Arancio del sole prima del tramonto

Le ombre cominciarono ad allungarsi sino a fondersi all’attesa oscurità in cui, rapidamente, piombò l’intero scenario.

Fui circondata dal buio, che avrebbe dovuto segnare il punto finale dell’angoscia che mi aveva accompagnata per l’intera durata dello spettacolo. Nell’attimo prima che le luci nel teatro fossero riaccese – e la vita tornasse all’ordinarietà-, sentì la nettezza del distacco, a tradimento, della mano di Yomishi dalla mia. L’abbandono della sua presa, che lasciava alla deriva le mie dita, mi procurò un tonfo sordo al petto, e nella caduta della mano sul bracciolo di legno ruvido della poltrona, le mie dita si tesero scivolando smarrite sul sostegno indifferente. Nell’attimo di buio mi aggrappai al bracciolo, come fosse l’ultimo legno galleggiante, un appiglio per il naufrago, chiamando a raccolta tutte le forze, decisa a sostenermi da sola, per sempre.

Yomishi aveva cenato a casa mia. Avevo preparato per lui un’abbondante “tempura” come ogni martedì, il giorno della settimana in cui mi raggiungeva nel dopo lavoro, prima di rientrare nella casa dove viveva con sua moglie ed i suoi tre figli.

Io, non avevo fame e mi ero limitata a sorseggiare un tè, dal gusto intenso ed amaro. Da quando era deceduto mio marito era stato Yomishi a sostituirlo, per una volta la settimana nel mio letto, e pian piano lo aveva rimpiazzato in ogni istante del presente, nel mio cuore.

Era entrato con prepotenza nella mia vita da vedova, rompendo ogni mia resistenza ed ogni specchio nella mia rettitudine morale, ma, alla fine, o meglio al principio della nostra relazione, ogni nuovo momento con Yomishi sembrava dare un senso ed una luce di speranza che, seppur debolmente, potevo interpretare come certezza rassicurante, nel futuro del mio esistere.
Yomishi aveva mangiato avidamente con le mani, sorseggiando rumorosamente l’acqua. Io l’avevo assistito premurosa durante la cena, assaporando di tanto in tanto il mio tè. In un primo momento mi ero divertita, ma poi, alla lunga, mi aveva dato un leggero disturbo la sua scomposta voracità.
Avevamo fatto l’amore ed il mio orgasmo era stato spumeggiante e striato come, nel bicchiere brutalmente sbattuto, il ribollio delle bollicine dell’acqua frizzante. Yomishi, martello di sesso e anima inconsistente.

In un altro giorno, il cielo plumbeo venato dall’arancio del sole al tramonto, che quella sera appagava Tokyo, sarebbe stato un degno motivo di grande stupore per me, emozionante come i panorami che in estate con Yomishi avevamo vissuto dall’alto del Monte Fuji, ma Yomishi taceva ignorandomi, ed invece di rispondere alle mie domande, aveva voluto che trascorressimo le tre ore rimanenti, per quella sera insieme, dentro a quel teatro angusto per vedere le ombre che aveva amato da piccolo, quando viveva con sua nonna.

Le figure si erano animante sullo schermo e dovevano essere state ritagliate con estrema cura, non sbordando per nulla durante la loro proiezione, in controluce, sul telo dello scenario.
La netta demarcazione dell’esistere, del muoversi, di quelle ombre animate, famose nel mondo come “ombre cinesi”, mi aveva piantato un puntello d’angoscia, accentuate il mio disagio, in quella sera di sforzo nel riconoscere i contorni del mio amato Yomishi.
Furono accese le luci sul palco ed apparvero gli animatori delle ombre e i tre del gruppo musicale che aveva suonato dal vivo.
Mi voltai verso l’uscita, Yomishi correva lungo il corridoio centrale. Gli applausi degli spettatori erano schiaffi secchi sul mio corpo. Riuscii a vederlo mentre scostava la tenda d’uscita della sala, incurante di avermi lasciata lì, senza neanche voltarsi. Nel teatro vennero accese tutte le luci della platea ed i colori degli abiti del pubblico ed il rosso fuoco delle poltrone della sala mi sembravano di un vivace irreale, per via del lungo martellio di bianco e nero, di luci ed ombre, che era stato lo spettacolo. Raccolsi la borsa scivolatami a terra, in fretta indossai il soprabito e corsi in strada.
Il vento spazzava la via, faceva freddo, i lampioni luminosi d’un giallo opalino inghiottiti dell’umidità che divora ogni cosa.

Yomishi era sparito, per sempre – mi dissi – come un ombra netta che dissolve nell’oscurità del dolore che la vita porta in seno.

Un’altro lutto nel mio cuore.
Il lutto di un momento, mi dissi.

Sarei tornata a casa, avrei fatto un bagno caldo ed anziché raggomitolarmi a piangere nel letto, sarei andata a cenare in uno dei tanti rumorosi self-service, traboccanti di gente sola.
Avrei assaggiato gli stuzzichini color “arancio del sole prima del tramonto”, e con un sorriso avrei scelto un nuovo Yomishi per la notte.

Racconto di Saro Fronte © tutti i diritti risevati
Dedicato alle donne di Banana Yoshimoto

4 Comments

  1. Davvero intenso il breve racconto. Proprio l’altro ieri avevo letto una “sentenza” strepitosa a pag.148 – ripeto tutto a memoria tanto m’è stato l’incanto…- da Tangerine di Ray Bradbury :”Torni ora da un funerale?”.”…Cosa leggi?”.”Uno di quegli stupidi romanzi d’amore.Come la vita reale.” Un nuovo Yomishi per la notte…Fu la stessa cosa che disse y a z mentre provavano affannosamente a fare l’amore: “Perché non tira?”. “Perché penso a lei!:” “Non c’è solo lei al mondo, sai?.” Da quel momento mi affacciai.. Grazie Saro.

  2. Accidenti, che talento.
    Petali di rose, proprio bello.

    Senti che succede ieri sera: arriva il mio panino, asfissiato nella carta stagnola, ospite del sacchetto di permanenza temporanea insieme all’amica lattina.
    Lara fa: “in panineria c’era Saro Fronte, lo conosci?”
    “Sì… ma no… però sì… anche se no”
    Perplessità generale, Lara va avanti.
    “Ci invita a visitare il sito che lui ed altri hanno messo su: spaccaforno.it: pare ci siano dibattiti interessanti”.
    “Eheh… sì, è vero”.
    Vota gira e furria… 🙂

  3. Lara? Vota e furrìa. Però continuerò a tormentarvi con il “sospiro”!

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