Eloquenza e Messaiole

Zu Tano aveva l’eloquenza come dote, che esercitava liberamente con spirito agreste, sopratutto all’aria aperta. Era bello come un dio greco – dicevano-, e aveva l’abitudine di andarsene per campi coperto da sbrindelli di abiti, che era più assai quello che invece non coprivano.

Zu Tano non si sposò mai e mai gli mancarono le conoscenti “messaiole” (così le chiamava, non saprei dirvi perché), che con la scusa di portargli qualche pietanza appena cucinata, si fermavano a casa sua per l’intera serata. Zu Tano con le messaiole non ci passava il tempo parlando. Lo so per certo. Una delle rare volte che lo sentii parlare di queste donne, disse: “a modo mio cattolico sono, ma à me casa a missa l’amministru iu, in silenziu.”.

E già, Zu Tano era di poche parole, pochissimissimissime. Aveva l’eloquenza come dote, che esercitava liberamente con spirito agreste, suonando con i flauti di canne come un Fauno, arie di passione e di romanze, mentre portava al pascolo il suo gregge, che lo seguiva convintamente. Le sue pecore erano, consentitemelo, eloquentemente condotte per i campi, in modo ordinato e tranquillo, in ogni ora al pascolo, in ogni fase che la giornata imponesse. Mai le sue pecore, avrebbero desiderato pecoraio diverso do Zu Tano e forse questo era anche il desiderio delle messaiole che ascoltavano il suo silenzio.

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