giovedì santo

innervosisce sentire il lamento di un tizio. M’innervosisco stare qui, in questi giardini così rumorosi e di cemento; bambini che giocano, cani che giocano e si annusano e se non ricordo male qualcuno ha scritto che anche loro, i bambini intendo, anche quelli più teneri, moriranno. Ha ragione, a ragione moriranno. E’ sole. Una donna col velo porta a spasso una carrozzina col pargolo. Nuove. Di nuove. E’ sole e sono seduto per terra, l’acidula erbetta qua e là, poggiato la schiena sul tronco di un giovane albero. Cazzo sono le 17•50! Non oso immaginare come state in piazza Josè. Mentre prendevo il treno mi ha chiamato Salvo, Sai è giovedì, sai le feste! Anche qui è giovedì, pazienza Salvo, è arrivato il treno baci & abbracci! Fatico a tenere gli occhi aperti pel sole. Penso al mare. Al mare in questo momento il sole al mare di giovedì. Un giovedì ovattato.

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 (cristo alla colonna – caravaggio)

Sento il sole caldo. Il viso caldo. Il cranio. Poi, dopo Salvo, ha chiamato Giuseppe. Il tono è diverso. Giuseppe se ne sbatte e a ragione, ha ragione. Vedo 17 piccioni – li ho contati – piccioni grigiovioletto, pascolare, piccioni-pecore, diciassette almeno finché un bambino cinese e idiota non ci corre sopra, svolazzano. Spariscono i piccioni e gli idioti bambini. Da quando ho smesso di fumare sento gli odori. Credevo che fosse una cazzata ‘sta cosa degli odori ma è vero. Profumo di glicine. E proprio nel mio stile perdermi in stronzate del genere, racconta Oliver e io aggiungo per le perplessità che è proprio, è. Su Cenere. Anch’io vorrei brucare le foglioline tenere degli alberi e ho sempre ammirato le giraffe. Inizio a cantare come un mormorio sconnesso, vera afasia la perfezione assoluta di Washer, ” nella musica degli ultimi quindici anni non esiste niente di più commovente di quel cantare goodnight my love” , una giraffa, il mare, di un giovedì estraneo, lontano.

1 Comment

  1. Ostracon, ostracon
    Ti saluto Città, ti ricordo odore di cera del Giovedì appressandomi ad accarezzare con lo sguardo di pietà il nonno Olivio. Nonno di tutti noi.
    Adesso sento solo odore di carte e computer.
    E’ venerdi. Come gli altri per chi sta fuori. Ma il mio pensiero? Dove vuole andare? Lontano, il più possibile o vuole tornare?
    Mi sento più attratto dagli esuli (finti o forzati?).
    Il mio Venerdì è non tanto differente da quello dei Peppe e dei Franco.
    Spaccaforno in questi giorni rievoca il concime della storia: il deicidio.
    La catarsi del popolo del borgo che esorcizza il dolore rappresentandolo! Spettacolarizzandolo!
    Le marce funebri. I veli scuri delle madonne trafitte.
    La religiosità del dolore, della morte, del patimento, sangue e sudore: non la raccontate a Gerarde. Lui nato e vissuto e fuggito da terra di dolore e di terrore. Lui è venuto qui credendo nel Dio della Gioia della Giustizia della Libertà della Pace!

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