il blog di ispica [rg]

Una pasqua.

Postato da francesco lauretta  |   8 aprile 2007

Ho provato a chiudere gli occhi.
Ho visto tutti i miei strumenti di lavoro,
Ho riflettuto intorno alla Risurrezione,
Sono stato fermo, ho pensato a Parsifal, alle poesie della Gualtieri -a proposito-
Ascolto Parsifal,
In fondo ho freddo e mi metto su le cuffie, non sento nientepalazzo-madama-to1.jpg
Da questo mondo, m’intorco
Quest’isolata,
Non ho il coraggio di schiantarmi contro la mia resurrezione, non la forza in questo momento,
Ascolto. Sembra un giorno di festa,
Così sembrava stamattina l’isola deserta a parte noi, impauriti, noi
E pareva un giorno di primavera nonostante il cielo era
bianco come burro colava
E da piazza San Carlo mi sono postato a piazza Castello,
Su una panchina di legno la gente rimasta entrava: a Palazzo Madama.
Il Museo è Luce,
Leggevo sotto i portici infine quando mi son detto che non potevo niente contro questa Pasqua,
‘Mane, di questo tempo -chissà la prossima!.

Mi proteggo i braccioli, m’afferro colle mani gli avambracci
E ritornano gli amici che mi avevano lasciato solo, appena due auguri
Dopo averli cercati, io
Ho visto le locandine dei film, mi sarebbe piaciuto andare a vedere
I Centochiodi.
Mi prendo la testa, nelle mani afferro la mia testa, bianca
Forse uscirà il sole ma temo d’uscire, io.
Respiro lento, dipende forse che il mondo è vasto, io
Isolato
Ho desiderio di ibernarmi di, di ibernarmi
Quando ero giovane al vespro s’andò al Parco Forza, di quest’ore
Giovani e belli cantavano le radio d’epoca Bandiera bianca sventolava
E disagiato guardava tant’Inno alla vita, non io, Che cambio, faccio una pausa:
Verso del caffè, si dà il caso, faccio due tiri di sigaro antico, mi siedo e canto.
Not Me.

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Reset

Postato da saro fronte  |   16 marzo 2007

Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte

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“Entra”, mi disse, con voce ferma.

Non riuscivo ad alzare lo sguardo oltre le sue ginocchia, avrei dovuto guardarla dritto negli occhi. Avrei dovuto. Lo sapevo, lo sentivo.

La sfrontatezza che per anni era stata la mia arma vincente, nel riempire di enciclopedie a basso costo migliaia di mensole negli appartamenti Catanesi, veniva meno – ora – al cospetto di colei che aveva saputo sfogliare leggendo tra le pagine del mio volto.

Dopo l’ultimo nostro incontro, temevo che da me non avrebbe acquistato neanche un settimanale ancora cellofanato. Invece mi aveva aperto la porta.

C’era ancora un filo a reggere tra noi.

La conoscevo da venti anni da quando era ancora Angela e lavorava al banco del Bar Torrisi di via Etnea. L’incantevole bellezza non era riuscita a farla volare alta nel sogno, conducendola – invece – a rotolarsi nel letto, tra le braccia di uomini che potevano permettersi di pagare i cospicui onorari che lei chiedeva.

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Lettera Morta

Postato da saro fronte  |   31 ottobre 2006

La butti lì, foglio tra i fogli tra quelli sparsi in ordine di strappo.

La-lettera-di--botero.jpgAlcune vengono raccolte, altre arrivano ma si inceneriscono alla loro apertura, come se non aspettassero altro che la vampata dello sguardo si posi su di esse, per bruciarsi; altre ancora restano lì come “anime vagule blandule” sedute sul marciapiede, a far altro, rimanendo chiuse tra i fogli, con la sola occupazione di guardare il passeggio sul Corso, il portamento e la velocità delle persone che transitano, indaffarate, con i loro pensieri affastellati da mille occupazioni.

Le lettere vengono scritte e vengono inviate , ed al momento della separazione da esse, da parte di chi le ha scritte, c’è sempre un emozione che segna il distacco. Più o meno aderente al contenuto del messaggio che esse contengono. (leggi tutto…)

… la grazia del mio cuore

Postato da ubaldo fronte  |   7 ottobre 2006

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Ho provato, non tantissimo per la verità, a scrivere qualche cosa che potesse interessare agli ispicesi… e non solo.
Sì, “non solo” perché in realtà non mi piace molto l’idea che “Spaccaforno.it” debba occuparsi solo di Ispica e di ispicesi. Mi piace invece l’idea che Ispica possa anche guardare un po’ più in là dai confini abituali o meglio ancora che non si guardi solo, sempre e soltanto “dentro”. Sì, perché in fondo lo sappiamo tutti che a volte basta alzare gli occhi un po’ più di quanto abitualmente facciamo che… si può riuscire a vedere un po’ più lontano; in questo modo, magari, a volte ci accorgiamo anche che qualcosa di interessante c’è anche in altri posti… oltre che ad Ispica.

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L’arte e la gioia di Goliarda Sapienza

Postato da saro fronte  |   1 giugno 2006

“Sì, pronto.”
“Buon giorno … non vorrei sembrare invadente. Ma, … ho finito di leggere in questo momento un libro, mi è piaciuto tanto. Non conoscevo l’autrice e nel risvolto di copertina ho visto che vive a Roma.” … Silenzio dall’altro capo del telefono, attorciglio il cavo della cornetta, ma dall’altra parte del telefono non mi viene nessuno incontro, a sciogliere l’imbarazzo, continuo … “quindi, ho dato un’occhiata all’elenco telefonico e mi è sembrato singolare trovare il nominativo nella guida, … mi sono detto: proviamo …”.
“Vuole sapere se al numero a cui ha telefonato può risponde l’autrice del libro da lei letto?”
“ Sì, ecco … mi scuso per il tentativo un po’ maldestro ma, volevo manifestare alla Scrittrice il mio apprezzamento … per il bel libro.”
Maledetti silenzi al telefono, vi si sente l’eco delle sillabe stupide “Ecco, ora mi sento un imbecille, ma sa, nell’elenco c’era solo un nome che coincideva con quello dell’autrice. Ho creduto che potesse essere quello giusto.”.
“In questa casa vive una scrittrice, ma è fuori città. Può dire a me se vuole, riferirò fedelmente.”.

Mi avvitai nel tentativo di apparire più intelligente di quel che sono, più esperto del semplice lettore che sono. Insomma, tra capo e collo, incuriosendo la mia interlocutrice finì che avevo già l’indirizzo e che sarei potuto passare da lei l’indomani pomeriggio.

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Passai l’intera notte con “L’arte della Gioia” tra le mani. Ogni paragrafo succhiato con avidità. Come se quel susseguirsi di parole, abili della “Sapienza”, fossero già la pellicola di un film che rivedevo.

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Mattanza – Peppe il Rais

Postato da saro fronte  |   7 maggio 2006

Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte

Sentii che chiamavano varie volte qualcuno col mio stesso nome, invitandolo ad imbarcarsi al più presto. “Antonio. Antonio, vieni” vociavano gesticolando dal mare.
Ero da tre giorni sull’isola e non immaginavo che si stessero rivolgendo a me.
Mi guardai intorno cercando di capire se vi fosse qualcun altro sul molo.

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Albeggiava, il cielo era pastellato per via dell’umidità nell’aria, mentre il tufo della vecchia tonnara era ancora immerso nello scuro sonnecchiante.
“Antonio!” Urlarono nuovamente dalla barca. Questa volta distinsi una voce femminile tra quelle che chiamavano.
Affrettai il passo per raggiungere il natante ancora ormeggiato al pontile.
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ti ricordi? -settimana santa 1993-

Postato da saro fronte  |   23 aprile 2006


(ALLA FINE DEGLI ANNI SETTANTA)
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Tua madre era convinta che la tua esilità fosse una vergogna, per questo ti faceva rimpinzare di punture che i dottori definivano rinforzanti. Ti portava dai vari luminari che approdavano in paese, nell’illusione di vederti ingrassare come un vitellino d’allevamento. Tuo padre sosteneva che la fame ti sarebbe venuta da sola, ma pur di vedere la moglie tranquillizzata l’autorizzava a farti visitare dai vari dottori.
Alle visite mediche ti eri abituato, di solito ti buttavano sul lettino, ti sentivano il polso, ti tastavano la pancia, ti giravano, ti chiedevano di tossire, ti facevano ripetere il verso del trentatré, ti rigiravano, ti scrutavano gli occhi, guardavano la lingua, e con aria perplessa tornavano a sedere dietro la scrivania. Scrivevano interminabili liste di schifezze farmaceutiche che, nella migliore delle ipotesi, tu dovevi ingoiare. Tua madre pagava e strattonandoti per il braccio ti portava via.

Era la mattina del Giovedì Santo, tuo padre ti aveva portato con se affinché tu l’aiutassi ad aprire le serre. Dovevate sbrigarvi, per arrivare in tempo in chiesa e vedere la Scinnuta del Cristo alla Colonna.

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Senza pretese

Postato da saro fronte  |   14 aprile 2006

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Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte

“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta. Purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene*” disse, scostando dietro le orecchie le ciocche dei lunghi capelli neri.
Annuii silenzioso.
Ero incuriosito da questo inusuale esprimersi in lungo, solitamente Mishewi rispondeva in monosillabi quando la interpellavano, e se non la sollecitavano stava comoda nel silenzio. Una ragazza dall’aspetto normale della quale non mi accorgevo durante il giorno, oscurata dall’esuberanza delle altre colleghe, o non notata da me per la mia inclinazione alle facili conquiste. Durante le lezioni come nei gruppi di lavoro Mishewi era sfuggente, pronta a defilasi come un’eclissi che mi rimaneva in mente soltanto per un attimo quando puntualmente mi passava innanzi, prima di lasciare le lezioni.

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Oh, Mimì! Dedicato a Ubo

Postato da francesco lauretta  |   1 aprile 2006

Banda Jonica
Passione (Felmay,1997).
Prendo questo bellissimo disco come vetta e rappresentante insieme di una musica che mi suggestiona molto. Mi piace la solennità della musica per banda, musica fatta di carne, che va eseguita così, profanamente, a volte di corsa, a volte al passo, comunque per strada. Musica fatta per accompagnare. Accompagnare il dolore, o anche l’euforia, o la festa. La banda non pretende che voi paghiate una poltrona e vi disponiate supinamente ad ascoltare, la banda vi accompagna alla stazione, al matrimonio, al funerale, alla messa… è fatta di gente come voi, che ritrovate poi all’ufficio comunale, al mercato.. eppure rende solenne il suo accompagnamento, il nostro cammino. Ci sono composizioni straordinarie.. Il Cristo alla colonna per esempio, che rendono così il sacro alla portata di tutti, non c’è bisogno di un diploma e nemmeno di un educazione per commuoversi… e nessun altro ci dice con più umile confidenza che dobbiamo morire, e che per morire è necessario vivere. Così mai ho sentito più vita in una musica, come in quell’inno a Lorenzo Busacca che accompagna il “Cristo risorto” di Scicli, per esempio. In quei due giorni quel brano lo suonano – una marcia reale- a marce appunto ( perché cambia tre velocità), per più di 400 volte, dato che è il solo pezzo, questo Busacca, che può accompagnare l’uomo vivo. Ma non è in questo disco, sarebbe una specie di singolo, a parte. Lo suona solo la banda di Scicli e si può affermare che sono i migliori al mondo a farlo, “Dunque, maestro… un poco di Busacca, fate grazia!”.
Di Vinicio Capossela : The desert island records.
Se volete scoprire gli altri nove dischi d’isola di Vinicio andate a consultare Blow Up.95, aprile 2006. A Ispica non si trova. A Modica forse, sicuramente a Catania.Questo mese in copertina ci sono Fiery Furnaces e c’è un bellissimo pezzo di Massimiliano Busti sui THIS HEAT… Andrea, ho preso il box completo delle opere T.H.!!

La caramella

Postato da clara corallo  |   29 marzo 2006

L’anno scorso mi sono ritrovata all’interno di una compagnia teatrale occasionale, a recitare in una versione racchissima (almeno, per me era tale) delle Troiane di Euripide.
Le prove erano a Ragusa, e io ogni giorno pigliavo il bus per raggiungere Modica, da dove tutte noi, coro di Troiane, partivamo alla volta del luogo di prova. Mezz’ora di autobus, sola andata. Mi piacciono i mezzi pubblici: c’è sempre uno spaccato di umanità là dentro. Qui, poi, c’è un’aria di familiarità e confidenza. Quando sali il conducente ti saluta, e seguono a ruota tutti i passeggeri. Stessa cosa vale quando scendi. Roba da rimanere sorpresi, per chi è abituato alla “città”.

Un pomeriggio, come tutte le volte, salgo e prendo posto verso il centro del bus. Il tragitto per Modica è suggestivo, soprattutto d’estate. Le masserie sono bianchissime, col riflesso del sole, e si distinguono i confini disegnati dai muri a secco. Capita spessissimo di vedere animali da pascolo oziare sotto gli alberi, e ad un certo punto diventa immancabile, all’interno del bus, la visita di un’ape di passaggio, che entra da un finestrino, si fa un giro tra i passeggeri indifferenti e sonnacchiosi ed esce da un altro finestrino in fondo.

Di solito volevo approfittare del viaggio per ripassare il copione, ma puntualmente mi ritrovavo a guardare la gente ed il paesaggio, e a concentrarmi sui profumi di fieno umido e di resina d’ulivo. (leggi tutto…)

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