Ti avanza una molletta

Racconto Breve

Ti avanza una molletta di quelle che servono per stendere il bucato?
Ho dell’altro da appendere all’aria, oggi, sotto il sole.
Avrei dovuto raccogliere le camicie asciutte, lavate ieri. Riporle nella cesta.
Anzi, dico, che ero sceso proprio per farlo, quando, invece, mi son fermato a guardarle da lontano: asciutte ed assolate, mentre sbuffavano gonfiandosi come le gote di chi vorrebbe dire ed invece poi soffia.
Ho teso l’orecchio per sentire meglio, se mai sfuggisse loro una parola.
Ma, niente.
Soltanto aliti in controluce, mentre più giù nel mare, il corridoio dorato, dei raggi riflessi sulle onde, mi suggerisce il miraggio dell’andar lontano e in culo ai colletti da inamidare ed alle asole da abbottonare.
Ho cincischiato, per un po’, poggiando la cesta sul pianale in pietra: quello grezzo al lato del pilozzo . Volevo sentire, se nel loro sbuffare ci fosse un lamento o un pigro sfinimento per il comodo sollazzo in dondolio.
Ho aperto la fontana per un filo d’acqua e, frugando nella nicchia, sotto al lavabo, ho estratto uno straccio per aver qualcosa tra le mani e darmi un gran da fare da lavandaio: che mi rendesse affaccendato, da sembrare indifferente.
Un piacevole profumo d’oliva per via della schiuma del sapone fatto in casa, e lo straccio tra le mani che si rivela essere il mio vecchio cappello da baseball.
Capisci perché dovresti essere tu a darmi la molletta? Per via del cappello.

Lo indossavo anche quell’ultima volta che ci vedemmo, alla fermata della metropolitana, a Furio Camillo. Mentre scendevo le scale per inabissarmi e, tu dalla strada, mi chiamasti affinché io mi girassi, per scambiare un ultimo sguardo. Imbrigliai l’istinto, mentre sentivo la tua voce, dietro di me, che si ripeteva nel forzare il mio nome. Alzai la mano togliendomi il cappello, lo sventolai in aria, e senza guardarmi indietro tirai dritto nello scuro innanzi a me, che la separazione era ormai consumata.
Era rimasto nel cofano della vecchia auto, il cappello.
Devo averlo buttato lì, tra gli stracci, quando l’ho svuotata prima di rottamarla.
Non ho avuto il coraggio di accoglierlo nella nuova casa, così com’era: zeppo nel nostro addio. Imbevuto in quel saluto lanciato in aria, come fosse un avanzo senza riconoscenza.
Avrei dovuto disfarmene prima di traghettare, forse.
Mi sta ancora bene, dici?
Dammi una molletta, per favore. Vorrei stenderlo affianco alle camicie, che ormai io sarei per loro. Son certo che la smetterebbero di sbuffare annoiate al vento, se sapessero che già una volta non mi son voltato indietro.

Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte

2 Comments

  1. Non so perchè… ma mi sa molto di autobiografia!?! Mi sbaglio?
    Tutti abbiamo vissuto qualcosa di simile e di tanto in tanto ci vien la voglia di ritornare, ritornare in quel posto dove abbiamo trovato qualcosa di buono, ma non abbastanza… evidentemente!
    Faccio un’anticipazione: conosci Vinicio Capossela? E’ uscito il suo ultimo cd poche settimane fa. Ti suggerisco di ascoltare “Pena del Alma”. Penso di scrivere qualcosa su questo cd!!!

  2. Ubaldo, “sommelier” diventasti? vedi che il Vinicio si abbuffa di vino Pachino 🙂 conosco entrambi, sia il Capossela che il vino. La notte di questo capodanno ha cantato gratuitamente a Ragusa e non l’hanno pubblicizzato per niente: capirai. Ai tempi delle Notti di Jufà, rassegne artistiche musicali che si svolgevano a Noto, Vinicio faceva le sue brave apparizioni dice che allora si innamorò del vino che oggi è diventato famoso come nero d’Avola, allora glielo presentarono come vino di Pachino. Aspetto di saper del cd, allora.

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