217;ambientazione spaziale, ed il jukebox dalle finiture cromate.<br />
Pamela si era girata intorno, aveva incrociato gli occhi di Eduardo, ed aveva spostato il suo sguardo fino a fermarlo nella vetrina a parete, accanto all&#8217;ingresso, proprio di fianco a dove era l&#8217;uomo che aveva richiuso la porta. Pamela aveva avuto un sussulto che aveva cercato di controllare irrigidendosi leggermente in tutto il corpo. La turbava quell&#8217;uomo i cui occhi le ricordarono quelli dell&#8217;indiano da cui s&#8217;era fatta rapire una notte di parecchi anni prima a Capri.<br />
Occhi neri neri, come il buio pesto quando si fa olio, quello in grado di colare dentro ed espandersi fino a frugare lubrificando ogni anfratto dell&#8217;anima quando riverbera sul corpo la trascendenza, per quell&#8217;inatteso penetrare. Aveva abbassato lo sguardo sulle scarpe nere di lui, delle clarks scamosciate nere.<br />
Uno o due secondi non di più, e si era ripresa da quell&#8217;atteggiamento remissivo ed i suoi occhi avevano preso a salire sui pantaloni neri, sul gilet trapuntato scuro come la terra bruciata, ed aveva indugiato sul collo del lupetto di colore verde militare, prima di tornare a guardare il viso olivastro di Eduardo. Ben rasato, labbra scure ed ombrose.<br />
Pamela era tornata a sfiorare gli occhi dell&#8217;uomo con il suo sguardo ed aveva dovuto ripiegare sulla vetrina, dentro la quale c&#8217;erano decine di oggetti metallici. Quelli che riconobbe richiamavano la forma di un ferro di cavallo con una lamina sottile in mezzo. <em>&#8220;Scacciapensieri&#8221;</em> le venne in mente.<br />
&#8220;Questi non sono in vendita.&#8221; Aveva detto Eduardo, aprendo la vetrina che la donna stava osservando. &#8220;Li colleziono soltanto per me.&#8221;.<br />
&#8220;Scacciapensieri, tutti quanti?&#8221; Chiese lei.<br />
&#8220;Scacciapensieri tutti quanti.&#8221; Rispose lui.<br />
&#8220;Strano hobby per un partenopeo, collezionare questi oggetti. E&#8217; di origine siciliana?&#8221;<br />
&#8220;No. Nulla di più sbagliato, Pamela, se ritiene che questi strumenti siano legati soltanto al folclore siciliano. Gli scacciapensieri sono universali. Guardi questo, questo è nostrano.&#8221;<br />
&#8220;Campano?&#8221;<br />
&#8220;Sì, partenopeo. E&#8217; in una lega di argento e rame, del settecento. Quelli sulla mensola in basso sono tutti della tradizione sarda.&#8221;<br />
&#8220;Sono simili. E questi altri stretti e lunghi, che non hanno la forma del ferro di cavallo?&#8221;<br />
&#8220;Questi sono asiatici&#8221; glieli indicò nell&#8217;ordine &#8220;Nepalese, afgano, indiano, cinese, thailandese. Hanno forme molto diverse l&#8217;uno dall&#8217;altro, ma emettono tutti un suono molto simile. Sono strumenti antichissimi diffusi su tutto il pianeta.&#8221; aggiunse Eduardo.<br />
&#8220;Che sciocca, ed io che pensavo fosse soltanto uno strumento che accompagna le tarantelle, le mazurche. Lei balla Eduardo?&#8221; Chiese Pamela, voltandosi verso di lui.<br />
&#8220;Dipende.&#8221; Rispose l&#8217;uomo, il cui volto era a meno di trenta centimetri da quello di lei.<br />
<em>&#8220;Poison</em>&#8221; pensò, riconoscendo il profumo che lei aveva addosso. Il suo preferito da annusare su una pelle bianca e setosa come quella di Pamela.<br />
&#8220;Bene&#8221; disse lei &#8220;sono pronta per il colloquio.&#8221;.<br />
&#8220;Il colloquio&#8221; ribatté lui, aggiungendo &#8220;sì, certo. Ci accomodiamo da questa parte.&#8221;.<br />
Indicò due poltrone basse in tessuto damascato beige dai riflessi cipriati, poi l&#8217;aiutò a sfilare il trench che appese ad un attaccapanni ricavato da un nodoso legno d&#8217;ulivo e ritornò da lei. Le poltrone erano addossate l&#8217;una all&#8217;altra, dentro quel labirinto zeppo di oggetti. Pamela sedeva su un fianco e non avendo potuto accavallare le gambe aveva ritratto le caviglie, lasciando in avanscoperta le ginocchia con il risultato di ritrovarsi scoperta in buona parte delle cosce. Eduardo distese la schiena lungo la curva della poltrona, allentando anche i muscoli del collo ed era scivolato lentamente, con la testa piegata sulla spalla, fino a quando la nuca non aveva trovato il sostegno della spalliera.<br />
I loro piedi sembravano predestinati al contatto, qualora uno dei due si fosse leggermente mosso. Presero a parlare fitto fitto, con i fiati che sempre si attraevano nella luce soffusa di quell&#8217;angolo dove anche le parole presero a perdersi nel tempo e nei ricordi.<br />
Eduardo ascoltava e la lingua di Pamela sembrava sciogliersi sempre di più, fino a quando lei si imbatté nella domanda a cui lui non fu più in grado di rispondere: non l&#8217;ascoltava più, già da un po&#8217;. I loro sguardi, le loro espressioni parlavano già un&#8217;altra lingua oltre le parole. Eduardo trovò la risposta, l&#8217;unica possibile, in un gesto. Poggiò le mani sulle guance di lei, la trasse leggermente, e poggiò le labbra sulle labbra di Pamela. L&#8217;aria sapeva di buono dentro quella stanza, come le loro lingue dentro le bocche fuse con i fiati minimi d&#8217;un respiro che scorreva.<br />
Dopo un tempo persi baciandosi, ripresero ciascuno se stesso dall&#8217;altro. Ritrovandosi riflessi nelle pupille che avevano di fronte.<br />
Scivolarono. Si presero e si spersero , si ritrovarono nudi, nell&#8217;aria speziata dagli umori dei loro corpi fusi nell&#8217;abbraccio.<br />
&#8220;Sai di scacciapensieri, tu&#8221; disse Eduardo quando la voce ritornò.<br />
&#8220;Scacciapensieri&#8221; sussurrò Pamela. &#8220;Che ora sarà, adesso?&#8221; Chiese lei.<br />
&#8220;E&#8217; l&#8217;ora&#8221; rispose Eduardo, indicandole la pendola a muro.<br />
Lei guardò incredula, erano le otto della sera.<br />
&#8220;E&#8217; l&#8217;ora di chiusura, del negozio.&#8221; Considerò Eduardo.<br />
Si rivestirono.<br />
Dal retrobottega accedettero alle scale che conducevano al piano superiore, nell&#8217;appartamento di Eduardo. L&#8217;aria filtrata dalle pompe di calore, come giù nel negozio, lasciava fuori l&#8217;olezzo che invece continuava a galleggiare per le strade.<br />
Bevvero.<br />
Eduardo tagliò due fette di pastiera che entrambi presero a morsi, reggendola con il tovagliolo di carta.<br />
&#8220;Ci penserà il Presidente a fare pulire la città?&#8221; chiese Pamela.<br />
&#8220;Quello è troppo buono, come il Vesuvio fino a quando non si incazza.&#8221;<br />
&#8220;Dici che farebbe danno ad occuparsi della sua, della nostra, città?&#8221;<br />
&#8220;Spero che si svegli prima lui e non <em>o Vulcano</em>. Io ci vivo a Napoli. Questa città la sento mia anche se non ci sono nato né cresciuto. Ma gli amministratori fanno schifo quelli che governano e quelli che governano dall&#8217;opposizione. A Napoli governano tutti, per questo le cose vanno sempre peggio&#8221; considerò Eduardo.<br />
&#8220;Già. Speriamo che si sveglino i politici. Spero che tornino a fare gli interessi di tutti.&#8221;<br />
&#8220;Basterebbe che non facessero soltanto i propri.&#8221;<br />
Entrambi poggiarono i tovaglioli sul tavolo. Pamela bevve del latte freddo.<br />
&#8220;Cos&#8217;è che c&#8217;è scritto nel cartello fuori, sotto la scritta -Vendesi-?&#8221; lei chiese.<br />
&#8220;Nulla&#8221; rispose lui &#8220;soltanto uno scarabocchio per incuriosire le persone e farle venire in negozio.&#8221;.<br />
Tornarono ad abbracciarsi e lei sussurrò &#8220;Lo sai che non ci credevo?&#8221;<br />
&#8220;A cosa?&#8221; chiese Eduardo.<br />
&#8220;Al marranzano. Che tu suonassi così bene lo scacciapensieri.&#8221;<br />
Eduardo la guardò interrogativo.<br />
Lei continuò &#8220;Perché per suonarlo bisogna ritrarre la lingua per evitare di tagliarsela, vero?&#8221; disse Pamela, umettandosi l&#8217;angolo sinistro delle labbra.<br />
&#8220;Sì, vero. Quindi?&#8221; chiese Eduardo, aggrottando le sopraciglia tradite da un accenno di sorriso.<br />
&#8220;Quindi. Quindi, invece, tu la lingua non te la sei risparmiata, prima, su di me.&#8221; Rise lei.<br />
&#8220;Un altro tipo di scacciapensieri, evidentemente, che la prevede in azione.&#8221; Rise anche lui.<br />
Eduardo la strinse a se, lo stesso fece lei.<br />
Entrambi si erano trovati.</p>
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		<title>Norma nell&#8217;aria</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Oct 2007 10:36:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><em>Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte</em></p>
<p><img src="http://librarsi.comune.palermo.it/librarsi/cms/system/galleries/pics/biblioteca-comunale/principale.jpg" alt="" width="410" height="307" /></p>
<p>Era quasi l’una del mattino quando l’orchestra smise di suonare e le luci si affievolirono sul palco, restituendo il tratto di passeggiata del lungomare alla consueta luce morbida dei lampioni nella notte, e me al presente. Con Matilde eravamo usciti da casa a piedi, tre ore prima, per una passeggiata. Non avevamo alcun programma per la serata e l’aver cenato a tarda ora ci aveva spinto fuori, immediatamente dopo, prima che la fase digestiva prendesse il sopravvento, facendoci desiderare di cedere all’attrazione comoda del divano. <span id="more-579"></span><br />
Avevamo aggirato l’anfiteatro sottostante la passeggiata, perché era gremito e parecchi spettatori sostavano in piedi fino a riempire lo slargo antistante. Era arrivata tanta gente anche da altre località per assistere all’esibizione dell’Orchestra Sinfonica. Un concerto inusuale. Evitando la confusione ci eravamo spinti fino al molo vecchio, dove ci eravamo seduti facendo penzolare le gambe nel vuoto. La musica della Banda ci arrivava confusa, mischiandosi a quella che era in diffusione nell’Enoteca di Bacco, un locale poco distante. Avevamo ritmato le parole adeguandole allo sciabordio regolare delle onde, quando tra le note avevo riconosciuto l’Aria che i musicisti stavano iniziando ad eseguire &#8211; catturando la mia attenzione. Non immaginavo che avessero suonato degli arrangiamenti importanti, a dir la verità non avevo immaginato nulla di quel concerto che per me iniziava ad esistere proprio in quel momento. Chiesi a Matilde di tornare indietro, m’era presa voglia di ascoltare quella musica, o perlomeno riconobbi il sensore che si era acceso in me, sentendo quelle note, ed ebbi il desiderio di avvicinarmi alla sorgente.<br />
L’aria iniziava a muoversi rinfrescando, avevamo nuovamente raggiunto il lungomare e il brulicante chiacchiericcio mi aveva indotto ad allontanarmi immediatamente dall’adiacenza del palco. Così, eravamo finiti poco distanti, sulla panchina centrale tra quelle che stanno sotto le tre palme del fondo viale: nella zona dove il lampione ha da sempre le luci fulminate. I sedili erano insolitamente liberi, per via dell’intensità dell’illuminazione appositamente approntata per il concerto che evidentemente aveva sfrattato gli abituali occupanti della sera, ovverosia, le coppiette di ragazzini che solitamente frequentano quel tratto di lungomare. C’era davvero tanta gente a seguire il concerto, credo che i più fossero stati mossi da una semplice curiosità ben soddisfatta dall’armonia delle esecuzioni che li aveva spinti a fermarsi per tutta la durata del concerto, nonostante fosse un giovedì del mese di giugno e per molti, me compreso, ci sarebbe stato da svegliarsi presto l’indomani per andare a lavorare. Oramai sapevo perché io rimanevo lì, quella sera. Dopo un po’ Matilde, non trovandomi di grande compagnia, era voluta tornare a casa, insistendo a che io rimanessi ad ascoltare il concerto, ed era stato soltanto quando mi aveva detto &#8211; <em>Saverio, sento fresco alle spalle</em> &#8211; che mi ero reso conto del silenzio in cui per più di mezzora eravamo rimasti. Matilde doveva avermi visto immerso, e in effetti lo ero. Avrà ritenuto che non mi stessi perdendo nemmeno una nota di quel secondo atto della Norma di Bellini che l’Orchestra Sinfonica stava suonando. &#8211; <em>Sono pochi passi. Torno da sola a casa, tu rimani. Insisto</em> &#8211; aveva aggiunto lei e, baciandomi sulla guancia, si era alzata. Ancor prima che trovassi qualcosa da risponderle, si era portata il dito indice sulla punta del naso per indicarmi di restare zitto.<br />
Non era una nostra abitudine quella di rincasare separatamente quando si era usciti insieme. Era successo raramente. Qualche volta, soprattutto nei primi anni del nostro matrimonio, quando ancora gli ingranaggi della convivenza erano troppo grezzi e capitava di limarli con tenui “vaffa” o aspri silenzi, ma anche quelli oramai ce li eravamo lasciati alle spalle riuscendo a guardare al nostro futuro senza appannare il presente che i nostri due figli stavano vivendo. Mia moglie era andata via leggera come una carezza già dimenticata.<br />
Ero tornato alla mia immersione, alla musica che Matilde credeva stessi ascoltando, nuotando &#8211; invece &#8211; nel ricordo riacciuffato di due occhi da <em>Zingara</em> e un bacio rubato sulle stesse note che stavano risuonando, dopo quarant’anni e proprio mentre sedevo sulla stessa panchina di allora. Non so l’ora in cui la Banda di paese &#8211; quella volta &#8211; aveva finito il concerto, se avesse smesso prima o se suonasse ancora, mentre il primo sussulto marchiava a fuoco la mia carne sopraffatta dalla passione di un amore gitano.</p>
<p>Guardai l’ora, erano l’una e dieci minuti, mandai un bacio alla <em>Zingara</em>. Chiusi ancora gli occhi, per un indefinibile istante. Poi, accesi una sigaretta e respirai l’averla rivista.<br />
Mentre sopra al palco i tecnici smontavano i leggii , e intorno la calca di gente si scioglieva, mi alzai dalla panchina per tornare a casa.</p>
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		<title>Senza ambulanza.</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Sep 2007 19:32:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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		<description><![CDATA[Che canto con un nome così, Violeta Urmana! E&#8217; sera. Sono passato al Trianon a bere un bicchiere di birra prima. Lì c&#8217;erano Jorie e il suo compare. Nessuna ragazza fuori, i tavolini sono vuoti, spogli la sera che cambia stagione. Ancor prima ero uscito per fare un giro e mi sono perso, ho dimenticato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Che canto con un nome così, Violeta Urmana!<br />
E&#8217; sera. Sono passato al Trianon  a bere un bicchiere di birra prima. Lì c&#8217;erano Jorie e il suo compare. Nessuna ragazza fuori, i tavolini sono vuoti, spogli la sera che cambia stagione.<br />
Ancor prima ero uscito per fare un giro e mi sono perso, ho dimenticato cosa dovevo fare. Ho visto che sera. Addio Anatolia. Lanterne gialle si affacciano verso i cortili interni dei palazzi regali, qui a Torino. Volevo chiamare gli amici ma m&#8217;ero dimenticato di averli persi, dispersi e me ne sto in preghiera. A scalzare la morte, più in là, pensate che movimenti stasera sul bel mondo su altri quartieri accese le vanità mentre altrove furtivi e muti si muovono i tram come fantasmi discreti s&#8217;infiltrano su l&#8217;ombre portandosi via quelli che non sanno stare, al mondo. Queste città. Adesso, mentre la sera m&#8217;imprigiona nel mio mappamondo odo cantare Violeta, e spengo la mia lanterna, dolce. Sono rimasto giusto il tempo di bere una birra tra i braccoli del Trianon, nessun racconto da raccontare, nessuno scherzo alla fine quando viene l&#8217;Epilogo. Una volta m&#8217;impauriva il Castello e stavo in montagna come un eremita, isolato, a Premadio. Una volpe vedevo la notte sopra neve, brillava di carminio. Un Castello e pensavo che anch&#8217;io non sarei mai arrivato. E una volta salito su crollai, paurosamente su un roseto. Un poema ho formato, una resurrezione fors&#8217;anche e vedevo, e vedranno occhi a novembre, un sentore di lutto: affondai con un rametto di legno nero la neve, nomi, nomi d&#8217;altari, su le stelle brillavano gelide e distanti, irraggiungibili ed impossibili da vedere cadere. Come cambiano le stagioni, checché ne dicano i luoghi comuni!</p>
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		<title>Ottantacinque anni suonati</title>
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		<pubDate>Mon, 21 May 2007 16:43:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte “Va bene. Oggi, ti ci porto! Ma, smettila di telefonarmi ogni mezzora per ricordarmelo.”.  “Allora, non te lo scordi? … non te lo debbo ricordare più? … e perché stai zitto? … va bene. Ti aspetto alle due!” “Non alle due! Nonno! [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><em>Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte</em></p>
<p><img src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2007/05/poste.jpg" alt="poste.jpg" />“Va bene. Oggi, ti ci porto! Ma, smettila di telefonarmi ogni mezzora per ricordarmelo.”.</p>
<p> “Allora, non te lo scordi? … non te lo debbo ricordare più? … e perché stai zitto? … va bene. Ti aspetto alle due!”</p>
<p>“Non alle due! Nonno! Alle tre ti ho detto! Posso venire a prenderti alle tre. Hai capito? Aspettami alle tre.”</p>
<p>“Allora, ti telefono alle due. Così sono sicuro che alle tre sarai qui.”</p>
<p> “Fai come vuoi, nonno, ti ho già promesso che ci vediamo alle tre. E’ inutile avere fretta i negozi di elettrodomestici chiudono tardi ed abbiamo tutto il tempo che vuoi per comprare il frigorifero.”. <span id="more-553"></span></p>
<p>“No. No, chiudono presto ed oggi, alle cinque, forse viene a casa la signora Margherita, vuoi che la faccia aspettare? … Te la ricordi la signora Margherita? Dovevi vederla che fiore nel quarantatre … ”</p>
<p> “Sì, nonno. Non iniziare con la storia della signora Margherita, anche per telefono. So chi è. Lo so da quando sono nato che mi racconti di Margherita, di Maria, di Carmela e di tutte quelle che te lo hanno passato al tornio &#8211; quando ti tirava. Basta per ora, ciao.”</p>
<p> Pietro, preme il tasto rosso sul telefono cellulare, fa un respiro profondo, depone il Nokia sulla scrivania, guarda l’icona di Padre Pio appesa nella parete di fronte, chiude gli occhi e soltanto in quel momento si rende conto di ciò che ha detto e che nella stanza c’è Suor Caterina. Pietro ha finito l’università e sta svolgendo il Servizio Civile nell’unico ente presente in paese che accetta i volontari del servizio civile. Incredibile. Suor Caterina, grazie a dio, faceva finta di non aver sentito niente. Ma Pietro è certo che quella donna, furba com’è, abbia capito benissimo il significato delle frasi scambiate al telefono con il nonno. Il nonno sta diventando ogni giorno più invadente e con tutta la buona volontà, Pietro, non riesce più ad imporgli un minimo di razionalità. Quell’uomo era sempre con le valige dei pensieri più strambi in mano, pronto ad imboccare la tangente che lo portava dentro una logica tutta sua, difficilmente comprensibile. Ma come fare a discutere con lui, senza creargli dispiaceri. E poi non era proprio il caso di dargli dispiaceri, ad ottantacinque anni suonati era superfluo cercare di ricondurlo, continuamente, con i piedi per terra. Negargli la realizzazione di quanto gli passava per la testa era come dargli martellate sui “cosiddetti”. Il vecchio si sente insoddisfatto quando viene contrariato e si fa prendere dalla depressione. Pietro vuole molto bene al nonno &#8211; un bene fraterno &#8211; essendo stato, il vecchio, un grande maestro di vita per il nipote. Come non ricordare anche che il nonno aveva insegnato, a Pietro, a rollare canne perfette. Quante ne aveva preparate di canne, quando ancora Pietro non ci riusciva. Pietro, con la scusa che ci risparmiava costruendo le sigarette, aveva convinto il vecchio a tramandargli l’antica tecnica per la costruzione di sigarette. Come dimenticarsi delle risate e delle discussioni fatte insieme. Anche se il nonno non fumava direttamente le canne, spesso, passando interi pomeriggi insieme al nipote nella cameretta intasata dal fumo anch’egli partiva di sballo. Ogni tanto bisognava assecondare le stramberie da vecchiaia del nonno e farlo svagare, portandolo in giro.</p>
<p>Beep Beep &#8211; SmS in arrivo &#8211; “vieni alle 2 e mezza”. Pure gli SmS aveva scoperto. Consumato è Petro. Tre in punto. Il nonno sale in macchina. Vestito cammello, cravatta marrone, scarpa lucidissima, stessi Ray-ban &#8211; da vent’anni ed un sorriso sparato sopra la bianchissima dentiera.</p>
<p> “Andiamo Pietro. E ché caspita! Non ci provare a sparare minchiate che, il tornio me lo faccio fare ancora. Ho scoperto certe pilloline azzurre, che se viene oggi Margherita la sentiranno cantare fino alla Scala di Milano”.</p>
<p>“Nonno, ma chi te lo da il Viagra? Non devi usarlo. Hai il cuore debole”</p>
<p>“Il cuore debole è la minchia dura e se muoio ficcando, un regalo del Padreterno è. Ma, io non muoio, adiamo alla Posta”.</p>
<p>“devi prelevare di nuovo? L’altro ieri hai preso i seicento euro della pensione”</p>
<p> “Andiamo alla Posta, ho detto. Andiamo a comprare il frigorifero, va bene. Andiamo alla Posta.”</p>
<p>Pietro inchioda la Renalut Clio. “Nonno, mi vuoi fare uscire pazzo?”</p>
<p> “Andiamo alla Posta o andiamo a comprare il frigo?”</p>
<p>“Non capite un cazzo voi giovani, ai tempi miei poche domande facevamo e tutto filava meglio. Una cosa alla volta, citrullino, andiamo alla Posta.”.</p>
<p>Pietro riparte, accende lo stereo in macchina e spara a palla l’ultimo CD dei Dream Theatre. Il nonno è ancora più goduto in faccia. Ha sempre apprezzato la musica del nipote. Pietro è rassegnato. Pensa che il nonno si sia fatto fregare i soldi dalla &#8220;polacchetta&#8221; che gli accudisce la casa ed ora abbia bisogno di prelevare nuovamente del contante per comprare il frigorifero. All’unico sportello dell’ufficio postale c’è soltanto l’impiegata di turno.</p>
<p>“Faremo in un attimo” pensa Pietro. Il nonno lo precede e si para di fronte alla cassa. “Signorina mi scusi, sono venuto per comprare un frigorifero”.</p>
<p>Pietro lo prende sottobraccio e sorride all’impiegata, sta per aggiungere qualcosa, quando questa si alza, va nello scaffale alle sue spalle e prende un depliant.</p>
<p>“Ecco vede” dice porgendo il depliant al nonno, che è seraficamente goduto e si è tolto gli occhiali da sole “abbiamo questi tre modelli disponibili. Scelga con calma e poi facciamo l’ordine. Poi vorrei farle notare che c’è il decoder per il digitale terrestre ad un ottimo prezzo”.</p>
<p> “Sì, lo so ma non m’interessa, sono qui per il frigorifero” dice il nonno.</p>
<p>Pietro è sconvolto da quanto sta accadendo. Il nonno sceglie il modello, l’impiegata inserisce al terminale l’ordine complimentandosi con l’anziano, che è il primo cliente in paese a rivolgersi al nuovo servizio delle Poste.</p>
<p> “Il prezzo è buono aggiunge il nonno”. Poi uscendo, serio in faccia guarda l’impiegata e fa “ah signorina, mi scusi, è vero che, da domani, qui, si potranno trovare anche pomodori, melanzane e carote?” sbotta a ridere e stavolta anche Pietro esplode.</p>
<p>A braccetto escono dall’ufficio Postale.</p>
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		<title>diffusione dei contenuti di www.spaccaforno.it</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2007 08:04:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[a zia 'Nnetta]]></category>
		<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>
		<category><![CDATA[chi c'è comiziu?]]></category>
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		<description><![CDATA[. I contenuti di questo sito, ove non diversamente specificato, sono pubblicati sotto una  Licenza Creative Commons come peraltro indicato da sempre a fondopagina, in tutte le pagine di www.spaccaforno.it Pertanto, chiunque abbia intenzione di riprendere, riprodurre e/o diffondere i contenuti, o le immagini presenti dentro questo sito, è pregato di prendere visione di tutte le modalità previste, onde [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>.</p>
<p><a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/deed.it"><img src="http://i.creativecommons.org/l/by-nc-nd/2.5/88x31.png" alt="Creative Commons License" style="border-width: 0pt" /></a><br />
I contenuti di questo sito, ove non diversamente specificato, sono pubblicati sotto una  <a rel="license" href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.5/deed.it">Licenza Creative Commons</a> come peraltro indicato da sempre a fondopagina, in tutte le pagine di <a href="http://www.spaccaforno.it/">www.spaccaforno.it</a></p>
<p>Pertanto, chiunque abbia intenzione di riprendere, riprodurre e/o diffondere i contenuti, o le immagini presenti dentro questo sito, è pregato di prendere visione di tutte le modalità previste, onde evitarci i fastidi di imporne l&#8217;obbligo.</p>
<p>.</p>
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		<title>Calura Indoor</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2007 17:07:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>saro fronte</dc:creator>
				<category><![CDATA[calacausi e simenta]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio. Riconobbi il fischio inconfondibile dell’uomo allenato a guidare il gregge in quel modo. Mi affacciai alla finestra. Un altro fischio di Filippo, che stavolta stava interpellando il Cavalier, mio dirimpettaio. Fischiò ancora e poi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em></p>
<p align="center"><em>Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte</em></p>
<p></em></p>
<p>Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio.<br />
Riconobbi il fischio inconfondibile dell’uomo allenato a guidare il gregge in quel modo. Mi affacciai alla finestra. Un altro fischio di Filippo, che stavolta stava interpellando il Cavalier, mio dirimpettaio.<br />
<img src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2007/04/caldo.jpg" alt="caldo.jpg" />Fischiò ancora e poi chiese gridando “Arrivano?” accompagnando la strillata con un inequivocabile dondolio del bacino e le mani ai fianchi.<br />
La calura che si alzava dal lastricato della strada rendeva, agli occhi, instabili i contorni delle pietre, o forse ero io che in quel momento stavo avendo un calo di pressione arteriosa. Alzai lo sguardo verso la casa di fronte, cercando anch’io una risposta del Cavalier, alla domanda di Filippo. Il pecoraio ancora ciondolava, in attesa. Mi passai la mano sulla fronte e sperai in una conferma da parte del Cavalier.<br />
l Cavalier Ricò stava leggendo il giornale, nella veranda al primo piano, sprofondato nella poltrona in vimini. Senza neanche abbassare la gazzetta, per gettare uno sguardo che degnasse Filippo, rispose “Và. Và. Vattinni, fatti un bagno a mare. Nessuno arriva”.<br />
Avuta la risposta, Filippo restò immobile, al centro della strada, gambe larghe e coppola in mano.<br />
Mi appoggiai alla ringhiera e feci finta di pulire il vaso dei gerani. “Porcavacca, non verranno più” pensai.</p>
<p><span id="more-538"></span></p>
<p>Filippo sembrava una statua congelata, era ancora immobile a riflettere, se riflettere poteva sotto alla calura del sole e sopra il fuoco delle basole.<br />
Presi in mano il secchio, intenzionato a riempirlo d’acqua e svuotarlo sulla testa di Filippo, per arrifrescarlo almeno un po’. Improvvisamente, prima che avessi avuto tempo di rientrare in casa, lo sentii che diceva senza più strillare “Trenta chilometri a piedi ogni volta!”.<br />
“E’ ripartito, menomale” sussurrai tra me.<br />
Infilò la coppola e di buon passo lo vidi prendere la via che porta fuori dal paese. “Povero Filippo non gli bastavano i chilometri appresso al gregge? Anche quelli per andarsi a fare una fottuta” dissi sottovoce tra me e me. Pensai che gli toccava camminare fino in città, per una donna.</p>
<p>“Antonio, chiudi la finestra che fuori fa più caldo” sbraitò mia moglie entrando nel salotto. “Chi era che vociava?” aggiunse.</p>
<p>“Niente Maria, era Filippo, il pecoraio, che chiedeva informazioni” risposi mentre con calma chiudevo la finestra.</p>
<p>“A te?” chiese Maria, mentre si sbottonava la camicia scoprendo la pelle madida di sudore tra i seni.</p>
<p>“No, al Cavaliere” risposi andando verso il ventilatore per metterlo in funzione.</p>
<p>“E che informazioni chiedeva?” incalzò lei.</p>
<p>Tornai a guardarla, era vicino alla finestra, stava chiudendo le pesanti tende in velluto creando la penombra nella stanza. Vidi che si sfilava la gonna e mi aggiustai nel risponderle “E, che ne so di che informazioni chiedeva”.</p>
<p>“Allora come fai ad affermare che stava chiedendo informazioni?” chiese turbandomi per l’incalzare che stava prendendo la sua insistenza. Che calura.</p>
<p><img src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2007/04/botero-2.jpg" alt="botero-2.jpg" />“Amunì Maria, il terzo grado mi vuoi fare, e che minchia ne so io. Che c’è? Che vuoi? Finisti in cucina?” cercai di sviarla.</p>
<p>“Antonio, sei nervoso? Vuoi andare a farti il bagno a mare, purè tu? Vuoi andare a fare compagnia a Filippo che solosolo sta andando?”</p>
<p>La guardai in malo modo, ma lei: niente.</p>
<p>“Pucci, Pucci” mi disse, civettando, mentre si avvicinava con il respiro grosso.</p>
<p>“Non slacciarmi la cintura. Aspè. Aspetta, che vorresti dire con quel -pure tu … con Filippo … il bagno a mare?” Ma, neanche il tempo di finire la frase che mi aveva mandato giù i pantaloni, facendomi cadere sopra il divano, per la spinta che mi diede mentre i pantaloni si erano incastrati a mezzagamba.</p>
<p>“Perché ti pare che sono scema. Ho sentito che il Cavaliere dei miei stivali, diceva al pecoraio di andarsi a fare il bagno a mare. Ti pare che non lo so che ci andavi pure tu al Circolo?” Trattenei il fiato, lei continuò “Si è saputo che tipo di cavalle faceva venire da Messina, il Cavaliere!”</p>
<p>“Minchia” pensai “si è saputo delle cavalle che ospitiamo al Cirocolo. depistare, incalzare e non confessare mai”. Cercai di resistere agli assalti, facendo lo stralunato e cercando di imporre a lei l’adeguato contegno. Dissi “Maria! Cosa sono queste minchiate che vai dicendo? Chi te le racconta queste fesserie? Sei la Signora Incardona! E, certe cose non ti è concesso neanche pensarle.”</p>
<p>“Ah, sono una Signora? E, com’è che te n’andavi con gli amici al Circolo a cavalcare, quando in casa c’era una Signora ad aspettarti? Non ti bastavo? Avevi bisogno di quelle sciallaquate?”</p>
<p>“Piano, piano non stringere che fa male, aahoo!” Madonna, se stringeva.</p>
<p>“Fa male?” Chiese prima d’infilarmi la lingua in bocca “Te la stacco questa frusta …” aggiunse, stringendo quello che teneva in mano. Sobbalzai muto. Continuò “… se la porti ancora al Circolo. Hai capito?” concluse.</p>
<p>“Sì Maria, moglie mia” dissi “Sì, ho capito. Sì, fa piano Maria. Maria, sì fai.”</p>
<p>“Hai capito, sì?” Disse facendo.</p>
<p>“Sì.” Risposi alla moglie mia, capendo.</p>
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