Cosa dir della piazza, ancora?, o Cianu?
Un semplice ‘frantumo’ comparso su NI di A. Sarchi, a proposito dello Spaesamento di Giorgio Vasta:
Gli uomini nei bar parlano di Berlusconi in un dialetto che esclude chiunque altro non capisca quella lingua, riconducendo le sue vicende – che sono vicende del paese che governa – a loro vicende personali, la ragazzina incontrata in un vicolo ripete gesti di scherno arcaici come lo sputo e la maledizione, i bambini in spiaggia mimano la violenza dei grandi imponendo il pagamento virtuale di un ‘pizzo’ per l’accesso all’acqua della fontanella, i post-punk emo che stazionano nelle piazze si lasciano insultare senza reagire, perfino l’unica apparizione di desiderio – e il desiderio radica ai luoghi – la donna sulla spiaggia, con il corpo salvaguardato dal tempo da uno strenuo sforzo cosmetico, risulta inafferrabile, una divinità dell’immaginazione presto degradata dal dialetto rozzo e incomprensibile con cui la madre le si rivolge. Ma è legittimo pensare di capire un luogo dalla visuale di una spiaggia (Mondello), sotto un cielo spietatamente azzurro, o dentro un bar appena rifatto? Sì, perché l’anima dei luoghi è largamente antropologica e “il problema non sta nella rivendicazione di una bellezza che prima c’era e adesso non c’è più, perché prima non c’era nessuna bellezza (prima, forse, non c’era il problema della bellezza). Il problema riguarda il processo di cambiamento, l’assenza di un’alternativa reale, l’inevitabilità di questa metamorfosi, la sua rapidità e la sua perentorietà, e la sensazione che il prodotto di questa metamorfosi si costituisca adesso come nuova matrice e come unica origine. E allora la mancanza che sento è di un passato. Perché non sento più il tempo, non sento la storia; l’asse piastrellatura-marmo-neon Palermo-Torino-Roma- Milano mi mortifica appiattendomi su un presente infinito e senza scampo”.
Dunque è la mancanza di storia, del senso della storia, del vedere dietro le cose altre cose, prospettive e intrecci, come Goethe vedeva nei limoni altro dai limoni, il sentimento nichilista che inchioda il narratore alla fine dei suoi ‘carotaggi’ a una realtà che si lascia attraversare senza resistenze e dunque da un capo all’altro del paese, nord-sud, produce una sommatoria che è pari zero. C’è scampo a questo scenario dove si finisce per accettare tutto, maleducazione sopruso miseria?
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29 maggio 1985

