Colpo di defibrillatore

Lo stiamo perdendo.

Carica… libera.

Spaccaforno.it ha mal di caldo anche lui. Qualcuno ha dei ghiaccioli per il nostro blogghino che fino a oggi è stato bellissimo e salutivo?

Io oggi gliene porto uno.

Vi racconto della serata di mercoledì 28 giugno, quando per la prima volta in tot (ehm… ok, 29) anni ho varcato il cancello di casa Bruno di Belmonte.

L’occasione era nuova, per me: presentavano l’ultimo numero di Hispicae Fundus, la rivista della società di storia patria di Ispica. Conoscevo la rivista, conosco i soci, ma la presentazione, ecco, quella non l’avevo mai vista.

Ho messo su il vestito “bello” e i tacchi, e ho chiesto a mamma di darmi la parure di giada, perché mi piace essere “bella” quando vado a fare qualcosa di “bello”. E poi, il mio cavaliere era papà, quindi dovevo essere “tanto bella”.

Arriviamo che c’era già Gino che aveva iniziato a parlare, prendiamo posto fra la folla, e comincio a guardarmi attorno cercando di non perdermi le parole del prof.

Il casino Bruno di Belmonte… quello che da bambina chiamavo “castello”: alzi la mano chi non ci ha fantasticato sopra, o non ha sbirciato almeno una volta tra le volute del ferro battuto del cancello.

L’aria era ferma, e dalla terra veniva restituito all’aria tutto il calore accumulato in una torrida giornata di giugno. Non era fastidioso, anche se lo sfarfallare alterno di una moltitudine di ventagli sembrava testimoniare il contrario.

Tra il pubblico, i soliti noti ma non solo.

Tra minotauri e cariatidi c’erano ragazzi, turisti, gente di passaggio: una piccola umanità che seguiva, tra il divertito e l’ammirato, quel professore che gestiva il palco con naturalezza, e parlava di palazzi, racconti, stucchi, famiglie disperse del dopoguerra.

Blanco è quel genere di professore per vocazione che fa bene incontrare, nella vita. Io ne ho avuto uno, così. Se capita tra queste pagine, sa che parlo di lui. Parlo di una categoria di persone che, mattone dopo mattone, passa la vita a smontare le certezze presunte della gente, e a costruirci sopra la benefica struttura dei punti interrogativi, unica vera salvezza di questo mondo. Il salvagente dei “perché?”.

La serata è scorsa via veloce e piacevole. Il momento più bello per me, quando Gino, vigile e premuroso, ha porto a Giuseppina un bicchiere d’acqua, per stemperare l’emozione che le stava seccando la gola tra gli intagli e la polvere dei cantieri di Palazzo Bruno: lei per un attimo ha mollato le perifrastiche attive e passive, le incidentali, gli anacoluti, le preterizioni della sua laboriosa ricerca, e tra i drappi del discorso è venuto fuori un “grazie, professore” pieno di dolcezza, che mi ha intenerito tantissimo.

In fondo è questo quello che spinge gli uomini a creare e a cercare, a curare e restaurare, a costituire società di storia patria, compagnie teatrali, a scrivere, a pubblicare, a tenere su i blog come questo (e a riempirlo di ghiacciolini). Questo… non so come definirlo… amore? Ho sempre una remora infinita a usare parole che usano anche gigi d’alessio o sandro mayer… dovrebbero inventare una parola che significhi amore ma venga usata solo nell’accezione “seria, importante e ottimistica” del termine.

La serata si è conclusa con la prevedibile semi-ressa al banco dei rinfreschi. Io avevo solo la necessità fisiologica di un’aranciata, ma anche quella me la sono dovuta guadagnare con le unghie e con i denti.

E poi la conoscenza il mio nuovo amico ritroso, peloso, orecchiuto e miagolante, che sperava di non essere visto, nascosto dietro la panchina di pietra. Ma io non posso ignorare un gatto che si trovi nell’arco di 500 metri… proprio non ce la faccio.

Concludo con un’informazione di servizio: il nuovo numero di Hispicae Fundus contiene un racconto, scritto da qualcuno di nostra conoscenza (venga fuori, lei, non sia timido). Io l’ho divorato, è l’ho trovato delizioso. Leggetelo e ditemi che ne pensate. E leggete anche il resto della rivista, che ne vale la pena.

1 Comment

  1. Non ho partecipato alla presentazione, ma mi fa piacere che tu l’abbia resa così bene! Sono passato dal “luogoincantato” per ritirare una copia della rivista e sono andato via prima dell’inizio della manifestazione.
    “Vincenzo”, il racconto a mia firma presente nella rivista -a cui fai riferimento-, in effetti nella versione originale si chiama “Vincenzo, il figlio scemo” (e non a caso) ed ha qualche coloritura erotica maggiore.
    In certe riviste “patinate” vigono regole arcaiche che delle volte creano nocumento quasi irreversibile alle storie raccontate.
    Non sono uno storico, ammiro gli storici ma io non lo sono, ma l’episodio di quel padre che presenta il figlio come “Scemo” mi ha fatto scattare la molla per scrivere il racconto. La frase che riguarda i fatti ricostuiti e reinventati, è veramente riportata dal SIGONA (storico Pozzallese vissuto a Firenze).
    Sono rimasto un po’ perplesso per come è stato inserito il racconto nella rivista (sia dal punto di vista grafico, che dalla presentazione, che per le immagini associate – conconrdo per la definizione di racconto di fantasia, concordo con la definizione di racconto di satira, ma che non sia stato evidenziato che il racconto è anche storico e contenga una parte di STORIA documentata … mi ha lasciato perplesso anceh su altri aspetti tra Patria e Società e Belle Vetrine.

    Orrevuar

    P.S.
    Ho la connessione internet in tilt, buon Spaccaforno a chi vuole e può.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.