Calura Indoor

 

Filippo fischiò dalla strada alle tre del pomeriggio.
Riconobbi il fischio inconfondibile dell’uomo allenato a guidare il gregge in quel modo. Mi affacciai alla finestra. Un altro fischio di Filippo, che stavolta stava interpellando il Cavalier, mio dirimpettaio.

Fischiò ancora e poi chiese gridando “Arrivano?” accompagnando la strillata con un inequivocabile dondolio del bacino e le mani ai fianchi.
La calura che si alzava dal lastricato della strada rendeva, agli occhi, instabili i contorni delle pietre, o forse ero io che in quel momento stavo avendo un calo di pressione arteriosa. Alzai lo sguardo verso la casa di fronte, cercando anch’io una risposta del Cavalier, alla domanda di Filippo. Il pecoraio ancora ciondolava, in attesa. Mi passai la mano sulla fronte e sperai in una conferma da parte del Cavalier.
l Cavalier Ricò stava leggendo il giornale, nella veranda al primo piano, sprofondato nella poltrona in vimini. Senza neanche abbassare la gazzetta, per gettare uno sguardo che degnasse Filippo, rispose “Và. Và. Vattinni, fatti un bagno a mare. Nessuno arriva”.
Avuta la risposta, Filippo restò immobile, al centro della strada, gambe larghe e coppola in mano.
Mi appoggiai alla ringhiera e feci finta di pulire il vaso dei gerani. “Porcavacca, non verranno più” pensai.

Filippo sembrava una statua congelata, era ancora immobile a riflettere, se riflettere poteva sotto alla calura del sole e sopra il fuoco delle basole.

Presi in mano il secchio, intenzionato a riempirlo d’acqua e svuotarlo sulla testa di Filippo, per arrifrescarlo almeno un po’. Improvvisamente, prima che avessi avuto tempo di rientrare in casa, lo sentii che diceva senza più strillare “Trenta chilometri a piedi ogni volta!”.
“E’ ripartito, menomale” sussurrai tra me.
Infilò la coppola e di buon passo lo vidi prendere la via che porta fuori dal paese. “Povero Filippo non gli bastavano i chilometri appresso al gregge? Anche quelli per andarsi a fare una fottuta” dissi sottovoce tra me e me. Pensai che gli toccava camminare fino in città, per una donna.

“Antonio, chiudi la finestra che fuori fa più caldo” sbraitò mia moglie entrando nel salotto. “Chi era che vociava?” aggiunse.

“Niente Maria, era Filippo, il pecoraio, che chiedeva informazioni” risposi mentre con calma chiudevo la finestra.

“A te?” chiese Maria, mentre si sbottonava la camicia scoprendo la pelle madida di sudore tra i seni.

“No, al Cavaliere” risposi andando verso il ventilatore per metterlo in funzione.

“E che informazioni chiedeva?” incalzò lei.

Tornai a guardarla, era vicino alla finestra, stava chiudendo le pesanti tende in velluto creando la penombra nella stanza. Vidi che si sfilava la gonna e mi aggiustai nel risponderle “E, che ne so di che informazioni chiedeva”.

“Allora come fai ad affermare che stava chiedendo informazioni?” chiese turbandomi per l’incalzare che stava prendendo la sua insistenza. Che calura.

“Amunì Maria, il terzo grado mi vuoi fare, e che minchia ne so io. Che c’è? Che vuoi? Finisti in cucina?” cercai di sviarla.

“Antonio, sei nervoso? Vuoi andare a farti il bagno a mare, purè tu? Vuoi andare a fare compagnia a Filippo che solosolo sta andando?”

La guardai in malo modo, ma lei: niente.

“Pucci, Pucci” mi disse, civettando, mentre si avvicinava con il respiro grosso.

“Non slacciarmi la cintura. Aspè. Aspetta, che vorresti dire con quel -pure tu … con Filippo … il bagno a mare?” Ma, neanche il tempo di finire la frase che mi aveva mandato giù i pantaloni, facendomi cadere sopra il divano, per la spinta che mi diede mentre i pantaloni si erano incastrati a mezzagamba.

“Perché ti pare che sono scema. Ho sentito che il Cavaliere dei miei stivali, diceva al pecoraio di andarsi a fare il bagno a mare. Ti pare che non lo so che ci andavi pure tu al Circolo?” Trattenei il fiato, lei continuò “Si è saputo che tipo di cavalle faceva venire da Messina, il Cavaliere!”

“Minchia” pensai “si è saputo delle cavalle che ospitiamo al Cirocolo. depistare, incalzare e non confessare mai”. Cercai di resistere agli assalti, facendo lo stralunato e cercando di imporre a lei l’adeguato contegno. Dissi “Maria! Cosa sono queste minchiate che vai dicendo? Chi te le racconta queste fesserie? Sei la Signora Incardona! E, certe cose non ti è concesso neanche pensarle.”

“Ah, sono una Signora? E, com’è che te n’andavi con gli amici al Circolo a cavalcare, quando in casa c’era una Signora ad aspettarti? Non ti bastavo? Avevi bisogno di quelle sciallaquate?”

“Piano, piano non stringere che fa male, aahoo!” Madonna, se stringeva.

“Fa male?” Chiese prima d’infilarmi la lingua in bocca “Te la stacco questa frusta …” aggiunse, stringendo quello che teneva in mano. Sobbalzai muto. Continuò “… se la porti ancora al Circolo. Hai capito?” concluse.

“Sì Maria, moglie mia” dissi “Sì, ho capito. Sì, fa piano Maria. Maria, sì fai.”

“Hai capito, sì?” Disse facendo.

“Sì.” Risposi alla moglie mia, capendo.

 

Tutti i diritti sul presente racconto sono riservati dall’Autore :  © Saro Fronte

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