il blog di ispica [rg]

A caminata.

Postato da francesco lauretta  |   29 ottobre 2007

Scinnii duocu sutta l’annu scursu
pe jorni re muorti.
Avia ca mancavu i muorti ri vintirui anni.

Mi fici na passiata o cimiteru salutannu a tutti
taliannuli nagl’uocci
in ogni ritrattieddu, a culura e in biancuenniviru.

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La stessa ora

Postato da francesco lauretta  |   11 luglio 2007

Il racconto è bello. Ho appena terminato di leggerne uno. Poetico.
Sfoglio gli altri che ho scaricato e leggo i titoli. Non so quale altro leggere adesso, non so quali dei nove è il più bello. Certo, il primo e il solo che ho letto l’ho trovato bello, davvero. Mi piacerebbe conoscere l’autore di questo racconto e mi piacerebbe saperne scrivere anch’io di racconti. Ma suona il citofono. È Jorie che torna dal lavoro e vuole trascorrere qualche minuto al Trianon, a bere qualcosa, una birra, anzi due. Devo ricordarmi di leggere quello sotto, di racconto, magari prendo un appunto, ecco fatto. Prendo lo zaino, ci metto dentro l’accendino, l’antico toscano, un catalogo, l’ultimo Blow up. (leggi tutto…)

Intonaco spaccafornaro.

Postato da francesco lauretta  |   29 giugno 2007

Tra un mese, e forse più, scivolerò nell’isola. Quando mi porterò a casa immagino di già la faccia dei miei genitori, già perché ancora non hanno intonacato la casa e per ripicca, siccome avevo già dipinto un sole bianco proprio all’ingresso, per protesta, adesso voglio piantare dei gigli, fare un fosso proprio davanti al civico 28 e metterci dentro dei bei gigli. Ne ho parlato ‘mane con Nicola De Maria appena tornato su dalla sua terra. E vediamo chi ha ragione di vietarmi di fare un fosso dove piantare dei fiori, vediamo se qualcuno ha qualcosa da obiettare visto che uno si mette un cancello ammare, un altro vuole mettere un tappeto verde con due buche nel culo della terra e qualcun altro, diversamente orna le pozzanghere di mare con i copertoni. Che minchia, avremo di che sparlare d’estate, a Ispica!

Questi fantasmi….

Postato da Pietro Avveduto  |   3 maggio 2007

fantasmi.jpgI Fantasmi! Che strami esseri! Vagano di notte lungo le strade, le piazze ed i vicoli, dentro i palazzi antichi. Ogni tanto si manifestano…. Qualche ululato, qualche ruomorino di catene, porte ed infissi che si aprono e chiudono, candele che si accendono o, all’occasione, si spengono….. La letteratura è piena di questi “effetti speciali”…… Ma, in fondo, non fanno paura. I “fantasmi” sono buoni…. A qualcuno tengono pure compagnia….. sono dei veri “romanticoni”……. Ma….. sempre fantasmi sono! A noi non resta che stare al balcone, cantare mane e sera e chiacchierare col “professore” sui segreti del buon cafè………

Penziere mieje, levàteve sti panne,
stracciàtev’ ‘a cammisa, e ascite annuro.
Si nun tenite n’abito sicuro,
tanta vestite che n’avit’ ‘a fa? (Eduardo De Filippo)

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Postato da saro fronte  |   29 aprile 2007

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All’ingrasso.

Postato da francesco lauretta  |   25 marzo 2007

Ho le pietre nelle mani, anzi ho mani come pietre in questo momento, farei a meno di dipingere: dei ragazzini giocano a palla davanti ad una chiesa di Scicli; era estate. Soffio nel bombardino e pare che produca scoregge; ascolto Eels e mi brillano gli occhi, sono trascorse vite, mie tutte mie, ho bruciato vite mie e non solo, ho lasciato vite, abbandonato tutti, gli amici dove sono? I miei morti, e dei vivi, quanti? bombardino.jpgE’ una cazzo di giornata, grigia come piombo che sta nello stomaco, i polsi deboli, sottili, filigranati, cosa voglio fare adesso, al vespro che mi alzerei da questa poltroncina di vimini per sprofondare lontano, nell’altro capo del mondo, a trafiggere questo mondo, non ho sete, non fame se ho mangiato, sardine in scatola, perché devo dipingere e quale preghiera, a chi rivolgersi, allora? Note, fumi si rovesciato liquidi dentro la stanza e avvolgono come onde questo corpo, malandato, malandrino. Sto come a sbattere la testa, lì, riconosco quel gioco, alcuni bastardi forarono le ruote della macchina presa a noleggio. La mia dolcezza, così, le vostre parole, il luogo che non riconosco e andate a dare il culo! Ho una risurrezione che mi aspetta, ansiosa, ho questa resurrezione che devo formare come fossi un dio, per darmi una speranza, produrmi senso, fare senso, immagino quanta gente verrà a vedere questa mostra, suonano gli orchestrali solo per me, dentro queste cuffie i braccioli di nuovo appoggio, il caffè versato e sorbito lentamente che non finisce mai, camminiamo senza vedere e mi dico perché mi rivolgo a voi, stupidi, a cosa serve, dove siete, chi cazzo siete? Amo Scicli, Modica, Rosolini e Pozzallo. Sentite voi questi timpani rullare, battere la pelle sempre più forte? Questa terra malata, montata a lotta, i Siciliani, balordi, si trattano male, sono scorbutici, sono duri come le pietre e non capiscono niente. Mi mancano i lunghi funerali, e ho deposto fiori in quelle tombe, abbandonate, dimenticate e pensare che c’è qualcuno che ruba i fiori degli altri per adornare i propri morti o se stessi, la propria casa, fiori da mettere in bellavista, a tavola, nel bagno; in nenie e veglie la propria salma, lavatela, spaccafurnari di merda, con olii, essenze, aspettando lentamente di morire, incolonnati come bestie al macello, come fossimo tutti salvi, senza opporre alcuna resistenza s’ingrassano, i morti.

Terra matta!

Postato da francesco lauretta  |   20 marzo 2007

Sono stanco. Ascolto una delle più belle canzoni di sempre – per me -, Some things last a long time, di Fair-Johnston, leggo:
rabito-vincenzo.jpg “E caminammo. La nostra patuglia era composta di 17. Io aveva una sicaretta messa nelle dita per fareme una fomata, e li cerine mieie non volevino adumare perché erino bagnate, e ci stapeva dicendo: ” Strano, damme li cerine” che, dalle tutte 2 li late dei capocanale, da quella crante quantetà di erba, abiamo inteso: “Urrà! urrà!”, che ci abiammo visto acchiappare da più di 100 austrieche, che erino lì per defesa del Piave. E noi non abiammo fatto altro di metterene con li mane in alto tutta la patuglia, che erimo 17 e con uno maresciallo 18, di non dire neanche una parola, che hanno strapato tutto, comincianto della ciacca e la camicia. Abiamo cetato li arme come li stunate e li fessa. E queste miserabile, senza che noi ci avemmo fatto niente, perate e calce e quolpe di fucile… ni abiammo prese che non puotimo stare all’impiede, e ci hanno fatto cascare tutte per terra.” Da Terra Matta, di Vincenzo Rabito.
Nell’altra stanza ho appena terminato di dipingere il nostro Giovannino Alfieri. Andrà a Miart. Dove sta Ispica?

Menuetto.

Postato da francesco lauretta  |   9 febbraio 2007

cuore stella1.jpg3. Menuetto. Una sera, forse l’ultima, non volevo irrompere sopra, ma devo proprio spiegarmi, proprio annotare le parole giuste per comprenderci tutti? Evvabé, era La morte e la fanciulla, Franco Rossi al violoncello, la notte scorsa ero andato di corsa verso le città, lungo una autostrada, buttavo fuori piccoli dolci, pasticcini volando, e parlando chiedevo e rispondevo tra le torri, l’Arcano, la carta, quella straordinaria carta rossa che mi ha fatto morire di risate, mi ha fatto pensare agli amici, quelli scomparsi, quei fantasmi, ai graffi, i buchi tutti, alla pancia morbida e alle sue ferite profonde che mai mostrerò a tutti, i denti lasciatemi stare i denti, un per volta tra le carie, proseguirò lo stesso andante furioso, E’ bello sentirvi così, cari Miei, a volte ho l’impressione che la vita è meravigliosa, anche per questo.
Anche per questo, svanire.
Matto. L’uomo stella. Sopravvivimi! Vado di là per formare raffinatezze, con le mani giunte, prima o poi riuscirò nonostante il mio scorfano a colorare d’azzurrino l’altro mondo, della resurrezione, spaccato il verso. Salve a tutti!

… e fuori piove

Postato da francesco avveduto  |   8 febbraio 2007

Ed ecco che mi faccio rivedere in piazza.
In questi giorni il freddo non mi ha fatto uscire quasi neanche per andare a comprare il pane. La tv in compenso mi ha sdegnato… e fuori piove.
Vi dirò che in questi giorni ho tanto pensato alla mia infanzia, quando andavo a giocare a calcio al campo di “Ghiesu” e per me quegli allenamenti mi facevano sentire quasi uno della Nazionale, e fantasticavo di giocare con i miei eroi del “calcio che conta”(altro che Cervia!).calcio-strada.jpg
Sono solo un sognatore? Ok. Allora alzi la mano chi di voi della mia generazione non ha mai guardato sognante le corse kilometriche di Holly o i tiri quasi da “porto d’armi” di Mark Lenders, e poi giù “’nto stratuni” a giocare con gli amici e con la palla al piede fare la telecronaca in contemporanea delle proprie azioni.E magari fatto il gol… esultanza!Ecco, allora non ero solo io a sognare (e sappiate che quanti di voi non hanno alzato la mano mentiscono a loro stessi sapendo di farlo spudoratamente!).
Oggi però mi sento come se fossi stato ibernato e scongelato in un’epoca che non mi appartiene e a cui io non appartengo. Un’epoca in cui lo stadio è una trincea, dentro e fuori. E se c’è anche la partita… meglio.
Ma scusatemi se io sono troppo legato a quello sport che mi insegnava a dar la mano all’avversario che cadeva in uno scontro.
Scusatemi se sono ancora legato a quei tifosi di “fazioni” diverse che dopo la partita si ritrovano al bar, assieme, e si prendono in giro in base a chi ha vinto o perso… e poi una birra rimette a posto tutte le diatribe(e chi perde paga!).
Scusatemi se di fronte alla guerriglia della domenica rabbrividisco. Rabbrividisco perché i potenti premono per la ripresa delle normali attività, perché schiavi dei contratti oscurano ciò che deve stare in primo piano, quasi minimizzano.
Scusatemi se scrivo tanto, ma in realtà nulla c’è da dire se non far silenzio con gli occhi sbarrati.
Scusatemi se sono stato scongelato nell’epoca sbagliata e mi turba il “giusto andamento delle cose”.
Scusatemi se sono forse solo un sognatore. Sono un sognatore? Allora lasciatemi dormire che a me va bene quello che sogno.
Caro amico:”Testa dentro, che fuori è un brutto mondo!”.
Francesco(Ciccio) Avveduto

I giorni.

Postato da francesco lauretta  |   2 febbraio 2007

14 gennaio 07 Torino:
ci provo, i ginocchi come trampoli, le giunture scricchiolanti, il naso spellato, gli occhi gonfi e provati, i denti che marciscono, ci provo a rimettermi su ma c’è poco da fare adesso, con queste parti, e il resto, che dicono il malessere, ‘fanculo!

domenica ore 13:42

è silenzioso. Appena uscito perché ho finito il caffè, una domenica. E’ silenzioso e appena tirato giù una piccolissima dose di caffè nero sono salito duecento metri, sono disceso lo stesso, dove vado? Eppoi fa freddo, oggi. Che sono salito al volo su, al quarto, a nascondere questa testa, a posare gli occhi dentro e sopra un tavolo ornato d’una carta preziosa verde scuro.cave.jpg
E’ silenzioso oggi, al vespro senza più quell’andare vagando, mai più forse in un luogo, un posto che mi ha formato losco, pensa, la domenica di notte, quell’attesa che mi pareva di perdere la ragione, una speranza, una voce meravigliosa, una Sara Mingardo. E’ improbabile la vita così. Ho lavato terra, ho pensato vagamente alla mia opera, lontana forse mai più, raggiungibile forse. A un ferro da stiro. E’ improbabile stare una vita così.

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