Calma è gesso, Montalbano. Sulle tracce de “La pista di sabbia” – considerazioni sul romanzo

Calma e gesso, Montalbano!

Ho letto i primi tre capitoli del libro La pista di sabbia di Andrea Camilleri, stinnicchiato sulla spiaggia in una mattinata di due settimane fa. Poi, nei giorni seguenti, non c’è stato verso di riprenderlo in mano per continuare la lettura dell’indagine del Commissario Montalbano, fino a ieri che, nuovamente spaparanzato sotto al sole e sopra la sabbia, con la testa infilata sotto all’ombrellone e di tanto in tanto ammollata in acqua per una nuotata rinfrescante visto che ieri il sole infuocava facendo a pieno il suo dovere, ho potuto riprendere la lettura.

Certo che integrale integrale la concentrazione non deve essere stata. Vi confesso che spesso l’occhio mi scappava per controllare mia figlia che giocava con le amichette di spiaggia, ora ammollate in mare ora indaffarate nella costruzione del castello di rena sul bagnasciuga. Beata fanciullezza con i giochi puri di principesse e castelli. Adesso, sarei disonesto se non vi dicessi anche che, in mezzo all’indaffaramento generale da padre, di tanto in tanto, dietro ai vetri degli occhiali da sole,  sono stato -altrettanto – richiamato da qualche petalo in fiore che generosamente spandeva armonia del creato, vuoi per le minne, che per il fondoschiena o per le cosce di gioconda fattura.
Tra leggere, guardare e sfogliare, per ripigliare il rigo, mi sono ritrovato a sera, in casa, e prima di uscire per la cena prevista fuori con amici, ho finito la lettura del romanzo.
Anche stavolta, come ogni altra volta con i libri di Camilleri, mi è capitato di non vedere l’ora di arrivare alla fine, e quindi il romanzo me lo sono portato appresso insieme al pacchetto di sigarette e l’accendino, dalla tazza all’amaca, dall’amaca alla sdraio, dalla sdraio a sotto la maccia di carrubo (per passare inosservato a chi mi avrebbe ricordato che ero ancora in costume, quando invece avrei dovuto già essere pronto per uscire) il tempo necessario alla lettura degli ultimi due capitoli.
Erano due anni che non prendevo in mano un’indagine del commissario Montalbano, La pista di sabbia credo sia uscito in prima edizione lo scorso anno nei tipi di Sellerio. Io l’ho acquistato questa estate nell’edicola al mare e la versione che ho letto è nell’edizione Noir Italiano di Repubblica-L’espresso.
Non che la serialità delle indagini di Montalbano mi abbiano stancato, è che ho letto altro nell’ultimo anno e ho trascurato ciò che sapevo di poter trascurare proprio per l’affetto che nutro per il personaggio di Camilleri.
Considero Salvo Montalbano un amico, e da vero amico so che non si sarebbe incazzato, né mi farebbe sceneggiate per la mia lunga latitanza dall’interessarmi alle sue indagini. Quando rincontri un amico vero sai che puoi parlarci come fosse stato il giorno precedente l’ultimo nel quale vi eravate visti, anche se nel frattempo sono trascorsi anni, e così è stato soprattutto ieri con Montalbano e la sua inchiesta.
Durante la lettura del romanzo ho percepito come l’amico Montalbano stia “invecchiando” e mi è presa una botta di nervoso quando ho letto le parole del dottor Pasquano che rivolgendosi a lui dice: “Montalbano, questo è signo evidente di vicchiaia. Il segno che le so cellule cerebrali si sfaldano sempre cchiù velocemente. Il primo sintomo è la perdita di memoria, lo sa? Per esempio, non le è ancora capitato di fare una cosa e un attimo dopo scordarsi d’averla fatta?”
Sarà che questo sintomo io ce l’ho da un po’, sarà quindi solidarietà interessata la mia nei confronti di Montalbano. Ma la raggia mi ha preso vero e poco mi è servito sapere che il dottore Pasquano si diverte a coglioniare il Commissario, per un gioco di reciproci ironici punzecchiamenti che sono costanti nel loro rapporto di collaborazione durante le indagini.

Stanotte, saranno state le tre o le quattro, mi sono svegliato pensando ai pezzi di memoria che possono sfuggire, al romanzo, e a come Camilleri abbia costruito tutto il romanzo intorno ad un vuoto di memoria di Salvo Montalbano. Lo so che se c’è una persona al mondo, una sola persona al mondo che può permettersi di pigliare per il culo all’amico Salvo è proprio il suo creatore cioè Maestro Andrea Camilleri. Sono certo che Montalbano gli perdonerebbe tutto e non solo perché se non fosse stato per lo scrittore, quindi per il suo assoluto creatore, Salvo non sarebbe nemmeno nei testicoli di suo padre, né tantomento in un tratto di penna su carta, e di sicuro non sarebbe diventato il commissario più amato da milioni di lettori non soltanto italiani.
C’era caldo stanotte, con l’umidità nell’aria che mi faceva sudare appena appena sul collo.
Mi sono alzato per bere un bicchiere d’acqua fresca e sempre senza accendere la luce, sono uscito dalla penombra della casa.
Ho preso il libro in mano e mi sono steso sulla sdraio, sotto le stelle e mentalmente ho ripercorso quanto ricordavo del libro, dell’indagine, dei protagonisti, ma soprattutto mi sono rigirato in mente il busillis su cui si regge tutta la storia. Alla fine, non so quanto tempo è trascorso, di sicuro nel mente ho fumato due sigarette e sorseggiato un latte di mandorla freddo, poi ho posato il libro e me ne sono tornato tranquillamente a dormire.
Mi sono risvegliato poco fa, non ho controllato il testo nel libro e mi piace pensare che il mio amico Salvo Montalbano non deve preoccuparsi per la vecchiaia incipiente: tutte minchiate sono. Il Commissario non si è dimenticato nulla dell’indagine e di quanto accaduto, per questo può tranquillamente dire, secondo me, al dottor Pasquano che non gli rompesse i cabasisi con la storia delle dimenticanze.
Il vastasi vero in tutta questa faccenda del dimenticarsi i pezzi per strada, per come la ricordato stanotte, senza rileggere tutto il libro che ho sbirciando a saltelli nei passaggi interessati soltanto adesso, è Andrea Camilleri che nello scrivere, parlando in terza persona da Autore del libro, nel primo capitolo non scrive che Salvo si mette in tasca un ferro di cavallo. Il ferro di cavallo sarà la prova definitiva che porterà alla risoluzione del caso.
Camilleri non soltanto non descrive quell’azione, ma non la fa compiere da Montalbano, anzi per come è scritto nel libro, nel primo capitolo, quel ferro rimane attaccato al cavallo per via di un solo chiodo mezzo sfilato e dimostratemi il contrario se sto dicendo una cavolata.
Il ferro di cavallo riappare nel diciassettesimo capitolo, quando Adelina, la governante di Salvo Montalbano glielo restituisce, visto che in tintoria si sono accorti che il commissario lo aveva dimenticato nella tasca dei pantaloni.
Penso a come è un ferro di cavallo (per chi non ne avesse mai visti di veri indico che la lunghezza in media è di circa tredici centimetri per una larghezza di undici) un bel mattoncino di ferro che qualora messo in tasca si sarebbe notato per la sua consistenza, oltre che per il peso stesso. Questo oggetto diventa la causa di ripetuti intrufolamenti di estranei nella casa del Commissario, con tanto di armadi e stanze buttate sottosopra che sono un vero è proprio affronto per la professione di Salvo Montalbano, e determinano anche un omicidio.
La ricerca di quel ferro sta anche alla base di una telefonata che fa beccare anche l’appellativo di “Stronzo” a Montalbano, da parte di un anonimo minacciatore che intima al Commissario di “fare quello che deve fare”.
Montalbano non sapendo che cosa deve fare – non immaginando lontanamente che quel “vastasi” di Camilleri gli ha infilato in tasca un ferro mentre nessuno lo vedeva, né le persone, né i personaggi, né i lettori assolati come me, non sa che pesci pigliare e ripiglia una vecchi indagine, incrocia probabilità, va sbattendo mura mura senza arrinesciri a capire che cavolo vogliono da lui quelli che vorrebbero incendiargli la casa.
Nel diciassettesimo capitolo, fresco come un quarto di pollo, se ne esce fuori, dal cilindro al posto del coniglio, la storia del ferro di cavallo che il commissario avrebbe dimenticato dentro ai pantaloni. Questa volta, nel romanzo, a dirlo è Montalbano che ricostruisce quando accadde quel giorno del fattaccio e ricorda di aver staccato il ferro di cavallo, di esserselo messo in tasca e di essersi tolto i pantaloni e messi tra i panni da lavare.
E, questa è una “furfanteria” di Camilleri che frega Montalbano i personaggi, ed è stata il busillis nel busillis di stanotte per me che incredulo dicevo: passi per un pizzino di carta, per una pendrive che può finire in lavatrice come un biglietto da cinquanta euro o un accendino, ma che togliendosi i pantaloni, Montalbano, non si sia accorto di quel vastasi di Camilleri che gli ha nascosto in sacchetta il ferro di cavallo. Mi pare una fregatura bella,  bona ed esagerata. Quel ferro in sacchetta non poteva essere come una piuma, non so se mi sto capendo? una piuma che sfugge a chi si toglie i pantaloni, a chi li porta in tintoria e grazie a dio non sfugge a chi li ha lavati, altrimenti il romanzo finiva in un quarantotto senza ritorno.
Mi rimane in mente un movente inutile, cioè: le minacce ha Montalbano, che lo invogliano ad arrovellarsi sul fare quello che dovrebbe, e che poverino non capisce.
Alla luce di come il romanzo finisce, con la comparsa del ferro di cavallo, mi chiedo: ma che minchia doveva fare Salvo con quel ferro? Le minacce a Montalbano sono servite a Camilleri per raccontare e ricomporre i pezzi. Ma il movente minacce mi pare debole assai, perché da quella domanda all’eventuale ritrovamento del ferro ci sarebbe stata la chiusura delle indagini molto prima che Camilleri incastonasse duecento divertenti, appassionanti, intriganti pagine di sapiente letteratura.
La mia lettura del libro è assolata e cosparsa di sabbia, con tracce che si perdono tra i giochi di ragazzini e le tette al vento delle madri, mi perdonerete la svista di qualcosa di importante che è nel libro, nel caso mi sia sfuggita.
Nel caso vuol dire che dovrò fare memoria delle parole del dottor Pasquano e non mi rimarrà altro che consolarmi davanti ad un buon bicchiere di vino, insieme ad un amico che è stato ingiustamente accusato di scordarsi le cose. Sono certo che Salvo un bicchiere con un simil demente come me se lo farebbe, nel dovuto silenzio davanti ad una seppia alla brace servita su un letto di lattuga e limone.
P.s. confesso: in fine, ho amato Rachele.
Grazie Camilleri.

1 Comment

  1. Ciao saro……è passato un pò di tempo….eppure sei sempre qui con le tue storie interessanti….con il tuo stile inconfodibile…. A presto Lory

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