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	<title>Spaccaforno.it &#187; in piazza</title>
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	<description>Blog su Ispica già Spaccaforno</description>
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		<title>Cosa dir della piazza, ancora?, o Cianu?</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 13:40:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Un semplice &#8216;frantumo&#8217; comparso su NI di A. Sarchi, a proposito dello Spaesamento di Giorgio Vasta: Gli uomini nei bar parlano di Berlusconi in un dialetto che esclude chiunque altro non capisca quella lingua, riconducendo le sue vicende – che sono vicende del paese che governa – a loro vicende personali, la ragazzina incontrata in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un semplice &#8216;frantumo&#8217; comparso su NI di A. Sarchi, a proposito dello Spaesamento di Giorgio Vasta:</p>
<p>Gli uomini nei bar parlano di Berlusconi in un dialetto che esclude chiunque altro non capisca quella lingua, riconducendo le sue vicende – che sono vicende del paese che governa – a loro vicende personali, la ragazzina incontrata in un vicolo ripete gesti di scherno arcaici come lo sputo e la maledizione, i bambini in spiaggia mimano la violenza dei grandi imponendo il pagamento virtuale di un ‘pizzo’ per l’accesso all’acqua della fontanella, i post-punk emo che stazionano nelle piazze si lasciano insultare senza reagire, perfino l’unica apparizione di desiderio – e il desiderio radica ai luoghi – la donna sulla spiaggia, con il corpo salvaguardato dal tempo da uno strenuo sforzo cosmetico, risulta inafferrabile, una divinità dell’immaginazione presto degradata dal dialetto rozzo e incomprensibile con cui la madre le si rivolge. Ma è legittimo pensare di capire un luogo dalla visuale di una spiaggia (Mondello), sotto un cielo spietatamente azzurro, o dentro un bar appena rifatto? Sì, perché l’anima dei luoghi è largamente antropologica e “il problema non sta nella rivendicazione di una bellezza che prima c’era e adesso non c’è più, perché prima non c’era nessuna bellezza (prima, forse, non c’era il problema della bellezza). Il problema riguarda il processo di cambiamento, l’assenza di un’alternativa reale, l’inevitabilità di questa metamorfosi, la sua rapidità e la sua perentorietà, e la sensazione che il prodotto di questa metamorfosi si costituisca adesso come nuova matrice e come unica origine. E allora la mancanza che sento è di un passato. Perché non sento più il tempo, non sento la storia; l’asse piastrellatura-marmo-neon Palermo-Torino-Roma- Milano mi mortifica appiattendomi su un presente infinito e senza scampo”.<br />
Dunque è la mancanza di storia, del senso della storia, del vedere dietro le cose altre cose, prospettive e intrecci, come Goethe vedeva nei limoni altro dai limoni, il sentimento nichilista che inchioda il narratore alla fine dei suoi ‘carotaggi’ a una realtà che si lascia attraversare senza resistenze e dunque da un capo all’altro del paese, nord-sud, produce una sommatoria che è pari zero. C’è scampo a questo scenario dove si finisce per accettare tutto, maleducazione sopruso miseria?</p>
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		<title>L&#8217;heysel.</title>
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		<pubDate>Sun, 30 May 2010 12:59:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[29 maggio 1985 Vent&#8217;anni, e in quella mattina fresca mi svegliai con un forte mal di testa, a Roma. Fui visitato dal medico di turno della caserma del Genio e mi misero dentro una camionetta verso il Celio: via di corsa e in una camera da solo mi sistemarono e non s&#8217;è mai capito perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-917" title="heysel" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2010/05/heysel.jpg" alt="" width="353" height="391" />29 maggio 1985</p>
<p>Vent&#8217;anni, e in quella mattina fresca mi svegliai con un forte mal di testa, a Roma. Fui visitato dal medico di turno della caserma del Genio e mi misero dentro una camionetta verso il Celio: via di corsa e in una camera da solo mi sistemarono e non s&#8217;è mai capito perché fui isolato e tenuto lontano dagli altri commilitoni -almeno fino a sera-. E quella sera aspettavamo tutti, tesi, la finale della Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool. In quella camera provai a riposare e speravo in una licenza per convalescenza da non so ché. Scrissi qualcosa ormai perso, come al solito, lessi qualcosa che ho dimenticato come al solito finché, ormai sera e abbondantemente oltre le 21, chiesi il permesso di vedere la partita -anche da lontano per non contagiare gli altri ospiti della caserma-. Avevo vent&#8217;anni e da quel momento mi sarei allontanato dalla mia città natale, per sempre -ma ancora non lo sapevo e neanche immaginavo né desideravo allontanarmi dalla mia fottuta isola-. Vent&#8217;anni e finalmente un&#8217;altra finale. Ricordavo la sconfitta contro il mitico Aiax di Cruyff, ricordavo, ancora nonostante fossi un bambino, la sofferenza -anche se scontata- di quella sconfitta e contro il Liverpool sentivo che Platinì e compagni avrebbero vinto, eccome, non poteva essere altrimenti. Chiesi il permesso di vedere la partita e un ragazzo mi fece entrare nella camera comune dove era installato un televisore. Eravamo in quattro-cinque a vedere a bocca aperta il disastro della tragedia. Non capivo cosa stesse succedendo, non capivo se quanto passava nello schermo della TV fossero immagini finte, false perché se vere erano orribili, incomprensibili, irreali, assurde. Poi, dopo e con sconcerto tutti partecipammo all&#8217;orrore, tutti vedemmo quella partita disgraziata. La gente tifava, urlava -così pensavo, afono-. Diedero un rigore inesistente alla Juventus. Platini segno, esultò. Sapevo che avremmo vinto, sapevo che Tacconi avrebbe difeso la nostra porta e che niente sarebbe entrato dentro quei pali di legno e la rete. Tacconi fece delle parate strepitose, la gente applaudì e infine si festeggiò, ad Heysel. Platini e i compagni di squadra finalmente avevano vinto l&#8217;ambita e prestigiosa coppa. Peccato fossero morti 39 persone. E la partita si giocò, sui morti. Quando tornai nella mia camera trovai un piccolo pipistrello che svolazzava dopodiché uscì fuori nella notte blu, splendida. Il giorno dopo mi diedero i biglietti per tornare a casa, una convalescenza di 9 giorni inaspettati, utilissimi perché potevo incontrare i vecchi amici di sempre, stare qualche giorno con i miei cari prima di ripartire e ripartire, e ripartire. Non ricordo nulla dei giorni successivi la finale di coppa dei campioni Juventus-Liverpool, nulla.</p>
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		<title>La piazza come mai l&#8217;avete vista</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 14:39:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[M&#8217;aggiro la notte, una notte come fossi un fantasma e scivolo in piazza. La vedo. E&#8217; strano vederla così, irreale. Se ci fai caso tra la &#8220;fionda&#8221; del vecchio e grande pino s&#8217;intravede la Resistenza di bronzo di Monica. E mi pare che i morti ci camminino di notte, come i vivi morti di giorno, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2010/05/notturno-rosso-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-911" title="notturno-rosso-1" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2010/05/notturno-rosso-1.jpg" alt="piazza ispica" width="573" height="457" /></a></p>
<p>M&#8217;aggiro la notte, una notte come fossi un fantasma e scivolo in piazza. La vedo. E&#8217; strano vederla così, irreale. Se ci fai caso tra la &#8220;fionda&#8221; del vecchio e grande pino s&#8217;intravede la Resistenza di bronzo di Monica. E mi pare che i morti ci camminino di notte, come i vivi morti di giorno, e quelli che moriranno. La piazza dei morti pare.</p>
<p><a href="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2010/05/particolare-spixellato-1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-912" title="particolare-spixellato-1" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2010/05/particolare-spixellato-1.jpg" alt="" width="589" height="470" /></a></p>
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		<title>Un viaggio può essere smagliante.</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 13:22:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vernissage: Domenica 9 maggio 2010, h 11:30, in Via Roma, 32 Ortigia (Siracusa), Catalina Munoz Gallery presenta di Francesco Lauretta: UN VIAGGIO PUO&#8217; ESSERE SMAGLIANTE, in collaborazione con la galleria Laveronica. Un progetto divulgativo itinerante d&#8217;arte contemporanea, &#8220;Sicilia in su&#8221;.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vernissage: Domenica 9 maggio 2010, h 11:30, in Via Roma, 32 Ortigia (Siracusa), Catalina Munoz Gallery  presenta di Francesco Lauretta:<br />
UN VIAGGIO PUO&#8217; ESSERE SMAGLIANTE, in collaborazione con la galleria Laveronica. Un progetto divulgativo itinerante d&#8217;arte contemporanea, &#8220;Sicilia in su&#8221;.</p>
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		<title>Come una resurrezione. Una mostra di Giuseppe Armenia.</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 14:00:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giuseppe Armenia è un artista originario di Ispica. Nato a Bauma (CH) è cresciuto a due passi da dove io son nato -assieme a Salvatore Giamblanco-, in via IV Novembre prima, poi si è spostato verso il Castello di Bruno di Belmonte. Dopo, assieme -Io, Giuseppe e Salvatore- ci siamo spostati, giovanissimi, altrove. Venezia, sotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giuseppe Armenia è un artista originario di Ispica. Nato a Bauma (CH) è cresciuto a due passi da dove io son nato -assieme a Salvatore Giamblanco-, in via IV Novembre prima, poi si è spostato verso il Castello di Bruno di Belmonte.</p>
<p><a href="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2010/04/particolare-giuseppe-armenia.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-882" title="particolare-giuseppe-armenia" src="http://www.spaccaforno.it/wp-content/uploads/2010/04/particolare-giuseppe-armenia.jpg" alt="" width="510" height="354" /></a></p>
<p>Dopo, assieme -Io, Giuseppe e Salvatore- ci siamo spostati, giovanissimi, altrove. Venezia, sotto la visione di quel grande artista quale era Emilio Vedova; successivamente Torino dove per anni ha collaborato con grandi artisti e soprattutto con uno, quale Mario Merz, che frequentò fino all&#8217;ultimo giorno della sua vita. Come artista Armenia non ha mai attinto nulla dalla sua terra madre, anzi, la sua attenzione s&#8217;è risolta sempre dentro il linguaggio dell&#8217;arte esplorandone i segreti, le sviste, i luoghi profondi del linguaggio e, naturalmente e soprattutto segnalando la storia dell&#8217;uomo, studiandone il corso e la destinazione sempre in fermento nonostante si creda d&#8217;essere giunti ad una fine che si sforza di finire crollando, precipitandosi la storia su sé stessa, inutilmente morendo. Recentemente ha esposto a Lecco, nella galleria di Federico Bianchi. Titolo della mostra: Seconda navigazione. Naturalmente Platone suggerisce il titolo e queste parole spiegano, in breve, meglio d&#8217;altre cosa s&#8217;intende per seconda navigazione:<span id="more-881"></span><br />
&#8220;Nel Fedone Platone descrive quella che ha chiamato la seconda navigazione per lo ha portato alla scoperta della vera causa delle cose. La seconda navigazione è una metafora che chiama il linguaggio marinaresco e indica quella navigazione che si intraprende quando cadono i venti e la nave rimane ferma: in tale circostanza si deve por mano ai remi, e in tal modo, con la forza delle braccia, si esce dalla situazione prodotta dall&#8217;incombere della bonaccia. La prima navigazione fatta con le vele al vento corrisponde al tragitto compiuto da Platone sulla scia dei naturalisti e con il loro metodo, che lo ha lasciato in posizione di stallo. La seconda navigazione, assai più faticosa ed impegnativa, è quella condotta con il nuovo metodo dei ragionamenti che portano al trascendimento della sfera del sensibile e alla conquista del soprasensibile&#8221;&#8230; da qui la svolta decisiva perché costituisce &#8220;la prima dimostrazione razionale dell&#8217;esistenza di un essere oltre quello sensibile, ossia di una realtà soprasensibile e trascendente&#8221;.<br />
Per tre anni silenziosamente, e spesso nella notte, Armenia deposita semplici segni su uno spazio bianco, enorme di tre metri per tre. Sono puntini, fitti, rigorosi che battono il tempo, lo spazio affondano e col tempo riempiono il bianco, si fanno corpo trasparente prima di questo ticchettio, dello svolazzo rigoroso dei pensieri che nel sottosuolo sussurrano le gesta, il sogno dell&#8217;uomo, della sua potenza e col tempo senza che nessuno sappia di questo lavoro infinito come lo scorrere della vita di ognuno, respiro dopo respiro, una costellazione par prendere forma, delicatamente davanti alla mano che buca, che apre verso un mondo nuovo, scoperto della creazione. Il titolo dell&#8217;opera, suggerisce Armenia, viene dall&#8217;intimità verso il proprio mondo, verso il silenzioso denso e disturbato, come una ninnananna o eco antico, del passaggio dei tram della notte, quei tram che bene conosco anch&#8217;io, del 13 o dal 15 che passa cantando nella rotaia notturna, sferragliando l&#8217;oblio, o quei mostri che s&#8217;agitano e soffrono il giorno o, risvegliano interstizi ove il fantastico trascende il reale, lo sconvolge per dimostrare (suonando) il sovrasensibile, vedendo. Il titolo è: Rumore preistorico del passaggio serale. E solo alla fine di questa ossessione di tempo, del suo battere lo spazio ecco che nello spazio d&#8217;incanto viene l&#8217;uomo, un uomo fatto d&#8217;aura -di puntini- che siede su uno sgabello, ci volta la schiena e suona, forse canta, con una fisarmonica solo, nello spazio immenso solo canta qualcosa, lo si può udire solo, nell&#8217;immersione, nell&#8217;immenso. Questa opera, straordinaria siede nella seconda e candida stanza della galleria di Bianchi, a Lecco. I titoli delle opere, delle sei (sette) opere esposte sono canti, suggeriscono mondi, ci impregnano le grecchie di pensieri che suonano: Le città che non salgono, Scultura malpensata, Capriccio barocco, Seconda navigazione, e così via. Già prima dall&#8217;ingresso della galleria, salendo le scale che conducono al secondo piano ci s&#8217;imbatte su una curiosa immagine, dentro una nicchia un busto, una scultura si mostra in modo insolito e sconcertante: di spalle. La scultura è girata, ci volta le spalle e ci lascia storditi verso la memoria: il busto che generalmente s&#8217;offre smagliante per ricordare gli uomini grandi e piccoli del tempo, si fanno monumento alla memoria, qui si rivolge e nasconde al nostro tempo, ci dà le spalle, ci nega il riconoscimento e così facendo si mostra in &#8220;ognuno&#8221;, come l&#8217;omino con la bombetta di Magritte ove una mela dipinta davanti nega il volto, l&#8217;individualità latente e si fa &#8220;ognuno&#8221;, &#8220;Everyman&#8221; altro titolo prezioso suggerito da Philip Roth in un suo romanzo. E&#8217; barocco, bizzarro, non v&#8217;è dubbio, sconvolta memoria. E l&#8217;ingresso poi, appena entrati un braccio minaccia lo spazio, una scultura oscura si tende dalla parete nello spazio come un ramo d&#8217;albero antico s&#8217;affaccia amorfo, aggressivo eco d&#8217;uno splendore e ora caduto sedimentato spettro, un artiglio gratta lo spazio, la Scultura malpensata come un mostro si rivolge contro, l&#8217;autore-noi, come il famoso protagonista del romanzo di Mary Shelley e lì, di fronte, ampio si snoda un vortice di segni che s&#8217;aprono e spariscono, brillano di colore astratto un corno!, sono pensieri malpensati, sono pensiero che bolle come magma, La città che non sale -ricordate i Futuristi?, La città di Boccioni?-, ci accolgono nella grande parete di fronte all&#8217;ingresso e nella vertigine formano i crolli, le città non salgono, l&#8217;uomo verticale si fionda nella caduta profonda ed inesauribile nella storia che desidera finire per sempre, per sempre terminare infine, senza mai finire. Allora ecco che Armenia pare suggerire la via, seconda navigazione, entrando nella seconda stanza dove un quadro zampilla di fronte al capolavoro del Rumore preistorico del paesaggio serale e nel mezzo, nello spazio s&#8217;affloscia una lampada che non luce diffonde, giace quella lampada e nulla ha da svelare, illuminare nel nostro tempo, nessun monumento escluso, niente. In mezzo tutto, allora lo sguardo attonito dello spettatore vedendo s&#8217;apre comunque altrove, da dove avevo iniziato il percorso, nella poesia dell&#8217;ascolto di quella fisarmonica o canto del paesaggio serale, galleggia verso, senza dir dove, dove stare, isolato. E&#8217; come sentire una resurrezione.</p>
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		<title>Ispica e Lagioia.</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 23:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Riportando tutto a casa è uno dei romanzi più importanti di quest&#8217;anno e dintorni. L&#8217;autore: Nicola Lagioia. Sono state scritte pagine interessanti su questo &#8220;romanzo definitivo sugli anni &#8217;80&#8243;. Inutile, non farò una recensione né farò commenti, riflessioni su questo magnifico romanzo -l&#8217;inizio toglie il fiato- ma, mi ha fatto sorridere a pagina 109: cita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riportando tutto a casa è uno dei romanzi più importanti di quest&#8217;anno e dintorni. L&#8217;autore: Nicola Lagioia. Sono state scritte pagine interessanti su questo &#8220;romanzo definitivo sugli anni &#8217;80&#8243;. Inutile, non farò una recensione né farò commenti, riflessioni su questo magnifico romanzo -l&#8217;inizio toglie il fiato- ma, mi ha fatto sorridere a pagina 109: cita Ispica. Un nonnulla, interessante però.</p>
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		<title>Roth e libero.</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 00:12:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Libero di scrivere balle di Marco Rovelli Philip Roth, in un’intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un’intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell’intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Libero di scrivere balle<br />
di Marco Rovelli</p>
<p>Philip Roth, in un’intervista a Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica, ha scoperto che Libero aveva pubblicato un’intervista in cui lui stesso, sì, proprio lui, criticava pesantemente Obama. Ma lui quelle cose non le aveva mai dette, né quell’intervista aveva rilasciato. Vale la pena di rileggere il brano dell’intervista in cui Roth manifesta la sua stupefazione e scopre la bufala.</p>
<p>“Per caso, è insoddisfatto anche da Barack Obama? Da un’intervista a un quotidiano italiano, Libero, risulta che lo trova persino antipatico, oltre che inconcludente e assopito nei meccanismi del potere.”  “Ma io non ho mai detto una cosa del genere. E’ grottesco. Scandaloso. E’ tutto il contrario di quello che penso. Considero Obama fantastico. E trovo che l’attacco che gli stanno sferrando i repubblicani è molto simile a quello subito da Roosevelt al suo primo mandato. E’ la destra più stupida mobilitata da Sarah Palin. Agitano la bufala dell’atto di nascita che dimostrerebbe che è nato in Kenya. E trovano ascolto. Sotto c’è il problema della razza, della pelle. Sono molto seccato per queste dichiarazioni che mi vengono attribuite: non ho mai parlato con questo Libero. Smentisca tutto. Ora chiamo il mio agente.” Chiama il suo agente, che gli filtra tutti i contatti: nell’agenda delle interviste passate e future non risulta nè Libero nè il nome dell’intervistatore. Roth attacca e poi chiede cosa vuol dire Libero in inglese. Traduco. “Vuol dire che questi sono liberi di fare tutto quelli che gli pare?”</p>
<p><span id="more-877"></span></p>
<p>Vale la pena di notare anche che Pierluigi Battista si era come suo solito accodato scondinzolante, esattamente come avrebbe fatto poi accettando supinamente l’impostazione balenga che Libero stesso aveva dato della querelle nata qui su nazione Indiana. Anche lui, evidentemente, nella sua tenace battaglia per rivendicare il non conformismo degli intellettuali, rivendica la libertà di dire balle. (Il suo pezzetto, per chi volesse sfiancarsi, si trova qui)</p>
<p>Le balle ormai fanno scuola, segnano una stagione del giornalismo italiano. E’ di ieri la mega-balla del Tg1, che vende la prescrizione del reato di Mills come assoluzione. E prima la reprimenda a Maria Luisa Busi, la conduttrice del Tg1 rea di aver ammesso, in mezzo alle macerie aquilane, che sì, la verità non era stata raccontata. Non siamo più in presenza solo di una manipolazione, fatta di mezze verità, a costruire falsità. Qui la falsità diventa elemento atomico con cui lavorare ai fianchi un esprit public sempre più immemore e immerso nelle tenebre.</p>
<p>Di seguito, l’intervista originale di Tommaso Debenedetti, che Libero ha fatto scomparire dalla rete ma che esiste ancora, grazie al dio-cache (e grazie a Alberto Cane che ha scovato la cache, qui). A futura memoria, a imperitura testimonianza della creatività della menzogna. Del resto, lo si è detto allo sfinimento, da queste parti: è tutta una questione di stile.</p>
<p>«Obama? Una grandissima delusione. Sono stato fra i primi a credere in lui, ad appoggiarlo, ma adesso devo confessare che mi è diventato perfino antipatico». Philip Roth, forse il più illustre dei narratori americani d’oggi, autore di capolavori quali Lamento di Portnoy, Pastorale americana, Zuckerman scatenato e, da poco uscito in Italia, Indignazione, esprime con forza, per la prima volta, il suo giudizio fortemente negativo sull’attuale Presidente Usa. Ci tiene a farlo subito, nella nostra conversazione telefonica. Quando lo si ascolta parlare, con quella sua voce bassa e appena rauca, in cui le parole escono a ritmo ora velocissimo ora esitante, con quel tono malinconico, inquieto, ma capace d’improvvise, fulminanti, accensioni d’ironia, sembra davvero di essere dentro una delle pagine dei suoi romanzi. È come se quella, proprio quella fosse la voce di tanti personaggi di Philip Roth. «Arrivato a settantasette anni – spiega – mi piace parlare della realtà che ho attorno, una realtà che mi fa arrabbiare ma che mi interessa ogni giorno di più». E premette che non dirà molto sulla letteratura: «La letteratura mi è indispensabile, è la mia vita, ma non so cosa dirne, ogni discorso sui libri mi sembra superficiale, stupido, e molto noioso». Parliamo subito di Obama, allora. Perché tanta delusione? «Perché non ha fatto nulla, in questo primo anno, nulla di rilevante, nulla di diverso da quello che la banale quotidianità del potere lo portava a fare. Si dirà: la riforma sanitaria. Ebbene, quella è un’ottima novità per l’America, ma non basta. Sembra una bandiera sventolata per mascherare il nulla, perché i risultati di questa presidenza per ora sono il nulla». Lei è stato un acceso sostenitore dell’elezione di questo Presidente… «Sì, perché nella sua campagna elettorale c’era davvero qualcosa di nuovo, di straordinario. Con quelle sue espressioni “hope” e “change”, ripetute con un’efficacia mai vista, a metà fra il moderno slogan pubblicitario e la cantilena d’uno sciamano, Obama era riuscito a svegliare l’America dal torpore della sua frustrazione, da quel grande senso di impotenza, di ansia, di sfiducia che nell’ultimo decennio ha dominato il Paese. Era stato capace di dare vitalità e slancio a chi lo ascoltava. Non nascondo di essere rimasto quasi incantato a seguire i suoi discorsi, io che non sono certo facile ad entusiasmarmi per le parole… Allora ho creduto, e con me tantissimi americani, che fosse arrivato davvero un tempo nuovo per la politica, un tempo dove creatività e intelligenza si unissero alla capacità di ascoltare la voce di un Paese e di sapervi rispondere». E invece? «Invece, niente. Appena eletto, fin dai primi giorni del suo lavoro alla Casa Bianca, Obama si è come fermato, addormentato. Lui, che aveva scosso l’America, si è assopito nei meccanismi del potere. Ha continuato a ripetere le sue frasi più belle della campagna elettorale, ma non ha aggiunto nulla di nuovo, e soprattutto, non ha fatto seguire le azioni. Forse ha cominciato a pesare la sua inesperienza, forse è restato prigioniero di una eccessiva valutazione che la gente aveva di lui. Di fatto, i suoi discorsi hanno preso a girare a vuoto, sempre uguali, accompagnati da gesti, sguardi e sorrisi ormai ripetuti ossessivamente, che prima lo hanno reso simpatico e ora lo rendono fastidioso, quasi antipatico. E i risultati si vedono». Quali risultati? «L’America è confusa, frustrata. Quel diffuso senso di paura dell’ignoto, di ansia, di impotenza che l’11 settembre ha contribuito in modo decisivo a scatenare, lacerando le certezze, devastando insieme alle torri di New York anche la percezione che il Paese aveva di sé e della propria forza, è rimasto. Anzi, la crisi economica, figlia in qualche modo di quell’insicurezza, di quella sfiducia che regnano nelle persone, ha addirittura peggiorato le cose». Obama ha deluso anche in politica estera? «Sì. Con Bush vigeva la logica dell’intervento militare, della lotta contro il terrorismo fatta con le invasioni militari. Una logica a mio avviso sbagliata, e che si è dimostrata perdente. Ma almeno, chiara. Quale è la strategia di Obama? Nessuno ancora lo sa. Parla di dialogo, e va benissimo. Ma di fatto Al Qaeda è sempre più forte e organizzata, un regime pericoloso e delirante come quello iraniano sta attrezzandosi con l’arma nucleare e si attrezza per colpire Israele, e lui, il presidente, sembra eludere il problema. Con l’Iran un giorno sembra voler aprire una trattativa (ma non si può aprire una trattativa con chi è, in tante cose, l’erede dei nazisti!), e il giorno dopo riafferma la necessità della fermezza. Cosa vuole fare in Afghanistan? Nuove truppe o disimpegno? Approva e sostiene il governo israeliano o sta dando ragione ai palestinesi? Impossibile rispondere. Ma un dato di fatto è certo, e Obama mostra di non tenerne conto». Cioè? «Cioè che, come l’11 settembre ha dimostrato, oggi il nemico vero, paragonabile al nazismo degli anni Trenta, è l’estremismo religioso e sanguinario, il terrorismo soprattutto di matrice islamica. A mio avviso, il dialogo non serve. E con chi si dialogherebbe, del resto? Ma nemmeno serve, come faceva l’amministrazione Bush, invadere Stati, intervenire militarmente. Serve, piuttosto, un sostegno effettivo a quelle forze che, all’interno dei Paesi dove il fondamentalismo è più forte o dove è addirittura regime al potere, si battono per contrastarlo. E, insieme, dare più forza, poteri e credibilità all’Onu, riformandolo completamente. Quello che è meno utile, è questa confusione, questa assenza di una linea chiara nella politica estera americana: questo fa contenti gli oltranzisti e i terroristi, indebolisce chi vi si oppone, e, a livello interno, fa sentire l’America sempre più sbandata, sempre più cupa». Come vede l’Europa? «Politicamente, mi sembra che l’Europa non ci sia, non decida nulla, non conti nulla. L’Europa è la sua cultura, la sua storia. E di questa cultura, di questa storia, dovrebbe essere più fiera, mantenendo una sua peculiarità, una sua autenticità, senza diventare, chissà poi perché, seguace di mode e modelli che vengono da fuori. A me, come americano, l’Europa piace e incanta se è sé stessa, non una mal riuscita imitazione dell’America». Capisco la sua volontà di non parlare di letteratura. Ma non resisto. Posso chiederle chi sono, oggi, i suoi autori preferiti? «Sto rileggendo Singer, e lo trovo sempre più grande. Splendido e tristissimo. Ma non mi chieda di più». Chi riconosce come suo maestro? «Ecco, mi aspettavo la domanda. Il problema è che, quando scrivo, la scrittura nasce da un’esigenza di raccontare, troppo forte per essere frenata anche se a volte mi capita di fermarmi, di non riuscire ad andare avanti, di sentire che tutto è finito, che l’angoscia che ho dentro non lascia più posto alle storie, che le storie possibili sono state tutte uccise, costrette a non esistere, a non nascere. Quando attraverso quei momenti, e negli anni sono diventati più frequenti, a volte basta la frase di un romanzo che mi torna alla mente, la battuta di un personaggio in un libro, per tirarmi fuori dal buio, per ridarmi la possibilità e la capacità di scrivere. Ecco: l’autore di quella frase, di quella battuta, è in quel momento il mio indispensabile maestro. Un momento può essere Cechov, un altro Saul Bellow, un altro ancora, appunto, Singer. Posso risponderle solo così». E Bernard Malamud? «Riconosco di dovergli molto. È un autore che talvolta, a leggerlo, lascia senza fiato. Cosa gli devo e perché, lo lascio dire ai critici. Loro scoprono cose straordinarie, di cui noi autori neppure ci accorgiamo…». Lei è da anni candidato al Nobel. Ma il premio non è mai arrivato. Come giudica questa ripetuta esclusione? «Non ritengo che il mio pessimismo, la mia indignazione, la mia rabbia siano da Nobel, gli accademici svedesi hanno altri gusti, altri parametri… Ognuno fa le scelte che vuole, e non sono certo io a giudicarle giuste o sbagliate. Se cambieranno idea, andrò a Stoccolma e sarò contento di ricevere il premio. Però mi creda: non ci penso mai, anzi, questo diluvio di ipotesi che ogni anno mi arriva addosso con i primi freddi dell’autunno mi disturba non poco, non sopporto questo gioco delle candidature. Diano il Nobel a chi vogliono e basta così».</p>
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		<title>La sfiga dei siciliani.</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 12:01:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Sciascia e Camilleri portano sfiga. Ovvero il crepuscolo intellettuale della classe politica siciliana. pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori narrativa italiana curiosità “Leonardo Sciascia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri portano sfiga, per un un po’ dovremmo smettere di leggerli” ad affermarlo è stato l’assessore regionale alla Formazione, Mario Centorrino, economista e professore dell’università [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sciascia e Camilleri portano sfiga. Ovvero il crepuscolo intellettuale della classe politica siciliana.<br />
pubblicato da Andrea Coccia in: scrittori narrativa italiana curiosità</p>
<p>“Leonardo Sciascia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa e Andrea Camilleri portano sfiga, per un un po’ dovremmo smettere di leggerli” ad affermarlo è stato l’assessore regionale alla Formazione, Mario Centorrino, economista e professore dell’università di Messina, che ieri agli stati generali dell’autonomia a Siracusa ha tirato una riga rossa virtuale su tre dei più grandi scrittori siciliani dell’ultimo secolo.</p>
<p>“Destra e sinistra, tutti assieme, almeno per un anno prendiamoci una pausa, abbiamo bisogno di ottimismo” così Centorrino ha giustificato la sua terribile uscita, mettendo in mezzo l’ottimismo, dote che, a sua parere, viene messa in un angolo se si perde tempo a leggere libri come Il giorno della civetta, Il gattopardo o le avventure del commissario Montalbano.</p>
<p>Voi cosa ne pensate? Alla Sicilia servirebbe di più una bella dose di ottimismo e il sorriso sulla faccia, come vorrebbe Centorrino, o una altrettanto forte dose di consapevolezza e di comprensione dei mali che porta in seno, come vorrebbero probabilmente Sciascia, Tomasi di Lampedusa e Camilleri, una consapevolezza e comprensione che potrebbero alimentare, magari, qualche cambiamento in una terra dove chi governa lavora da sempre contro i cambiamenti?</p>
<p><span id="more-876"></span></p>
<p>Un aggiornamento: dalle pagine della Stampa la risposta di Andrea Camilleri, ultimo superstite fra i tre scrittori chiamati in causa da Centorrino.</p>
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		<title>Seconda navigazione, personale di Giuseppe Armenia</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 16:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Splendida personale di Giuseppe Armenia a Lecco. Andate su www.federicobianchigallery.com. Presto spero di pubblicare una intervista del nostro. Buona visione, e riflessione a tutti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Splendida personale di Giuseppe Armenia a Lecco. Andate su www.federicobianchigallery.com. Presto spero di pubblicare una intervista del nostro. Buona visione, e riflessione a tutti.</p>
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		<title>Una poesia: Buchi neri.</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 12:24:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco lauretta</dc:creator>
				<category><![CDATA[in piazza]]></category>

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		<description><![CDATA[Buchi neri. Buio qui, niente riluce. Quello dei battitori d&#8217;olive è un quadro che non mostra altro da quello che si vede. Una passeggiata insieme, a Vicenza in piazza e poi un aperitivo ci farebbe un gran bene stasera. Ecco di cosa è fatta -anche- la vita, di cose desiderate di momenti mancati. Nelle nostre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Buchi neri.</p>
<p>Buio qui,<br />
niente riluce.<br />
Quello dei battitori<br />
d&#8217;olive<br />
è un quadro<br />
che non mostra altro<br />
da quello che si vede.</p>
<p>Una passeggiata insieme,<br />
a Vicenza<br />
in piazza e poi<br />
un aperitivo ci farebbe un gran bene<br />
stasera.<br />
Ecco di cosa è fatta -anche-<br />
la vita,<br />
di cose desiderate<br />
di momenti mancati.<br />
Nelle nostre vite c&#8217;è spazio<br />
di buchi neri,<br />
di vita vissuta<br />
di vita desiderata.<br />
Smetto qui<br />
e ti vasuniu<br />
na recchia -orecchia-.</p>
<p>Ciao amico,<br />
io non ho più parole.<br />
Il mio organo della voce  modula convenzioni<br />
lessicali<br />
strettamente funzionali alla vita materiale,<br />
e basta.<br />
E anche quello che dico a me stesso<br />
è sempre<br />
più lontano, inudibile.<br />
Buchi neri? Forse hai proprio ragione.<br />
La vasunata na recchia spero<br />
almeno riattiverà<br />
l&#8217;organo<br />
dell&#8217;ascolto,<br />
un abbraccio.</p>
]]></content:encoded>
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