La Lapa

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“Ma, ce l’hai il posto dentro, per stanotte?”.

“Don Sariddu, non lo vedete? Due macchine posso tenere in officina, e due ne rimarranno stanotte: c’è questa Mercedes, che per domani mattina la devo consegnare, ed ancora devo montare la testata, e questo BMW che certo non lo posso lasciare fuori, e per domani a mezzogiorno deve essere revisionato. No, che non ce l’ho il posto, dentro l’officina, per tenere la vostra MotoApe. E poi, chi volete che la rubi se la lasciamo fuori?”.

“Sei sicuro che non puoi aggiustarla nel pomeriggio?”.

“Don Sariddu, non vi posso fare passare davanti agli altri clienti, mi devo sbrigare, non mi fate perdere tempo in discussioni. Ve l’ho già detto.”.

“Mah …”

“Allora, non lo volete capire che ho tanto lavoro da fare? Domani, vi dissi. Domani rientra in officina quella testa di pentito del mio assistente, che finisce di sciàqquariarasilli al giro di nozze, e ci mette mano. Poi, a mezzogiornoemezza ve la venite a prendere, che la trovate aggiustata, la MotoApe.”.

“No. No … allora me la porto, e domani mattina, prima che alzi la saracinesca, la riporto. Se, la Lapuzza – la MotoApe come la chiami oramai, che ti sei fattu dottori-, la lascio fuori dal garage, io non ci dormo. Sempre dentro glielo fatta passare la notte, e poi, cos’è sta novità che la vuoi fare aggiustare dal ragazzo che lavora con te?”.

“Amunì, don Sariddu, non si mette in moto la Lapa. Minimo la bobina nuova ci vuole. Quella per miracolo vi ha portato fino a qui. Forse c’è da ricostruire l’impianto elettrico, se ve la portate via, poi, mi tocca venirla a rimorchiare con il furgone. Lasciatela qui ché cosa di domani è. Non preoccupatevi, non la tocca nessuno e -u piccìuottu-, il ragazzo che lavora con me, oramà è mastru puru iddu. Ne rispondo io della Lapa e del lavoro. Non vi preoccupate.”.

“Quanti anni hai Mastru Giovanni, quaranta? Chidda, di anni , è più grandi di tja e di quelle macchinone lussuose messi insieme. Dovresti aggiustarla prima ti tutti perché è un cimelio. Non dico che ci devi portare rispetto, di questi tempi si finju lu rispetto per le persone figurasi se c’è ancora per le cose. Se ti dico che stasera la devi mettere, almeno, dentro il garage, è perché se la lasci fuori è come se mi lasciassito a me, a dormire nudo in strada. Per me è così. Mi devi credere, questione di affetto è.”.

Testiava don Sariddu, annacandosi la cima della testa, alla notizia che il Mastru Giovanni non gliela poteva aggiustare ne tanto meno tenerla in garage per la notte la MotoApe. Oramai la sua vita era tutta uno scuotimento di testa, in segno di dissenso per come andavano i rapporti tra le persone. Don Sariddu non si capacitava e dissentiva sui valori che, oramai, erano il collante annacquato della società. Non capiva per come andavano le cose in questa Italia e oramai rinunciava a comprendere pirchìcazzu ogni giorno aumentava la benzina, ma era certo che la colpa era di l’America. La sua testa a chiodo, dal capello sempre nero lustrato di brillantina Linetti, svettava sopra le spalle strette e cimiava come un pino al vento.

“Ma, quanto è vero Iddio ca mi ricordo di te, coi pantalunedda corti – li cavusuzzi che ti arrivavano al ginocchio e li candele addumati al naso che sempre ti colava-, quando hai iniziato ad impararti il mestiere nell’officina della buonanima di Mastru Carmelu, io glielo dicevo – Mastru Carmelu chìstu carusu vi toglie dalli mani lu mestieri –, ed iddu era contentu di crisciri nu picciuottu intelligenti commu a tja. Buonu t’inzignau con la tecnica, ma a trattare le persone ti sei inselvaggito come il mondo d’oggi, tu pensi ai soldi, ti sei fattu granni come a li macchini ca aggiusti, non hai tiempu, pi la Lapa di nu vecchiu.”.

“Mi volete fare mettere a chiangiri, arricurdannimi la buonanima di Mastru Carmelu e da dove vengo? Voscenza si ricorda di mia picciriddu ed io mi ricordo di Vui, di la Lapuzza vostra e di quando era nuova nuova. Non vi preoccupate, vossia avi addormiri sonni tranquilli, come la Buonanima di Mastru Carmelu ca l’officina me la lasciava in mano senza pinsieri. Avete prescia, andate di fretta?”.

“Nonzi, no.”.

“Aspettate duj minuti, che scarico un aggiornamento al computer e la taljamu ora”.

“Sante parole, lu dicevo io che eri picciotto apposto.”.

“Don Sariddu ho detto che la vediamo ora, non ho detto che l’aggiustiamo ora.”.

“Tu con l’occhi già li aggiusti li cosi. Li mani d’oru hai. Guarda guarda, talé, chi macchìnuna che ti portano per ripararle. Ma è veru, che l’aggiusti usando la lettronica?”.

“Don Sariddu, oramà nelle macchine, senza computer nìenti ci si capisce, e non solo nelle automobili, pure nella vita: senza computer non possiamo più travagghiari e nemmeno futtiri.”.

“Comu? Comu? Chi centra lu futtiri con lu compìuter.”.

“Ehm … ehm … centra e come, non abbiate cura di quello che dissi, ma cussì è.”.

“Viri ca ju ancora acchianu sùpira a la bicicletta e la faccio girari senza lettronica. Haju una polacca che Benedittu cu la portò in Italia. La faccio pedalari come si devi.”.

“Non la purtò Benedettu, la polacca, vi la purtò Giovannipaulu … aspettatemi un attimo che vi raggiungo subito.”.

Ferma, immobile come un chiodo piantato al muro era la testa di don Sariddu che non cimiava più. La domanda però ci furriava in testa. Ci furriava, in tondo in tondo: – Come si poteva fottere con la lettronica – con il compìuter? Ricordava da ragazzo, ma era prima della guerra, che aveva saputo di un certo Jano che si fotteva le pecore e pure le galline, però di più le pecore perché poi le galline morivano e il brodo non ci piaceva più-.

Ma, fottersi la lettronica, un computer, ci veniva male a pensarlo, tanto più che un computer non l’aveva mai visto … – Almeno che non ci appizzava quei fili a la so mugghiera e poi se la fotteva attaccata alla lettronica- .

Minchia! A quel pensiero, come prese a cimiare la testa, di don Sariddu! Si appjò al pilastro centrale dell’officina e mettendosi braccia conserte s’incantò, con lo sguardo sulle minne sempre tise, del consumato poster di Edwige Fenech. Lo ricordava quel poster. Lo ricordava da quando l’officina apparteneva ancora alla buonanima di Mastru Carmelu.

Il suo picciotto Giovanni fattosi Mastru, aveva rilevato l’attività, ma nella ristrutturazione dell’officina aveva voluto mantenere come decorazioni sia il vecchio pupo luminoso reclame dei copertoni Michelin, che il poster della Fenech in onore a tutte le attisatine di “pinna” che gli erano venute non appena lo taliava quand’era picciuottu. Il pupo della Michelin lo aveva voluto tenere perché il suo Capo di allora, lo aveva riempito, pieno pieno di ferra di zoccolo di cavallo e di corna di peperoncino, contro il malocchio.

“Don Sariddu vi siete incantato a guardare la bella Edwige?”

“Ehi Mastru Giovanni, quando le femmine erano così, non c’era bisogno della lettronica per imbrogliarle, chista femmina è onesta comu la Lapuzza mia, bella e sincera senza plastica. Non come alle macchine di oggi che pesano più di plastica che di pelo.”.

“A proposito di pelo, ce l’avete ancora il coprisedile di pelliccia nella Lapa?”.

“Certo che ce l’ho! Quello, ricordo di me nipote che è in Svizzera è. Va, pigliati gli attrezzi e vallo a vedere. A proposito di pelo, finisti col compìuter? ”

“Finii, finii col computer. Computer si dice e non compìuter.”.

“Compìuter, a me così mi esce. Che fa, non mi capisci? Parli u ‘glesi, u tedescu per capire si macchini moderni ed ora non capisci chiù la lingua tua?”.

“Don Sariddu andiamo, vediamo che ha la Lapa.”.

“Vai, Mastru, in fiducia sono. Io mi guardo da vicino sti Mercedes e BMW, che quando sono in strada mi passano con le frecce incazzate.”.

Mastru Giovanni lavorava nella Lapa, ma con gli occhi non lasciava a Don Sariddu, lo vedeva goduto, allunato dentro a quelle macchine per lui esagerate. Don Sariddu ammirava con faccia da bimbo sorriso da furbo, tutta quell’eleganza, quell’abbondanza di accessori, nemmeno capiva cosa fossero tutti quei bottoni e piccoli schermi. Stupefatto e meravigliato assà era, in faccia sotto ai capelli brillantinati. Mastru Giovanni ci cambiò la bobina e la Lapa tossendo, tossendo, si mise in moto. Don Sariddu, come arrisbigghiato dalla voce della sua Lapa, scinnì sbandando da quelle macchine lussuose.

“Don Sariddu, pronta e la Lapa, ‘n’era nienti! Solo il filo della bobina bruciato c’era e l’ho sostituito. Che fa, non ci volete più salire sulla Lapa, vi siete vizziato su quelle astronavi? Volete pure voi la Mercedes?”.

“Ma quando mai. Io la Lapa non la cambio nemmeno con la FormulaUno.”.

“Minchiate don Sariddu. Chista che avete detto è una minchiata, confessatelo.”.

“E, che ti devo confessare. Tu, te la toglieresti una Lapa che passa in volata una Mercedes e una BMW, e … li lascia amminchialuti dintra allu garage?”.

“Come? Come?”

“Niente … niente. Quanto vi devo per il disturbo, Mastru Giovanni?”

“Che mi dovete dare, con quella velocità che portate, il conto lo faccio pagare a quelli fermi ancora al box”.

“Baciamo le mani Mastru Giovanni, degno erede di Mastru Carmelo, siete.”.

“Salutamu a Vossia don Sariddu, che più veloce di un compìuter siete, con quella testa antica e semplici come la Lapa vostra.”.

Racconto La Lapa © di Saro Fronte

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